mercoledì 8 ottobre 2008

KITHAIRON! KITHAIRON!

Tutti, stanotte, saliremo sul monte, tra le nebbie. Prima dell'alba risaliremo il crinale in mezzo alla foresta. Forse fra i tronchi un dio correrà con noi. Forse la sua risata annienterà chi si ferma a guardare quelle forme snelle che ci accompagnano. Il fulmine cadde in questa radura sfiancata e giallastra - ma quanto tempo fa? Qui, qui corrono le cagne della follia, qui le mènadi furibonde e serene allattano i cerbiatti e i lupacchiotti, qui una madre ha divorato vivo il proprio figlio. Il dio sorride sulla cima del monte, e si nasconde in un balenìo di luce. Figurette di cristallo suonano gli aulòi e ci spingono sempre più acremente, urlando, verso il monte - verso il monte - il Citerone, montagna maledetta, rocce che avete ombreggiato bambini abbandonati, puerpere in fuga, donne che insieme come un esercito di volanti facevano sgorgare latte, miele, vino dalle fessure tra le radici. Il nulla - il nulla è qui, l'Essere. Qui è nato il mondo, dalla distruzione del figlio del dio - qui il figlio del dio è rinato dopo essere stato fatto a pezzi, e rinasce con lui il cosmo. Feconderemo di sangue i campi, o la terra non darà nulla. Kithairon, Kithairon!, o baratro, o abisso, suona e trema percosso dai piedi assassini delle mènadi, vibra mentre di nuovo, anno dopo anno, il mondo muore e rinasce - sulla tua vetta si ritorna al dio - sulla tua vetta inaccessibile torniamo con gioia frenetica all'abbraccio dell'eterno essere.



"Su in alto, lungo la pendice del monte, conducevo al pascolo le mandrie dei miei buoi, quando il sole emette i suoi raggi e riscalda la terra; e allora vedo tre tìasi di cori femminili: di uno era a capo Autònoe, del secondo tua madre Agaue, del terzo coro Ino. Dormivano tutte, coi corpi allentati: alcune avevano appoggiato la schiena alla chioma di un abete, altre tra il fogliame di quercia avevano reclinato la testa giù a terra, come capitava. E tua madre levatasi in mezzo alle baccanti lanciò il grido perché scuotessero il corpo dal sonno. E allora quelle rimossero dagli occhi il sonno profondo, e balzarono ritte in piedi, giovani, vecchie, vergini ancora ignare del giogo. E per prima cosa lasciarono andare sulle spalle le chiome e si ricomposero le nèbridi, quelle a cui si fossero sciolti i vincoli dai nodi, e cinsero le punteggiate pelli con serpenti che leccavano loro le guance. Altre tenevano con le braccia chi un capriolo e chi cuccioli selvatici di lupo, e davano loro bianco latte: erano le puerpere il cui seno era ancora gonfio, che avevano abbandonato i loro bambini. E sul capo si misero ghirlande d'edera, di quercia, di smilace fiorito. Una, afferrato il tirso, lo battè sulla roccia e ne sgorgò un rugiadoso fiotto d'acqua; un'altra spinse dentro il suolo l'asta del tirso e lì il dio fece affiorare una polla di vino; quelle che sentivano desiderio della bianca bevanda, con la punta delle dita graffiavano la terra e si trovavano davanti fiotti di latte; dai tirsi adorni di edera stillavano dolci flussi di miele."

Euripide, Baccanti, 677 - 711

1 commento:

Red ha detto...

questa è una tragedia!