domenica 29 marzo 2009

Quelle parole

Ho nutrito, tra i tredici e i quindici anni, l'ambizione di scrivere un romanzo. Centoventi pagine di Don Farnace mi sembravano solo l'inizio. Convintissimo che ce l'avrei fatta, curavo la prima pagina con il titolo in rosso, grassetto e carattere 72, dividevo tutto in parti e capitoli, e cominciavo a scrivere le prime righe. L'incipit lo curavo tantissimo, perché pensavo che anni dopo, conclusa la fatica, sarei tornato con stupore all'inizio del mio lavoro, e avrei pensato: "Però. Chi l'avrebbe mai detto che queste piccole parole preludessero a tanto". Avevo in mano una storia molto vaga, dei personaggi, e un po' d'intreccio e di significati lussureggianti. Qualche mese dopo mi veniva meno la voglia e m'incagliavo.

Perché? Forse a quindici anni non potevo pretendere la costanza di un progetto simile, o un'idea talmente forte e una voglia così prodigiosa da permettermi di stare alla scrivania per anni sullo stesso lavoro. Le mie idee e le mie storie finivano per sembrarmi inverosimili e remote. E soprattutto, a nessuno saltava in mente di darmi una scadenza. Di quegli anni e di quelle centinaia di pagine e di brani riciclati, riscritti, ampliati, mi restano tanti incipit. Ad esempio, quello che descrive la giungla di Anacreon:

"Sorse il sole, e compì un quarto di giro fino a quando si udirono i primi palpiti della vita animale.

Quell'astro così grande, dal nome ignoto e dalla grandezza mai stabilita, iniziò a gettare ondate e ondate di luce e di calore, a guisa di una febbre violentissima che scosse tutto il continente; mostrava contemporaneamente un pallore quasi eburneo, e un giallo intenso e pesante, imperscrutabile; la corona solare era inquieta, come tutte le mattine, e pareva infocata come infocata e umida era la trasparente etra della foresta pluviale."

Oppure questo, più tragico: "Buio. Il Vuoto era buio."  A cui seguiva, nel primo capitolo, questa disgrazia: 

"Nemesis brillava e viveva dimostrando costantemente il suo splendore. Era una stella nana gialla, tendente ad un giallo chiaro quasi bianco e leggermente schiacciata ai poli, molto longeva.
Immersa nel Vuoto, lo allontanava e ne squarciava la veste con una furia febbricitante tipica delle stelle bianchicce ma non delle nane gialle. Facole altissime, fiammate, schizzavano dalla superficie lanciando grappoli di materia fluida incandescenti, e ricadendo poi sulla superficie a chicco di riso, percorsa da macchie bianchicce e giallognole e da bolle laviche."

Tra un capitolo e l'altro, in un lavoro che venne dopo, credo di aver piazzato persino delle ottave di raccordo. Insomma, quello che mi rimane di quei lunghissimi anni è una serie di inizi, mai conclusi; fantasmi, impalcature senza corpo, fondamenta rachitiche per fumose cattedrali di ragazzino. 

Quando riuscirò a finire un romanzo, probabilmente lo consacrerò alle Erinni di questi poveri morti mai nati.

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