mercoledì 6 maggio 2009

il destino

Poco meno di un anno fa, su questa stessa scrivania, finivo Leviathan. La mia creatura più amata moriva, spaccata in due, e le onde la coprivano.


Con me c'era Ilatoppe, sistemata sul mio letto, troppo grande per lei e troppo piccolo per me. Era una serata estiva con le persiane abbassate e un azzurro cupo che faceva oscillare gli alberi della mia finestra, ancora lontani dal taglio. Credo che sdormicchiasse. Io ero curvo sulla scrivania, senza luce di lampada, e ormai la fine l'avevo in testa, quindi scrivevo di fretta. Tutto si svolse in una manciata di succosi, lunghissimi attimi di mare. La morte di Levi, la penultima didascalia, la battuta di Uriel, l'ultima didascalia, la tempesta, la notte, la Sinfonia del Nuovo Mondo che tempestava nella mia testa assordandomi, la parola FINE a lettere grandi, il ghirigoro schizzato con la stilografica, la bocca aperta per il trionfo.

In quel momento ho intravisto un destino. In quel ghirigoro di madre che spinge fuori, in un ultimo colpo, l'investimento più tremendo della sua vita, mi sono visto consumare un'esistenza intera. Mi si perdoni l'ingenuità, ma eravamo io, Ilaria, un teatro e dei personaggi che lanciavano l'ultimo canto prima che calasse il sipario, e io ero un piccolo compositore di provincia, dalle grandi ambizioni e dalle energie tragiche, garbate, colorite, che dava l'ultimo colpo di bacchetta e pregava per l'applauso

per l'amore


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