martedì 21 ottobre 2008

Indifferenze

Stamattina, dopo lezione, la Pinotti - con una mossa che non le sospettavo e che me l'ha insimpatichita parecchio - ha deposto la fotocopia del vaso di Dueno e ci ha detto due parole sulle conseguenze della riforma Gelmini e sullo stato attuale dell'università italiana. Tra le altre cose, è risuonato il sinistro avviso: "Ragazzi, non siate indifferenti su questa questione. Ne va anche del vostro futuro." E qui, puntualissima, la mandibola mi è scesa a terra di schianto.

Ogni conflitto ha due o più contendenti, perlopiù contrapposti. Praticamente in tutti i conflitti di cui sono stato testimone nella mia vita - o che mi hanno riguardato come contendente - c'erano due idee di fondo dietro. Che io mi schierassi o meno, la mia reazione più intima è sempre stata la stessa. In ognuno dei due schieramenti c'erano regioni di imbecillità e parzialità con le quali non riuscivo a trovarmi d'accordo del tutto. Consideriamo il caso attuale. La malafede, l'ipocrisia, la volgarità emanate dall'establishment sono odiose, ma l'allegria cazzona dei contro mi innervosisce senza rimedio.

Qualcuno mi ha detto che penso troppo. E' vero. Sono una persona lenta a pensare, che perlopiù sta ferma, che non può fare a meno di considerare tutte le questioni che incontra sotto il maggior numero di profili possibili. Questo, se mi dà il vantaggio - talvolta - di andare oltre una data visione, mi impedisce quasi del tutto di decidere. Io, quando decido, cerco di farlo a cuor leggero, cioè con il minor numero possibile di rimpianti. Se davanti ad una scelta so che qualsiasi decisione io prenda avrò un grande numero di rimpianti e sensi di colpa, improvvisamente la scelta diventa difficile ed amara.

Sappiamo quali sono le scelte da fare, in questo frangente. Pro o contro le manovre del governo attuale. Scelta sana e determinante per la propria personalità: il giorno che diventassi amorfo, apolitico, inesistente, indifferente avrò vergogna di me stesso. Epperò la questione è talmente complicata. Si, va bene, questa riforma mi pare priva di costrutto, nel senso che colpisce a vuoto e non risolve i problemi - cioè: toglie denaro, ma non screma il personale eccessivo e incapace, che è uno dei grandissimi problemi dell'uni; col risultato che, senza denaro, cacceranno i giovani e terranno i vecchi - ma manifestare, occupare, sventolare bandiere io non ci riesco. Confesso la mia impotenza. Non mi piace troppa gente tutta insieme, i rumori forti, il puzzo di fumo. Mi confondo, sono timido. La musica suonata in quelle occasioni non mi dice niente e non mi esalta. Tutto improvvisamente diventa un gioco e a me sembra di perdere tempo - nel senso che tutti sono lì per uno scopo, e sanno quello che fanno, e sono nel giusto - e io no. Ma schierarsi nei crumiri?... No, santo cielo... Perché poi si dica che sono indifferente? Non posso permetterlo, non è vero. Mettermi con l'ordine, la repressione, l'obbedienza no. Non è ammissibile. Quando sento i coretti sulle molotov contro i poliziotti mi viene rabbia - sono quegli stessi individui che potrebbero un giorno salvarmi la vita - ma quando sento dire che l'occupazione è illegale mi viene ugualmente rabbia, perché non è vero - e non si cambia il sistema obbedendo beghinamente alla lettera della legge. Però l'immagine dell'occupante fumato che suona la batteria mi pare tremendamente ridicola. 

Insomma, entrambe le parti hanno delle magagne che vedo e che mi impediscono di aderire senza riserve e completamente (e solo così si fanno veramente le cose, si è politici e si è rivoluzionari) ad una delle due parti, e mi condannano a restare a guardare. Non ho fede, non ho illusioni - sono un solitario. Dovunque mi metta, stono. Sono straniero ovunque - per citare uno spirito poco politico e molto individualista. E la storia mi condanna alla colpa più nera: essere stato tiepido, essere stato spento ed indifferente.

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