venerdì 19 dicembre 2008

Sinfo (4)


Felix Mendelssohn - Bartholdy (1809 - 1847) è stato definito 'il più classico dei romantici'. A cominciare, credo, dalla sua vita: nato benestante, coltissimo e frequentatore di salotti ancora più colti (Goethe, Heine, gli Schlegel), dotato di una sorella pianista non ignara di composizione, praticò molte attività e sport, fece un matrimonio miracolosamente integro e rasserenante - specie se osserviamo quello, coevo, dei coniugi Schumann - e in tutto questo mantenne un vigore e una maestà di scrittura musicale che lo fece amare dai suoi contemporanei. Nella Sinfonia n.4 in La Maggiore, op. 90, 'Italiana' noi sentiamo la gioia. La gioia di una bella veduta di Napoli con scorcio sul mare, e le femmenelle che cantano e danzano la tarantella sulla spiaggia, e il sole, e il verde delle acque, e la musica che pare buttarsi ridendo da una roccia per tuffarsi nell'abbraccio del golfo. Ma anche la gioia di una bolla felice ed esotica, di un'Italia assolata e ardente. Svoltato l'angolo del primo movimento, ci imbattiamo in una processione, scandita dal battere cupo dei fiati e da temini tristi degli archi. Grazioso minuetto, che deborda in un demoniaco saltarello rapidissimo - chissà che matti ha incrociato Felix nel suo viaggio in Italia, mentre girellava per vicoli.



Invece, Gustav Mahler (1860 - 1911) si godè una vita piena di ansia, dolore, tragedia. Spesso frainteso, frastornava gli ascoltatori con incursioni nel profondo e passaggi apparentemente banali. E' stato detto di lui che - per recarsi in un paese vicino - invece di arrivarci per la via più breve, faceva prima il giro del mondo e poi ci arrivava. I Lieder der Erde (1908) - testi cinesi tradotti disinvoltamente in tedesco -  hanno una forte carica novecentesca: sono costellati di temi languidi, angoscianti, torbidi, terrificanti (compresa una funerea introduzione di fiati e un tormentoso ripetersi degli archi che anticipano il minimalismo di un Glass); la sensibilità dei testi, che oscilla tra Alceo, Orazio, Virgilio e quant'altri celebri disforici della letteratura di tutti i tempi, viene tragicamente interpretata. Sono canti per il vino, per la morte, per l'autunno: una ragazza spensierata sulla riva di un fiume viene colta quasi da un malore mortale nel vedere per la prima volta l'uomo che già intuisce di amare - e l'orchestra le fa eco con poderosi staccati - come se amare fosse un dolore, la fine di un mondo, l'inizio della tragedia della vita.

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