venerdì 22 maggio 2009

Una giornata

Ultimamente mi sono accorto che quando vado a teatro mi emoziono. In genere, quando assisto ad un fenomeno nuovo, ci metto un po' per capirlo: e se, abbandonata la pigrizia dei primi sguardi, comincio a reagire a quello che vedo, è un buon segno: vuol dire che sono in grado di fruire di quello che sto vedendo come tutti i comuni mortali. Solo, con tempi un po' più lunghi.

Quando il tenore, al Rigoletto, ha sbagliato l'attacco della sua prima aria - e, preso dal panico, è stato molto poco nei tempi per tutto il resto del primo atto, ho cominciato a sudare freddo, mi si sono arroventate le mani e non ho più avuto il coraggio di guardarlo in faccia. Per non parlare di quando ho cominciato a sborbottare in silenzio per la demenziale condotta di Gilda nell'ultimo atto. Mi sono ribaltato dalle risate quando quei due deficienti di Corniola e di Verga, in Much Ado for Nothing, danno il meglio di sé e potrebbero andare avanti per ore a dire "gentile!" e "sia messo a verbale che io sono un asino" e "siete dei MALFATTORI!" e il giudice disperato che gli ricorda che sono gli imputati che dovrebbero fornire il verbale.

Mi emoziono, perché mi ricordo di quando sul palcoscenico ci salivo io.

Una giornata che dovrà concludersi con uno spettacolo è la giornata più densa di senso che si possa immaginare. Tutto è finalizzato a qualcosa, in quella giornata. Ti svegli ad una certa ora, controlli che lo zaino abbia il leggio, la tutina, il copione, lo scotch, l'astuccio, la bottiglietta d'acqua. A scuola - se ci vai - sai che dovrai uscire un po' prima. Se non ci vai, guardi il sole fuori dalla finestra, perché è maggio e gli alberi si stiracchiano di verde. Senti per telefono qualche collega e vi scambiate ridicole ansie o concretissimi piani d'azione sul comprare una certa cosa necessaria per la serata o su dove incontrarsi. Si esce, si va verso il teatro con lo zaino, vestiti leggeri, freschi magari di doccia, e la gente ti guarda e tu sai benissimo dove stai andando e perché ci stai andando - un privilegio che loro forse non hanno, e che leggono in te. Vai a teatro, entri nella sala vuota, e sali sul palco vuoto. Provano le luci. Il regista mugugna seduto su una poltrona, nell'ombra. Nei camerini ci sono i compagni e tutto quello che segue è un vortice di collaborazione, pianificazione, autoincoraggiamento, ricordi - una marea di ricordi.

Poi vai in scena, e godi.

E poi scendi, in preda al torpore del giusto.

Maledetto il palcoscenico, perché molti salgono e poi ne scendono, ma pochi riescono a risalirci con onore. 

E i ricordi non sono sempre innocenti e festosi. Il teatro trasforma i miei ricordi in rimpianti, quando non sto abbastanza attento.

3 commenti:

laura ha detto...

"e un ridere rauco
e ricordi tanti
e nemmeno un rimpianto"

Anonimo ha detto...

Oooh, Giulietto! Vedi? E' il palco stesso che ti dice: "Torna... tooorna... tooooornaa..."
Hihi, scherzo dai. Comunque è verissimo quello che hai scritto.
Ciao ciao!
Willy

Anonimo ha detto...

Vuoi farmi commuovere in ricordo dei bei vecchi tempi? Quante belle cose... Non te ne cito neanche una perchè so che te le ricordi benissimo.
Ti voglio bene, bro.

Elli