lunedì 24 novembre 2008

L'inizio

Inizio del racconto Il mondo nuovo, fiaba paleontologica allegorica etc. etc.:

Entrando una mattina in un liceo del centro per un normale giorno di lavoro, la signora Malvezzi non poté fare un passo oltre l’ingresso perché vide una gigantesca bambola di pezza, con fattezze umane, trafitta da uno spuntone metallico arrugginito e appesa per il collo ad una corda legata al soffitto.

Dondolava lentamente. Dal foro provocato dallo spuntone gocciolava del sangue che aveva formato un lago qualche metro più sotto, sul pavimento. La bambola era alta forse sei metri, aveva sulla faccia due bottoni al posto degli occhi, e un gran sorriso.

“Ecco. E adesso ditemi cosa faccio.” bisbigliò fra sé e sé la Malvezzi tra irritazione e sgomento. Parlava da sola, come di consueto. Guardò di nuovo la bambola, appesa al soffitto.

“Non hai proprio niente da ridere, sai!” le ruggì contro, vibrando l’indice nodoso e artritico. Poi ebbe una contrazione delle spalle, già di per sé stesse un po’ incassate per la brutta postura. Riconobbe nei vestiti della bambola quelli di un suo alunno.

“Riboldi! Ma certo!” mugugnò. “Le inventa tutte. Adesso ha provato addirittura a morire, per sfuggire al due. Ma la vedremo, la vedremo.”

“Non sono morto” cinguettò con gravame inesorabile Riboldi, muovendo appena la testa di pezza. I bottoni brillavano, verdi.

“Ah, no?” gridò la Malvezzi. “E allora scendi e fatti torchiare per bene. Non hai voti, questo quadrimestre.”

La bambola scosse la grossa testa e ghignò con le labbra, due spessi fili di cotone sanguinolento.

“Va bene! Va bene! Fai come ti pare! Io me ne infischio.” strillò la Malvezzi, e girò i tacchi, furibonda, verso la sala insegnanti, a gran velocità. Non vedeva più niente, davanti a sé, mentre correva; e finì per investire il collega Adam Perkins, che si rovesciò addosso la tazza di cioccolato e il blocco di fogli che andava portando in giro. La Malvezzi mandò un urlo acutissimo e scostò via con uno spintone Perkins, seminascosto in un turbinio di carta volante.

“Ma sei tu! Che ci fai qui?”

“Porto questi fogli in segreteria.” rispose Perkins con tono gelido, non privo di astio.

“E non può farlo Nitti?”

“Non è qui, oggi.”

“La solita avventuretta del fine settimana?” ruggì la Malvezzi. Era lunedì, e il dopo sbronza poteva benissimo essergli durato fino a quella mattinata.

“Non credo che possa più avventurarsi in alcunché.” disse Perkins, tentando di pulirsi, con un certo impaccio, la giacca con una salvietta umida.

“Cioè?”

Perkins rimase a fissarla, come interdetto. Poi disse:

“Vieni, che te lo faccio vedere.”

La prese per un braccio e la condusse in sala insegnanti. Lì la Malvezzi ebbe modo di notare una bambola distesa sulla scrivania, ben vestita, con un gran sorriso sotto gli occhi azzurri e la stoppa bionda dei capelli.

“E questo che diavolo è?”

“Nitti.”

“Lui…?”

“Si.”

“Ma allora non era un trucco. Prima ho visto Riboldi, ed era…”

“Appeso al soffitto. L’ ho visto anch’io, quando sono entrato.”

“E che aspettavi a dirmelo?”

“Non me ne hai dato il tempo.”

“Ecco! Lo vedi come siamo conciati. Dovevo interrogarlo da mesi.”

“Temo che la faccenda sia più grave. Metà del corpo insegnante è ridotto a scheletri di pezza alti tre metri ciascuno, e almeno da due giorni a questa parte.”

“Avvertiamo il preside.”

“È morto.”

“È diventato anche lui bambola?”

“No, è proprio morto, in senso letterale. Non ti ricordi? Gli studenti durante l’occupazione di quest’ultima settimana lo hanno incontrato che girava per i corridoi e Peratti gli ha segato la gola con i denti.”

“Ricordo Peratti. Ha molta rabbia dentro, quel ragazzo.”

“Vero. Quanta ne avrebbero i suoi assistenti sociali, se fossero vivi. Comunque è successo ormai tre giorni fa. C’è ancora il cadavere vicino al porticato. Lo puoi vedere dalla finestra.”

La Malvezzi si sporse dal finestrone intarsiato della sala insegnanti.

“Oddio, hai ragione. È lì. Ma fa schifo. Telefoniamo a qualcuno perché lo portino via.”

“Non si può. I nostri ex-studenti bocciati ci hanno tagliato i fili per vendetta e hanno nascosto delle trappole vicino al quadro elettrico del primo piano. Ieri la Borghini è finita decapitata da una lastra di vetro, dopo aver provato a ripararlo.”

La Malvezzi guardò Perkins.

“E me lo dici con tanta tranquillità?”

Perkins aggrottò le sopracciglia.

“Come te lo dovrei dire?”

“E che ne so, esprimi qualche emozione. Commuoviti.”

“Servirebbe a qualcosa?”

La Malvezzi si voltò, dimenticandosi di tutta la conversazione precedente.

Perkins uscì dalla sala insegnanti, tenendo dietro alla collega, con passo incerto. Per gli atri deserti rimbombavano pochi sussurri, in una quiete altissima. Molti altri studenti non c’erano più, nelle classi. La Malvezzi, sconcertata, continuò a setacciare le aule assieme a Perkins, finchè capitarono in una stanzetta stretta e cadente. Perkins entrò; uscì dopo pochi secondi e condusse stancamente la Malvezzi davanti al banco a destra della porta della stanzetta. Due minuti prima c’era un alunno: lo avevano sentito parlare e ridere, quando ancora erano lontani, nel corridoio. Ora al suo posto c’era una bambola alta quanto lui, coi colori che aveva lui, con l’espressione che aveva lui, ma muta. Fu dato ai due insegnanti di percepire, come una ventata carica di strane spezie, il profondo inerte dolore che ruggiva fuori dalla bambola sorridente.

3 commenti:

EcceGallo ha detto...

ANCOOOOORAAAAAAAAAAAAAAA

Chiara ha detto...

ma una volta "il mondo nuovo" non era un romanzo di Huxley? questa versione riveduta e corretta da dove salta fuori?

La Zia ha detto...

bellissimoooooooo prosegui!!