mercoledì 10 dicembre 2008

Via libera

Il problema della fantasia, o se vogliamo il suo paracadute quando si cade da mille metri d'altezza, è la gratuità. Le immagini non tollerano di essere tenute al passo della costruzione logica, e vanno dove pare a loro. Così, nella vita, capita che ci inventiamo duemila storie, e solo venti possono veramente essere raccontate, perché passibili di elaborazione, condivisione, e accoglienza di contenuto - senza il quale, bah.

Io personalmente sperimento ogni giorno una serie di visioni, manco prendessi gli allucinogeni. Con il tempo ho imparato a riconoscere il tragitto, che spesso è simile; ma la sorgente rimane al di là del mio controllo - come è poi prevedibile. Qualche giorno fa ne ho avuta una cui sono stato attento sin da subito, e ho provato a seguirla senza influenzarla, ma badando a dove scantonava nel suo tragitto. I risultati sono stati rivelatori.

Dunque, guardavo la mia doccia da fuori, dopo esserne uscito. Avevo un gran freddo, era notte alta, c'era un gran silenzio. Bene, sul principio mi son detto: sai che palle stare sotto un flusso di acqua che come ti sposti la sensazione di calore svanisce? Bene, sigilliamo il parallelepipedo e riempiamo d'acqua tutto, fino a mezzo metro dalla cima. E questa è stata la base della fantasia. A quanto pare, non mi piace stare in basso rispetto ad un luogo alto, e mi piace l'acqua calda che ti circonda e ti priva di peso.

Mi sarò detto, dentro di me: qui che ci metto? Presto fatto. Sopra la mia doccia non c'è niente, c'è solo il muro bianco. Bene, mettiamoci una lampada, di quelle fatte di due piccole lastre di vetro e plastica, con luce bianca accecante. Proprio in cima. Così la luce piove dritta sopra l'acqua, e crea sulle superfici giochi di fortissimo chiaroscuro - poniamo, sulle pareti della doccia, ma anche se io metto un oggetto direttamente sotto di lei. Io vado ad estremi: luce accecante in un angolo, buio divorante nel resto dell'universo. L'universo oscilla tra un'estrema piccolezza e chiusura (con conseguente estensione massima del microcosmo) e un'infinitismo delirante e senza speranza, dove ogni luogo è nascosto ed introvabile. Vale a dire: o l'universo nella parte alta di una doccia, o l'universo largo quindici miliardi di anni luce, con magari un piccolo pianeta primigenio nascosto nelle pieghe di una nebulosa in una giovane galassia, ricco di acqua e foreste, e in questa foresta a sua volta sta un lago attraversato da mille fiumi, e in un'isola irraggiungibile sta una foresta più piccola, e in mezzo, una creatura non grande, strana e tranquilla vive. Ma sto divagando.

La lampada, ovviamente, scalda l'atmosfera e fa muovere l'acqua, che non stagna mai, ma si scuote tutta, con lento ed inarrestabile moto. L'aria è piena di vapori, che stagnano sopra le acque, e nubi a volte oscurano la vista della lampada a chi è nel mare ribollente della doccia. Però manca qualcosa. Mh. Bè, tra la lampada e l'acqua ci devono essere monoliti a parallelepipedo sospesi in aria, galleggianti, tipo rocce mobili. Sissì, così va bene. Sennò non sfrutto il chiaroscuro... ma così sto pilotando, la fantasia, non va bene... recuperiamo l'incanto spostando lo sguardo... più in alto della doccia, attaccato al soffitto, sta lo stendino. Sei o sette barre attaccate con una corda al soffitto, dal quale ora pendono le coperte dei nostri letti, fresche di bucato. No, dico, sai che effetto di ombra e penombra mi farebbe con la luce? Senza contare il senso di sospensione e il fascino terribile di queste pareti di tessuto, che proteggono, nascondono, scaldano. Mettermi al riparo dietro qualcosa di enorme e avvolgente: questo è un tratto ricorrente della mia fantasia. Bene, a pochissima distanza aerea, ecco profilarsi lo stendino con i suoi enormi tessuti appesi.

Come popolo il nuovo mondo? Anche qui ho notato che la fantasia va per associazioni elementari, se non banali, che poi tocca insaporire a cervello freddo. Così a tutta prima, pensavo ad un popolo che vive nel mare della doccia. Non sirene, però - la sirena non mi viene quasi mai in mente spontaneamente. Però un popolo, per esempio, di musicisti. Vivono immersi nell'acqua come nella musica, che praticano con strumenti acquatici a pelo d'acqua. Colonna sonora dell'ambiente, che - ricordiamo - è caldo e teporoso: BWV 1065, ma anche Il martirio di Santa Cecilia. Il clavicembalo sta bene, porta frescura e definitezza in quell'aria grassa e colorata di vapori. Per la gran parte del loro tempo gli Acquatici danno melodrammi o orge sinfoniche di ore e ore a pelo d'acqua, mentre gli altri nuotano intorno a loro mimando i suggerimenti della musica; oppure se ne stanno a pensare e a dormire, capovolti, immersi nella profondità dell'Acqua, dove tutto diventa più caldo ed oscuro, e la musica si estende nel vuoto liquido sempre più soffusa e distante.

Invece nella lampada - o meglio: intorno alla lampada - volano i Luminosi, che si dedicano alla loro vasta opera di conoscenza e catalogazione dell'Ente. Perlopiù volano nell'eternità che si apre quando lo spazio vicino alla lampada viene inondato della massima luce, a mezzogiorno (la lampada segue cicli di illuminazione): lì cantano, senza strumenti, sfrenate polifonie, ma preferiscono alla musica la declamazione di tutto ciò che imparano. Quando non volano e non vivono in comunione gli uni con gli altri, se ne stanno a meditare sul ripiano più alto della doccia, bianco e stretto, oltre il quale si innalza l'enormità dello stendino. Lì siedono, parlano, mettono insieme volumi e volumi cucendo e ricucendo le copertine e le pagine. Con le mani sanno fare tutto e odiano qualunque processo automatico. Me li immagino simili ad angeli, con le loro ali che vorticano, e vestiti con larghe tuniche bianche. Viaggiano nello spazio, per mesi, per il puro gusto di esplorare, e tornare a riferire; e vivono così, sospesi, tra il vapore e la luce.

La doccia non è sempre stata così; un tempo era vuota, e ospitava una civiltà di commercianti che si spostava dall'Alta Doccia (quartieri residenziali) alla Bassa Doccia (fabbriche, bidonvilles) mediante grandi e lente navi da carico. Poi un cataclisma li costrinse alla fuga, inondando la doccia di acqua. Lì rimasero i discendenti di una specie indigena della doccia, che era stata tenuta da questi commercianti in uno stato di minorità e trattata con indifferenza o arroganza. Costoro si evolsero e si divisero il mondo; gli ultimi commercianti salirono sulle ultime navi e si stabilirono nell'inospitale stendino, che è molto più freddo del resto del mondo. Ma lavorarono duramente, convogliarono verso di esso flussi di vapore caldo che venivano portati dalle correnti generate dalla lampada, che era appena nata all'epoca; costruirono all'interno dei tessuti case comode e accoglienti. Col tempo costruirono nel tessuto anche un palazzo, e lì misero il loro senato. Si procurano il cibo coltivando terreni sospesi in aria in mezzo ai tessuti - la terra l'hanno raccattata dal pianeta di acqua e foreste che dicevo prima (io sono uno che quando ha due fantasie concomitanti, tenerle separate gli dispiace). Essì, la doccia e lo stendino sono immerse al centro esatto di un'immensa nebulosa lontanissima, lontana da qualunque civiltà umana; a pochi anni luce c'è il sistema solare il cui sole ha permesso la nascita del pianeta di acqua e foreste, dove la creatura strana e tranquilla -e non solo lei - vive. Lì i commercianti hanno preso quanto gli serviva. Come? Bè, qualche nave l'hanno tenuta, e nonostante la cultura del viaggio interstellare sia un po' trascurata ultimamente, i loro motori sono ancora in grado di valicare un anno luce al mese, che è velocità ottimale per le loro distanze. Così vivono i Viaggiatori, coltivando la terra, viaggiando qui e lì, e intrattenendo scambi e progetti culturali con gli altri popoli del loro mondo.

Per questi popoli il piccolo è grande. Pochi metri sono una distanza terrificante. Poche cose sono un mondo intero. Il loro microcosmo si dilata al suo interno nell'infinito della riflessione, dell'intimo, del germogliare frattale degli spazi. E così, questo è il mondo. Cinque minuti di spago alla mia fantasia me l'hanno dato, e io lo consegno qui - casomai un giorno qualcosa tornasse utile.

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