mercoledì 26 novembre 2008

Stupidità

Sono giunto alla conclusione che per fare un certo tipo di - diciamo - esperienza artistica - mettiamo: la scrittura, ma anche il cinema, disegnare e via così, bisogna ogni tanto essere stupidi. Cioè impratici, direte voi. No, stupidi. Bisogna non capire certe cose. E' anche così che si crea. La maggior parte della gente in genere agisce con una finalità, conosce il terreno su cui gioca, e prevede gli ostacoli. Io ne sono incapace, perché perdo tempo a vedere le cose che succedono. Lo si vedeva quando ero piccolo: nei giochi di simulazione, tutti volevano vedere una trama concatenata, un giallo, ruoli definiti, scopi: io perdevo tempo ad inventare caratteristiche dei personaggi, discorsi, concetti. Arrivavo a immaginare i personaggi che all'estremo respiro davano il senso della loro vita e poi morivano. Tutte cose che rallentavano il ritmo del gioco in maniera mostruosa - e non avevo inventato nessun intrigo, sfida, concatenazione logica che avesse divertito o stimolato gli altri bambini. Ed eravamo all'asilo. Col tempo le cose sono rimaste sempre quelle, nel senso che tutti si sono abituati al mondo e alle sue piccole carognate, mentre io rimanevo sbigottito a ogni pie' sospinto. A undici anni tutti i miei coetanei avevano capito benissimo come ragionavano le ragazze, anche a livello elementare (se la offendo mi presta attenzione, se la rispetto si annoia); io cercavo di parlarci perché non capivo per niente le loro motivazioni, e ponevo loro domande su ogni minimo comportamento, perché mi confondeva o mi scandalizzava. Ponevo domande a chiunque, ma continuavo a non capire un accidente del perché la gente facesse quello che facesse. "Ragazzi, ho parlato con M., mi sa che me la dà." diceva Francesco nei bei tredici. E io pensavo: "Ma non ha altro da fare? Che ne so, fare una passeggiata? Guardare gli alberi? Mangiare qualcosa? Che razza di noia è stare ore e ore a pensare se dàrtela o no?" Non capivo che tutto aveva una sua logica ed era già scritto che tutti si comportassero così. Non è che non provassi il desiderio, ma non capivo perché dovevo fare tutto quello che dicesse lui. Sai che palle, pensavo, più si cresce, più tutti fanno quello che fanno tutti. E onestamente avevo fastidio a gridare "viva il fascismo" a tredici anni all'uscita dei giardini, così, per dare il panico o il disgusto ai passanti. Non aveva senso, non era divertente, era troppo chiassoso. Prendiamo un problema di matematica. Esiste un metodo per risolverlo, che è rapido, sicuro, e il più logico e completo possibile. Ma una volta trovata la soluzione io non sono felice. Perché non mi sono divertito, e trovare la soluzione in maniera rapida ed efficiente mi ha tolto tutta la gioia di pensare. Pensare è perdere tempo. Con la scienza lo risparmi. Ma non è l'unico modo per stare bene. Negli scacchi fallisco perché non penso a quello che farà l'avversario, non tiro a distruggerlo prevedendo le prime duecento mosse, non gli faccio fare quello che voglio io (come disse un mio amico scacchista). Più stupidamente, mi diverto a muovere i pezzi e ad inventare nuovi modi di dare fastidio, così, come capita, e nessuno sa come finirà la partita dopo le prime tre mosse - mentre la logica del vero scacchista è talmente ferrea che la partita è già decisa all'inizio, a meno che a due mosse dalla fine il geniaccio di turno non s'inventi un matto inaspettato e spregiudicatissimo, e allora si che ci divertiamo. Oppure quelli che contano le carte da gioco mentre si gioca a briscola. Così sanno sempre esattamente quante carte hai tu, quante ce ne sono nei mazzi, e quelle che stanno per uscire. Ma santo cielo, se sono coperte sono coperte! Perché devi sforzarti di scoprirle con la mente? Perché iperprevedi ogni cosa? Non è più rilassante stare a vedere come va? ...soggettivamente parlando, eh.

Per questo dico che per fare arte bisogna essere stupidi. Non tutti gli stupidi sono senza speranza. Chi non capisce si domanda. Anche se non capisce lo stesso, proverà dolore, contraddizioni, angoscia, vuoto. E magari il desiderio di fare ordine e di capire lo metterà alla scrivania, e lì comincerà a capire anche lui. Il logico, il finalista non si diverte in un gioco che non è prevedibile. Se non può essere tutto previsto, calcolabile, vivibile al massimo di efficienza, diventa inutile e noioso. Lo stupido invece preferisce di gran lunga immergersi in un mondo dove - per una volta - è lui che decide come funzionano le cose.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Caspita Giulietto! Sono d'accordo su tutta la linea! Concordo completamente in tutto quello che hai scritto: sembra quasi che tu sia entrato nella mia testa per poi riuscire a mettere in parole quello che penso...
Un abbraccio, Willy

EcceGallo ha detto...

Giulione, lascia l'ascia e accetta l'accetta.