venerdì 24 ottobre 2008

Sinfo (3)


Di Ludwig Van Beethoven (1770 - 1827) cosa si può dire, se non che è un'icona? E tanto basti. Gli Dei non verranno offesi da noi con riduttive e blasfeme descrizioni. Nel metter mano al testo di Goethe, Egmont, il Dio dev'essersi sentito fremere per gli ideali di libertà che il testo lasciava grondare. Lo sentiamo nella musica solenne, intensa, grave, con questi archi che mimano un passo lento e profondo, pausa dopo pausa - e l'oboe che col fagotto intreccia un romantico canto di desolazione - fino all'esplodere della libertà, della gioia, del fortissimo. Veneriamo il Dio, veneriamo la Ouverture op. 84 Egmont.


Le date di Sergej Prokof'ev (1891 - 1953) e la conterraneità con Stravinskij ce lo fanno sospettare una belva dodecafonica ed iconoclasta - e Prokof'ev fu questo, per buona parte della sua esistenza. Se non che, in un turbolento - se lo vediamo dal punto di vista russo - 1917, la sua Sinfonia n. 1 in Re maggiore "Classica" è un dichiarato omaggio a Haydn e al neoclassicismo. Lo vediamo subito: temi, un fiorire di temi dolci, allegri, carezzevoli, pimpanti; esplosione finale come da programma; lentezze melodiche non eccessive nei tempi centrali, e una baldanzosa gavotta. Certo, non è imitazione inerte: qui e lì si avverte una sensibilità inevitabilmente novecentesca - nei languori degli archi, in certe note alte dei violini, in quel fiorire di temi quasi eccessivo, quell'atmosfera dei fiati che non ha nulla dell'allegria da salotto del Settecento, ma ha piuttosto dell'allegria da bar. E per finire la brevità del pezzo, che vive di questa breve luce neoclassica. E' udibile, ma non superficiale; moderna, ma non ostica.


Molte sono le leggende che avvolgono la nascita delle Variations on an original theme op. 36 (Enigma Variations) in quel fosco 1899. Edward Elgar (1857 - 1934), che insieme ad Henry Purcell è in due parole la musica inglese, compose 13 variazioni su un tema originale, detto "Enigma" perché a tutta prima non lo si riconosce - ma a quanto pare corre per tutta l'opera. In realtà, per ammissione dello stesso Elgar - musicista pieno di tardoromanticismo, dvorakianissimo nell'orchestrazione, umbratile e dolente, purtuttavia con una vita abbastanza tranquilla - ogni variazione si rifà al carattere di un suo amico o parente. Una variazione rappresenta la moglie (quella finale, intensissima); un'altra l'amico più caro; una terza fa giustizia al temperamento burrascoso e inquieto di un conoscente. Osserviamo la compattezza, il lirismo notturno, la magniloquenza mai buttata via di queste tredici variazioni; osserviamone il balzare dalle note prolungate degli archi ai colpi secchi dei tamburi, dal velo sonoro dei violini fiancheggiato dal crepitare in pianissimo del tamburo al fortissimo finale, tutto legato, tutto strascinato, possente, sfondante.

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