domenica 22 febbraio 2009

Elektra di nessuno.

[questo è lungo, ma non è sui dinosauri]



Ho scovato per caso questo video su Youtube: non è importante che lo ascoltiate, perché di per sé stesso, con la sua presenza, contiene un concetto: la crescente imponderabilità del passato rispetto a noi.

Il signor nessuno che compose questa brillante overture per la sua Elektra nella Svezia del 1787 - e neanche a Stoccolma: a Drottningholm: si, neanch'io so pronunciarlo senza inchiodarmi la lingua - non ha fatto la storia della musica come probabilmente sperava. Basti dire che il 1787 è l'anno del Don Giovanni. E però l'asprezza, il tuonare degli archi in accordi inevitabili, quel pianto frettoloso del flauto dritto sopra il vibrato dei violini, l'inseguirsi dell'orchestra, mi rendono questa musica molto gradevole. Sapeva fare il suo mestiere, dai. Ora, da alcuni anni a questa parte chi ascolta musica antica, e non solo, sta assistendo all'espandersi vertiginoso di compositori, che come libri buttati nel fondo di un baule risalgono alla luce e vengono rieseguiti. Compositori bellamente fuori dal canone. Oggi su Radio 3 ho scovato un concerto di Dell'Abaco. Ma chi cazzo è? Un contemporaneo, veronese, di Vivaldi: tende ad imitarne lo stile, lavora a Monaco ed è parecchio stimato. La sua musica non è geniale: ma è terribilmente gradevole, stimolante, godibile al mio orecchio allenato a percepire le minime sfumature di questa musica tardobarocca apparentemente così tutta simile a sé stessa. Sembra che negli ultimi anni i signori nessuno stiano emergendo dalle tenebre come i topi per le viuzze di Costantinopoli. E l'accoglienza è ottima: la nostra overture, qui sopra, ha fior di commenti positivi, e il buon Dell'Abaco è stato molto coccolato dai suoi esecutori.

Quando un modo di fare musica finisce, è il momento di vederlo nel suo insieme. La musica classica non esiste più: bene, ora pensiamo a sentire tutto quello che si compose ai suoi tempi, e inscriviamolo in un progetto compiuto: in un vortice di lusso, concediamoci anche i Dell'Abaco e non sono i Vivaldi. Il passato diventa imponderabile: i nostri genitori avrebbero storto il naso davanti a qualunque compositore che non fosse Beethoven o che non sfondasse i muri del teatro con qualche titanico sforzo del pianoforte: noi, oggi, andiamo matti e per il titano romantico e per il gorgheggio barocco e per la limpidezza classica e per il delirio pantonale e per il truce polifonismo rinascimentale. Può arrivare a piacerci tutta, la musica classica, nei suoi autori maggiori come nei suoi minori. Per questo dico che è imponderabile: il veto di un critico ad un compositore non è sufficiente a non farlo amare da una manciata di pazzoidi in rete, me compreso. Amiamo musica in contrasto con la sua posizione nella storia, proprio come facciamo nella vita normale con i musicisti moderni che ascoltiamo in fondo senza fare caso al giro di accordi: se la musica nasce per darci piacere e per accompagnarci, bè, che lo faccia.

Dell'Abaco o Haeffner non sono, come direbbe qualcuno, "roba da specialisti". Gli specialisti, dopo due battute, hanno già capito che il compositore in questione non è storicamente interessante e smettono di prestargli attenzione. Gli ingenui, come me, danno retta al piacere provato; anche se non si sognerebbero mai di mettere Haeffner sopra Mozart, trovano tempo anche per Haeffner, se gli piace, se calma il nervosisimo e lo schianto dopo una giornata passata correndo qui e lì. La diversificazione degli uomini, l'esaltazione della loro individualità, influenza la scelta dei musicisti antichi, che da pochi titani si espandono anche a individui meno bravi, meno geniali, più pigri, però che dicono qualcosa, nonostante tutto, e se non a tutti, a qualcuno sì.

[pure il finale è strepitoso]


1 commento:

Stephanie・ステファニー ha detto...

Ciao giulione!
Il mio blog non ne vuole sapere di pubblicarmi la risposta al tuo commento sotto forma di commento, quindi la scrivo qua:
Mah, sicuramente è un buon segno, ma non credo vada oltre al fatto che mi sono abituata a vivere qui.
Perchè in un primo momento l'avevo scritto ma poi l'ho cancellato, cioè non va sottovalutato l'impatto che lo studio all'estero ha sulla percezione del PROPRIO paese al ritorno. Tutto quello che posso dire ORA, infatti non a caso il titolo del post, è che sento qualcosa di positivo per il Giappone, mentre quello che sento per l'Italia si affievolisce.
Poi non so cosa intendi tu con "appartenere", ma per me il senso di appartenenza è una cosa estremamente importante. Per me che non ho mai vissuto nel paese in cui sono nata, "appartenere" ad un luogo piuttosto che ad un altro significa "sentirmi" come membro della popolazione di quel luogo e condividerne la cultura, parlarne perfettamente la lingua.. Quindi è vero che fino a mezzo anno fa mi sentivo italiana, ora me lo sento di meno ma continuo cmq a dirlo quando mi presento a persone nuove;non so cosa sono, ora...(vedi titolo blog ahah) ad ogni modo non penso di poter mai dire di "sentirmi di nazionalità giapponese". (Sempre nell'accezione mia personale di "appartenenza") a meno di vivere qua 10 anni? ^^
Quindi in definitiva, anche se è un'affermazione provocatoria forse, la nazionalità è soltanto il passaporto e poco importa del resto, l'identità è chi siamo come persona e il senso di appartenenza sono le nostre coordinate socio-culturali e in quanto tali sono variabili e soggette a cambiamenti (seri solo se si vive all'estero).