domenica 21 giugno 2009

Come dire

Centinaia di volte, nella mia vita, mi sono sentito ripetere di essere spontaneo. Certo, curare lo stile sempre, darsi un po' un tono: ma sostanzialmente, sii te stesso, scrivi di cose che conosci. Nel seguire con serenità ciò che ti interessa troverai una dimensione di agilità e leggerezza e tutti magicamente ti leggeranno.

Basta. Non ci credo più.

Esistono sensibilità che allo stato naturale non possono esprimersi. Non in un contesto umano. Insomma, guardatemi in faccia. Nessuno di voi si è mai veramente goduto i miei post sui dinosauri quanto ho goduto io nello scriverli. Non sono riuscito neanche con lo stile perfettamente livellato, denso e rapido nello stesso tempo, emotivo e distaccato - uno stile di cui mi vanto, il frutto di venti anni di vita - neanche con le mie energie mobilitate al massimo, le mie passioni schierate in campo con la massima sincerità - neanche con tutto questo voi avete capito i miei mangiafelci mentre pensano e vivono. I più si rassegnano nel vedervi celati i misteri della mia involuta interiorità; i meno li leggono con fare divertito pensando a quante cose strane il mondo offra. E invece no, io li scrivo perché godiate a leggerveli, senza retropensieri e controriferimenti, perché i vostri occhi danzino sulla mia bella scrittura. Non lo fanno: non lo faranno mai. Questo mio essere spontaneo è un fallimento.

E Dio solo sa quanti me ne aspettano. Sono stato un bambino solitario e perso nelle sue fantasie. Faccio un'enorme fatica a ragionare per gruppi di persone e mi rapporto veramente bene con due o tre persone alla volta. Ne ho ricavato che non ho il senso dell'umorismo, non so mai cosa pensano gli altri, non so far ridere né dire battute, faccio cose per me insospettabili e normalissime e la gente si caccia a ridere, e io continuo a non capirne il perché, e il mondo mi si squaderna davanti popolato da scimmie sadiche che ridono a casaccio di un filo d'erba, di un cubetto di porfido, di una patatina fritta, di me. Le cose di cui scrivo fanno presa sul mio mondo interiore: per tutto il resto dell'umanità non sono niente. Leviatani, angeli, diavoli, bambole e dei, stelle e giganti, chi sono? Cosa dicono? Vi muoiono davanti, vi strangolano e voi rimanete gelidi. Cosa devo fare per portarmi a voi? Cosa mi manca per tirarvi un ceffone e farvi sentire la pelle che brucia, e pensare "Ecco, questo era Giulione, ho sentito la sua presenza, è vivo, esiste"?

3 commenti:

toppe ha detto...

Leggendo questo post, a ogni riga pensavo: "E' vero. Sì, ha assolutamente ragione. E' proprio così."
Solo alla fine ho avuto una perplessità.

Passi metà post a parlare del fatto che non capiamo i tuoi dinosauri, le immagini che ti appassionano. Ed è vero, per me specialmente.
Poi dici che non capiamo le tue azioni "insospettabili e normalissime", il tuo modo di relazionarti agli altri, al mondo e alle patate fritte, per cui ridiamo di te. E capisco quanto ti senti impotente vedendo gli altri muoversi a proprio agio tra regole sociali che senti come imperscrutabili.
Alla fine, passi a chiederti cosa devi fare per farci sentire la tua esistenza.

Ecco, volevo dirti che, per quanto mi riguarda, non ho bisogno di approvare quello che scrivi, né di vederti conoscere a menadito tutte le nostre stupide convenzioni sociali (viva le patatine nei pub!), né di un ceffone che mi bruci in faccia, per sentire forte la tua presenza ed esserne felice.

martynaso ha detto...

sei così chioccia *__*

Anonimo ha detto...

"il mondo mi si squaderna davanti popolato da scimmie sadiche che ridono a casaccio di un filo d'erba, di un cubetto di porfido, di una patatina fritta, di me."

vedi che hai il senso dell'umorismo? A me fai ridere, spesso. Del mio ti fidi di solito, giusto?... Spesso sei anche troppo raffinato per certa gente che può concepire battute banali e già sentite, e per questo poi non ride delle tue. Ma meglio per te che sei più intelligiente, o no??