mercoledì 8 ottobre 2008

In rotta per la laurea


Cosa sono, io?

Apparentemente, a breve sarò un filologo classico - nella fattispecie un papirologo. Si potrebbe dire che, con i miei colleghi archeologi, storici, filosofi, antropologi, religionisti, damsiani e letterati, svolgo un'opera di interpretazione, contestualizzazione, commento, riscoperta e mantenimento di tutto quanto viene dal passato.

E inutile? Ovvio che si. Si può scantonare con un tenero corollario e dire che in fondo, l'inutilità ha diverse gradazioni, ma è universale: un medico non scaccia la morte - semmai la rimanda, e vivere a lungo non è vivere bene: un fisico non può nè evitare l'entropia nè superare la velocità della luce, e quindi siamo inchiodati qui sul nostro mondo impregnato di morte; ma non sono che cavilli per spiegare ad un pubblico sempre più imbarazzato ed indifferente cosa ci stiamo a fare noialtri qui.

La conoscenza del passato cambia il mondo? No. Semmai cambia la vita di determinate persone che per educazione e disposizione sono pronti a farsela cambiare. Io non sono felice perché leggo - che ne so - Le Mont Analogue di Daumal, ma perché i miei desideri naturali hanno un orizzonte in cui Daumal rientra - orizzonte che si è formato ben prima che io leggessi Daumal. Ma almeno, si dirà, a livello storico, i grandi cambiamenti son stati dettati da buone letture. Per carità. La rivoluzione la fa chi agisce, non chi conosce e basta; e uno, se vuole agire, lo fa comunque, anche se non ha letto granché - semmai, se legge bene, può agire meglio, ma non è detto, e soprattutto non è detto che per agire meglio debba leggere Orazio.

Vi dirò perché faccio quello che faccio. Anzitutto perché mi piace immensamente. Ma questo è irrilevante. In secondo luogo perché credo che si debba fare. Senza un perché, senza un utile - quando entra in campo l'utile il passato sparisce: l'utile sta nel presente e nel futuro. Si deve preservare il nostro passato; in questo credo, senza riserve e in fondo senza molti altri motivi se non che senza memoria non credo che potremmo vivere. Motivo contestabile, ma non posso evitare di crederci e tentare di smontarmelo è inutile. Credo inoltre che chi si dedica a questi studi debba essere retribuito in funzione del suo impegno e del suo talento, ma senza mai oltrepassare ciò che serve a farlo vivere decentemente. Guai al primo che ha posto l'equazione studi classici = parassitismo comodo e ben pagato. Noi ci accontentiamo del poco danaro che ci permette di vivere senza soffrire come bestie per sacrifici e rinunce. Tanto basta. Anche in questo io credo. E credo che il nostro lavoro, per la sua difficoltà, per la sua intrinseca selettività interna (solo pazzi o nostalgici), per il suo essere così fragile nella sua esistenza, debba meritare, se non adesione, rispetto; come qualsiasi altro lavoro.

2 commenti:

Red ha detto...

Ode all'inutile.
Non produrremo ricchezza, depaupereremo la terra di risorse e aumenteremo l'entropia.
Ode alla filologia.

EcceGallo ha detto...

Anzi, se uno legge troppo finisce quasi sicuramente per non agire.