giovedì 28 agosto 2008

Presagi

Ricordo che quando ero molto piccolo avevo il terrore dei cani. Per via che uno di loro m'aveva abbaiato all'improvviso mentre camminavo sul marciapiede, sbucando fuori da un giardino. Avevo concepito l'idea che tutti i cani fossero tagliagole assassini che mi odiavano senza ragione, giusto perché erano un po' stronzi e molto violenti. Un pomeriggio che ero andato sui colli a casa di mio nonno - avrò avuto otto o nove anni - andammo fuori per strada io, mio nonno e mio babbo, e cammina che ti cammina incontrammo un cane. Veniva placidamente dalla parte opposta della strada incontro a noi, senza slanci, a quasi duecento o trecento metri. Era comunque abbastanza lontano, ma ci stavamo avvicinando. Io andai nel panico. Guardai gli alberi sui lati della strada: tutti stramaledetti alberelli dal tronco sottile, bassi e senza rami di appoggio. Ai lati della strada c'era il fosso ed una cavedagna aperta, in salita ripidissima. Non avevo scampo. E allora, nella tranquillità generale, gridai "Cosa faccio? Dove vado?"

Tempi più avanzati - ed opinioni rivedute e corrette - oltre ad indurmi a non odiare più i cani, mi hanno fatto notare come il mio grido non fosse mio. E' l'angoscia di Oreste, che uccide sua madre e poi grida Tì draso, potì pheùgo (cosa farò, dove andrò), o le lacrime di coccodrillo di Cicerone che esclama davanti al Senato Quid agam, patres conscripti? Quo me uertam? Comunque uno la giri, la domanda fatale rimane sempre la stessa: cosa faccio e dove vado.

Sembra quindi che fin da bambino, senza saper nulla di letterature classiche o filologia, mi fosse venuto alle labbra un grido d'angoscia orrendamente retorico. Ad otto anno ero un eroe - no, un eroina - diciamo: un eroino marmoreo e togato.

Che brutta immagine, ragazzi.

Non ci credete, per favore.

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