sabato 18 ottobre 2008

Sinfo (2)


Per un momento, scordiamoci l'astioso russo emigrato che colpiva il bicchiere con la forchetta nei ristoranti per avere attenzione, o che componeva per espresso desiderio di mandare il pubblico "a quel paese". Stavolta Igor' Stravinskij (1882 - 1971) si è lasciato prendere la mano dai suoi padri - da Caikovskij, e dai suoi temi fiabeschi. Le baisier de la fée si apre con la Ninna - nanna nella tempesta, dove l'oboe - mamma, prima dolce e solitario, lotta con angoscia sempre maggiore contro il minaccioso tremolare degli archi; è durante la tempesta che la fata dà il primo bacio al neonato, preannunciando la futura separazione dalla madre. Una festa al villaggio è un pulsare di contrabbassi e fagotti, in una robusta danza popolare. Via via proseguendo, in Al mulino. Apparizione della fata l'orchestra si sprofonda in tratti angosciosi, tragici, freddi; avvertiamo sì una serenità nelle Dimore eterne che la fata fa vedere al bambino ormai cresciuto, dove lo terrà con sè per sempre; ma questa serenità non può fare a meno di esprimere una sotterranea malinconia, ed il dolore di queste dimore eterne cui la fata ha condannato il suo amato; una regione calma e cullata dagli oboi, ma inevitabilmente la morte. Stravinskij non si fa prendere dal sentimento: quando descrive, lo fa con un distacco supremo, quasi indifferente alla disgrazia che evoca quella sua musica arrogante, mostruosa, moderna.



Di Sergej Rachmaninov (1873 - 1943) s'è detto molto, e non tutto positivo. Lo si è accusato - e a quanto pare non sempre a torto - di voler essere romantico a tutti i costi, e di cercare la commozione fino alla forzatura. Ma contro il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in Re minore op. 30, chiamato affettuosamente Rach 3, non s'è potuto dire nulla. Il pianoforte è il padrone della situazione: impone le sue melodie struggenti, malinconiche, sognanti all'orchestra, che si pianta ogni due per tre per seguirlo, coccolarlo, fargli eco, attendere con intensità mentre il solista si spacca le mani con una partitura per definizione impossibile. E' romanticismo? Si, ed in effetti è un po' in ritardo. Ma il Nostro non è sordo al Novecento che avanza, ed il suo canto ha la dignità di un canto solitario in mezzo al nuovo che avanza, ma sempre fresco, sempre personale. L'orchestra si agita, trema, deborda in fortissimi, orla le semibiscrome ribattute del pianoforte. L'emozione ha ancora una voce, anche se un po' fuori tempo.

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