giovedì 18 settembre 2008

Ripensandoci

Dopo la lezione di canto, mi sono fiondato - alle sei e trentacinque - verso il negozio di penne stilografiche in via Farini, dove in genere mi rifornisco di cartucce per la mia Columbus. Il negozio aveva le luci accese, ma la porta era chiusa. Lì per lì, irritatissimo, ho bussato sul vetro e ho scosso un po' la porta. Avrà chiuso giusto cinque minuti fa, penso. Mi volto, e incrocio gli occhioni azzurri sgranati del proprietario, un vecchio bolognese dall'umorismo crudo e dalla risata da basso russo. Costui si alza dal tavolino del bar dove prendeva un caffè, e mi viene incontro dicendo:

"Insomma! E che bussi a fare? Son qua!"
"Eh, ma pensavo che fosse andato di là, o che avesse chiuso..."
"Ma che chiuso e chiuso! Io chiudo quando mi pare, apro quando mi va, se mi va, e bona lè. Vedi (e apre la porta del negozio), il negoziante di penne non è un commerciante. E' una cosa a sè. Apre se gli va e come gli va, chiude come gli pare e piace. Ogni tanto c'è, ogni tanto no. Non è un commerciante. L'è n'ater quael."
"Ah. Ok, io ero venuto per..."

Eccetera.

Questo lampo di orgoglioso individualismo raffinato da parte di un bulgnàis di vecchio stampo mi ha riscaldato. E' uno di quegli aneddoti che oggi, in un libro, andrebbero forte: la piccola storia, il piccolo aneddoto, reale e che puoi trovare dovunque dalle tue parti, che però diventa metafora di qualcosa di più grande; ma senza darlo a vedere, senza mai tendere ai massimi sistemi; è solo un vecchio negoziante raffinato, e nient'altro; ci veda il lettore i significati che vuole; ma sappia che quel piccolo avvenimento è in realtà enorme nella sua reale, umile, viscerale semplicità. Oceano mare, che Dio lo maledica, è tutto così.

Mi sono messo subito a pensare: come potrei far coagulare questo attimo di poesia che mi è capitato tra le mani in un racconto? Perché quello che mi serve è che i miei lavori siano convincenti. Il lettore poi me lo infarlocco come mi pare, l'importante è che s'illuda di leggere un epigono di quelli che piacciono a lui; dopo mi rivelerà diverso. Ma come far entrare il raffinato pennaiolo in un racconto?

E mi sono risposto: impossibile.

Perché finché la realtà e io non andiamo d'accordo, finché nella mia testa non diventa assolutamente normale parlare di cose di tutti i giorni, finché nel mio cervello nuvolaceo la vita di tutti i giorni non diventa uno sfondo fisso sul quale costruire, è assolutamente inutile che io vada per mercati e sui bus a sentire parlare la gente, come consigliava De Filippo: ed è assolutamente inutile che io vada in cerca di avvenimenti reali. Perché se li devo cercare, vuol dire che sono fuori di me, che non li ho interiorizzati, che non li riconosco come elementi costitutivi della storia che scriverò. E quindi, inserirceli non funziona. Sembreranno avvenimenti slegati, un po' patetici, poco armonizzati con il tutto, gratuiti.

2 commenti:

EcceGallo ha detto...

"E' uno di quegli aneddoti che oggi, in un libro, andrebbero forte[...] diventa metafora di qualcosa di più grande; ci veda il lettore i significati che vuole; ma sappia che quel piccolo avvenimento è in realtà enorme nella sua reale, umile, viscerale semplicità."
Andrebbe forte, proprio perchè non esprime nulla, niente di preciso, definito, fissato. E' solo un momento. L'unica cosa di cui diventa metafora è la cosa di cui sentiamo più la mancanza, la realtà. Ma una realtà assolutamente reale, così reale al punto da non avere senso, se non quello che le diamo noi.
Paradossalmente, proprio adesso che ci accorgiamo che l'unica legittimazione possibile è quella che dipende dal nostro punto di vista e che l'abisso dell'individualismo si spalanca sotto di noi, quello che chiediamo a chi scrive è che ci sbatta in faccia questo fatto, per poter poi credere che l'autore l'abbia scritto perchè vedeva in quel pezzettino di reale una metafora di qualcosa, un senso. Un senso altro, che stia fuori di noi, da cercare, a cui arrivare.

Anonimo ha detto...

..adesso non esagerare, iulius. Ancora con questa storia che non sei in contatto con la realtà! ma nooo...dai!! E chi te l'aveva messa in testa??!!

No, scherzo. Guarda che i grandi scrittori non è che abbiano la scienza infusa, e gli aneddoti sul comodino; è ovvio che se li vanno acercare, li "notano" nel quotidiano, dove gli altri non notano altro che il quotidiano, e quindi qualcosa di trascurabile... ma questo solamente perché gli altri lavorano per mangiare, e quando camminano hanno qualcosa di più importante a cui pensare, mentre gli scrittori non hanno un benemerito cazzo da fare, e badano dunque alle cagate. Forse tu non è che non hai dentro te il reale, forse non hai ancora capito come riprodurlo realistico, forse non sai bene come procedere in questa operazione, che domande farti mentre scrivi per scrivere ancora meglio