venerdì 3 dicembre 2010

Busia Borders (15)

Penso insomma che le mie allieve siano state felici. Abbiamo finito con Edipo venerdì 4 settembre; quando hanno capito che Edipo ha ucciso suo padre e sposato sua madre hanno fatto un oooh! oh my God! che mi ha erudito del fatto che almeno quello l'hanno azzeccato. Credo di avergliela venduta bene, come un giallo, una storia che dobbiamo leggere per capire chi è il colpevole, con annesso colpo di scena: l'hanno gradito, e sono riuscito a far loro comprendere ogni rivolgimento della trama in un numero sensato di ore. Avevo scritto alla lavagna la mappa dei luoghi, le freccine coi percorsi dei protagonisti, e una tabellina con i nomi dei possibili assassini di Laio, come vengono via via proposti nella tragedia: 1) banditi di strada, 2) una fazione ostile, 3) Tiresia e Creonte, 4) Edipo stesso; prima dell'ultima lezione, ho beccato Dorcas che fuggiva al suo posto dopo aver messo un 5) alla lavagna; ho chiesto cosa volesse scriverci, e Brenda mi ha informato ridendo che voleva mettere il suo nome come quinta sospettata. Detto, fatto. Ho scritto: 5) Dorcas. Quando, all'atto di rivelare il meccanismo finale e dunque il colpevole dell'assassinio, ho riesaminato tutte le opzioni e le ho cancellate una dopo l'altra, mi sono fermato sul 5), prima di arrivare a 4) Edipo, e ho detto più o meno Uhm. I don't think that Dorcas killed Laius, don't you? Si sono rotolate dal ridere.

[continua]

mercoledì 1 dicembre 2010

Busia Borders (14)

Poi ho avuto l'illuminazione. Far leggere loro non aveva senso: rallentava mostruosamente il ritmo, e io non dovevo certo valutare se sapevano leggere o capire: non erano bambine, ma ormai liceali. L'ideale era invece – e così ho fatto dalla lezione successiva in poi – leggere da solo, con l'intonazione e la voce di diaframma, tutte le parti, spiegando via via i passaggi e le parole non chiare, in modo da coinvolgerle emotivamente togliendo loro la fatica di leggere da sole un testo che, per chi non ha agio nella lettura, richiede tempo per essere capito e quindi gustato. Levar loro dai piedi l'incomodo di leggere, ha fatto paradossalmente capire loro meglio il testo; era come sentire la radio; hanno riso, sono rimaste stupite, e di tanto in tanto hanno anche fatto qualche domanda.

[continua]

sabato 27 novembre 2010

Busia Borders (13)

La prima lezione non è andata granché bene; nel senso: loro sembravano un po' perplesse e lente, e io ero nel panico, e pioveva a dirotto per cui non si sentiva un cazzo – i tetti del New Hope sono di METALLO, per cui quando piove, sembra un concerto di metal norvegese – ma in fondo, nessun problema grosso. Il giorno dopo abbiamo saltato lezione perché ha ripiovuto di brutto e loro sono tornate da scuola alle sei, che era un po' tardino, ed erano messe maluccio quanto a impegni. Io per parte mia ero disperato su come riuscire a far loro piacere il testo.

[continua]

giovedì 25 novembre 2010

Busia Borders (12)

Così mi è venuto di pensare; e dal 30 di agosto, lunedì, ho cominciato a fare le mie lezioni serali a sei ragazze tra i quindici e i diciassette. Ero speranzoso: Sofocle, anche con quella orrenda traduzione inglese, rimane Sofocle; la storia mantiene intatta la sua potenza arcaica; e se salto i cori e vengo subito agli episodi centrali, andrà benone. Confidavo che avrebbero guardato a questa tragedia – non conoscendo alcun genere letterario – con la stessa umile curiosità con cui guarderebbero un catalogo di bestemmie su San Gioachino, e se si fossero annoiati, almeno la loro noia non sarebbe stata dovuta al pregiudizio che qui da noi accompagna ogni libro scritto dopo gli anni Ottanta. Ero convinto che far leggere a loro il testo, spiegando poi le parole che non sapevano, le avrebbe coinvolte di più.

[continua]

domenica 21 novembre 2010

Busia Borders (11)

Nel Resource Centre c'è una bibliotechina, e li ho trovato, tra le altre cose, alcuni classici inglesi: Romeo e Giulietta, La perla di Steinbeck, Un nemico del popolo di Ibsen, una raccolta di opere teatrali della Penguin. Ho personalmente integrato questa collezione, già di suo non disprezzabile se pensiamo a dove sono e con che disponibilità, facendo un giretto per le librerie di Busia... che chiamarle librerie è far loro un complimento, sono buchi sudici che vendono librini casuali e impolverati dove il prezzo per il musungo di turno e' sempre il doppio di quello reale. All'inizio avevo pensato a testi come la Fattoria degli Animali, o l'Ispettore generale di Gogol'; ma poi ho dirottato sulla raccolta di opere teatrali, dove un titolo (il secondo dell'elenco) mi è all'improvviso balenato sotto gli occhi come una promessa di salvezza: l'Edipo tiranno. Questo è il testo che leggerò per i seniors che vorranno darmi retta. In fondo è la storia di un orfano. La Grecia micenea non è poi tanto diversa dall'Uganda oggi: bigottissimi, la famiglia e la tribu' vincono su tutto, tanta tanta sfiga e bimbi che pagano per le colpe dei genitori. E poi, che diamine, si suppone che io me ne intenda, di questa roba. Senza dire che è breve, non ha troppi personaggi, e posso cavarmela in una settimana, per non far troppo soffrire i miei alunni.

[continua]

mercoledì 17 novembre 2010

Busia Borders (10)

Augustine è il responsabile del microcredito. Va in giro per le campagne di Busia a spiegare a donne povere in che modo possono lavorare per guadagnarsi da vivere. Poi gli ammolla una banconota da dieci scellini, e via. Credo che il suo successo dipenda dal modo che ha di porsi; immaginatevi Fonzie, nero, a cinquant'anni, alto due metri e venti e calvo. E con un sorriso invincibile, che non cala nemmeno quando posa lo sguardo sul figlio minore, malaticcio e non molto allegro. Come a dire che passeremo anche questa. Io, se mi cadeva lo sguardo sulle macchie nelle gambe del piccolo Conaston, ridevo pochino; ma io sono un musungu.

E' stato Augustine, comunque, a ripetermi un proverbio che sull'Equatore va molto di moda: se vuoi nascondere qualcosa ad un africano, mettilo in un libro.

La loro cultura libresca, vessata dall'obbligo di spararsi tredici anni di scuola in inglese, umiliata dall'inesistenza di libri in ugandese, e costretta comunque ad una tempistica che sia rispettosa delle necessità materiali che ancora li premono molto più di quanto non premano noi, è quasi inesistente. L'unico libro che aprano senza averne una stretta necessità per un esame in corso, è la Bibbia, il che la dice lunga sulla vastità dei loro orizzonti.

Ken e Fred sembrano rendersene conto. Fred da grande voleva fare il biblista, e nella sua stentorea figura di pastore protestante, è ancora in grado di citarmi qualche parola greca. Sta di fatto che da un po' di anni meditano sull'endemica debolezza culturale del loro paese. Ken mi ha chiesto che ne pensavo di una creative writing class... che avrei anche tenuto volentieri, se non che:

1) Per la scrittura creativa non ammetto scuole di sorta
2) Vogliamo creare l'ennesimo inglese letterario-coloniale? L'Ugandese è la loro lingua vera, quella che usano quando parlano tra loro. Non amano l'inglese, non lo sanno usare, non se lo godono. E' in Ugandese che dovrebbero scoprire la scrittura.

[continua]

lunedì 15 novembre 2010

Busia Borders (9)

Dai dodici anni, dopo il settimo livello delle Primaries, i ragazzini, se dimostrano di sapere a memoria una serie di nozioni sull'inglese, passano alle Seniors, che durano sette anni. Lì, chiaramente, non potevamo intervenire. Mi sono visto a spiegare chimica davanti a una lavagna muta ed è stato abbastanza inquietante.

Cathy era ben contenta di insegnare ai bimbi delle elementari; oltre all'inglese, ne sapeva anche di matematica. Per quanto riguardava me, se la logica del volontariato è che metti sul piatto quello che hai... cosa potevo avere, io, a parte una forte dimestichezza con qualsiasi tipo di testo scritto nonché una buona dose di gaudiosi misteri linguistici?

Ma insegnare alle sole elementari non pareva sufficiente a Ken, il direttore dell'orfanotrofio (Becky, la figlia di Augustine, lo ha definito overlord. Non avrei saputo dir meglio); tanto più che le elementari cominciavano a dieci giorni dalla mia partenza. Nella settimana che precedeva le elementari, che si poteva fare? Mi è stato quindi chiesto di procedere ad un reading di una settimana, da tenersi a beneficio di alcuni dei seniors del NH, quando fossero tornati da scuola; cioè, dalle cinque e mezza fino alle sei e mezza, che è più o meno quando cenano e fanno il bagnetto ai più piccini.

[continua]

sabato 13 novembre 2010

Busia Borders (8) - Cathy, sweetie, how I miss you.


L'altra volontaria, Cathy, e' una bella ragazza del Maine, una sociologa di 22 anni, molto brava coi bambini e molto energica. Ho colto nel suo aspetto certe curiose somiglianze: capelli ricci – mezzi biondi, sorriso aperto, occhi che vanno a mezzaluna quando sorride;per completare il quadro ci vorrebbe il naso a becco, ma purtroppo non c'era; c'era invece un naso normale, elegante e mai invadente. Cathy è quel che si dice una ragazza di campagna; quattro fratelli, una famigliona adorabile di contadini, e una laurea in Sociologia. Ad Harvard. Quando si dice che la gente vuole farti sfigurare.

Ci sa fare coi bimbi per vocazione e anche un po' per professione; abituata a gestire di tutto e sempre piena di idee in testa. Adesso sta probabilmente dissodando dieci metri quadrati di terreno al NH per farci un giardino dove piantare certi frutti commestibili, per avere un'altra fonte di cibo. Ci sa fare molto anche con la zappa, come dirò. Mi ha dato suggerimenti preziosissimi per capire cos'è un bambino e di che cosa ha bisogno; e credo che, nel corso del nostro mese, siamo arrivati a parlare con una certa franchezza. All'atto di partire ci siamo inconsapevolmente scambiati una lettera di arrivederci-tu-che-vai e arrivederci-tu-che-resti; la mia deve esserle piaciuta, immagino; penso che custodirò la sua per sempre nel cuore.

Tra parentesi, un bel giorno le ho chiesto com'è il mio inglese. Lei non sta troppo a pensarci su. Uhm... sometimes I realize we use the same word with a different meaning, but... basically, very good.

E non dovrei sposarla?

giovedì 11 novembre 2010

Busia Borders (7)

In seguito potrebbe accadere di tutto: potrei andare alla Computer School, dove controllo le email, dò una mano a Busiesi nei guai con i computer, e fotocopio i testi per le lezioni; o potrei andare al New Hope a giocare coi bimbi o a rimettere in ordine la bibliotechina dell'orfanotrofio, o a chiacchierare coi ragazzi grandi, e le stesse cose fa Cathy. Pranzo a casa, poi le medesime cose fino alle 5:30, ora in cui i bimbi fanno il bagno e poi mangiano. Noi torniamo a casa, relax, cena, chiacchiere, e alle nove io dico buonanotte a tutti. Non e' andare a letto presto, per loro: mi seguono nel giro di una mezz'ora. Doccia fredda in un bagnuzzo minuscolo, denti, pigiama e nanna, con un buon libro e una torcetta. Naturalmente, in tempi di scuola, la mattina e il primo pomeriggio sono occupati da lezioni; il resto del tempo lo dedichiamo ai bambini.

[continua]

martedì 9 novembre 2010

Busia Borders (6)

Svegliarsi è qualcosa di molto strano, lì. Non mi sono mai svegliato, che io ricordi, al canto del gallo; ma qui tocca farlo, perché il distretto è una specie di gigantesco pollaio, ed è impossibile non sentirne gli abitanti gracchiare a tutte le ore del giorno. E davvero gracchiano quando vedono la luce; apro gli occhi, e vedo dalla finestra la campagna soffusa di questa luce azzurrina, come se il fresco della notte si fosse posato come un velo sulle cose, e stentasse ad abbandonarle.

Appena sveglio, mi vesto, vado in bagno, mi sciacquo la faccia, cerco di rendermi presentabile davanti allo specchio, per una manciata di secondi – e poi vado nella sala principale della casa e aspetto che la colazione sia pronta. Fanno tutto le donne; tu, come uomo e come ospite, sei dissuaso a sberleffi dal fare alcunchè. A poco a poco arriva gente, si sistema sui divani o sulle poltrone, chiacchiera e prende quello che vuole dal tavolo dove viene servito il cibo (che per colazione comprende pane, burro, marmellata, te' caldo).

Il concetto di riunirsi a un tavolo per mangiare non esiste: tutti mangiano seduti da qualche parte, senza coltello e senza tovagliolo, una mano a reggere il piatto e una la forchetta.

C'è anche il latte, a colazione. Sono stati abbastanza fuori di cranio da propormi il cacao nell'ACQUA, ma gli ho detto quelle seicento volte che VA CON IL LATTE, e dopo un po' l'han capita. Come tutte le cose africane, la colazione prende qualche ora, spezzettata com'è in chiacchiere, giochi a carte coi bimbi di casa, lettura o appunti. In tempi di scuola, semplicemente si salta la colazione e si va all'orfanotrofio per fare lezione ai ragazzi, con profonda sofferenza di zia Gladys, la cuoca, che ci tiene tanto che noi mangiamo i vagoni di roba che prepara.

[continua]

lunedì 8 novembre 2010

Busia Borders (5)

La mia giornata tipo è molto varia. Tendenzialmente mi sveglio tra le 6 e le 7 del mattino nella mia cameretta; quando non c'è Peter, sto solo, essendo io l'unico volontario maschio in circolazione. Una mattina, spinto dal senso del dovere, e ancora non avendo compreso concretamente i meccanismi dell'Africa, mi sono svegliato alle cinque per poter fare lezione alla sei, come da orario. Dirò poi com'è finita: c'è da ridere. In genere mi ritiro nella mia stanza dopo cena, alle otto e mezza, e alle nove e mezza – dopo una doccia breve e fredda, cui però non manco mai – sono sotto le coperte con un buon libro, naturalmente sovrastato dalla mia zanzariera, che guai se non ci fosse, e tanto insetticida (mi sono addormentato per un mese con un sapore di dolciastro in bocca). Non è un problema coricarsi presto; qui lo fanno tutti, e poi in genere arrivo a cena che sono uno straccio.

[continua]

domenica 7 novembre 2010

Busia Borders (4)

Sono stato lì per un mese, cioè a dirla tutta quattro settimane e quattro giorni; bisogna distinguere essenzialmente tra le prime due settimane, in cui non c'era scuola, e le ultime due più i quattro giorni; di queste due, la prima ha visto cominciare le Senior schools, il liceo – e in questa terza settimana ho dato lezioni a dei seniors fuori dall'orario scolastico; la seconda, che per me era la quarta, più gli ultimi quattro giorni, sono cominciate le Primaries: le elementari, e anche lì, per una decina di giorni, ho potuto fare lezione, stavolta all'interno dell'orario ufficiale. Nelle prime due settimane, quando non c'era scuola, mi sono rotolato nel prato con una ventina di bimbi. Non che dopo le cose siano andate diversamente; però avevamo, sia io che i bimbi, meno tempo di rotolarci.

[continua]

venerdì 5 novembre 2010

Busia Borders (3)

Infine, nel centro di Busia, a Majanji Road n. 37, sta la Computer School.

E' stata un'idea di Chris, il biondo nordamericano che e' stato qui pochi anni fa, quando ancora l'orfanotrofio era un nulla che lottava per sopravvivere.

E' capitato qui per caso; è rimasto folgorato, e si è dato al New Hope. Nel senso che è tornato in America, ha chiamato una frotta di sponsor, e ha organizzato, con quei soldi, la costruzione del recinto dei maiali, del pollaio, dei campi, della scuola e della Computer School. D'altronde Cathy è qui perché lo conosce, e dopo la mia partenza, sarebbero calati in Uganda quattro volontari dall'Arizona – in un paesino dove i musungu sono rarissimi, e gli italiani, credo nemmeno mai stati. Mi hanno raccontato che Chris è tipo il quarto studente più sveglio d'America; il suo viaggio in Africa era garantito, come i suoi studi, da una borsa di studio speciale dell'esercito. L'ho anche conosciuto – era di passaggio a Busia in quei giorni. E' un ragazzone biondo, con una voce stentorea, più della mia (sarebbe stato un buon baritono), alto due metri, dalla parlantina svelta ed energica, e con, a quanto pare, un unico difetto – vota repubblicano. D'altronde, per sua stessa ammissione, ha scelto di aiutare il New Hope perché ammirava lo spirito cristiano sviluppato dai ragazzi, che si aiutavano tra di loro.

La Computer School è a una quindicina di minuti di cammino dalla casa e dall'orfanotrofio, e serve da raccoglitore di fondi, nel senso che paghi la connessione e le fotocopie che devi fare e il ricavato va al NH. In più, per gli studenti o i Busiesi che sono interessati, c'è una scuola per computer con parecchi livelli.

[continua]

mercoledì 3 novembre 2010

Busia Borders (2)

Al New Hope ci sono orfani dai 3 anni ai 22 (quando stanno per andare all'università, a Kampala). Hanno una matron,una donna, che li segue e cura i più piccoli: non ho idea del suo vero nome, o non me lo ricordo; per noi è sempre stata Mama New Hope. Con le loro braccia coltivano un campo di mais e uno di patate a venti minuti di macchina dall'orfanotrofio; tirano su un pollaio e un recinto di maiali; hanno un "Resource Centre" che è nei fatti una bibliotechina, con giocattoli di ogni sorta - e prima che arrivassimo io e Cathy, l'altra volontaria, ridotta da fare schifo. Dormono in due ampi dormitori, uno per i ragazzi e uno per le ragazze, rigidamente separati. Il resto del terreno occupato dall'orfanotrofio comprende un vasto prato, un coso informe di mattoni che hanno il fegato di chiamare "aule", dove i bimbi dell'orfanotrofio, e altri bimbi che vengono da fuori, ricevono le lezioni da insegnanti i cui stipendi vengono, immagino, pagati dagli school fees degli studenti non-orfani. Della cucina e della pulizia si occupano più o meno tutti, ma le ragazze sono le privilegiate. Sono anche generalmente più curiose e meno timide rispetto ai ragazzi, che tendono a starsene sulle loro.
Nell'orfanotrofio non c'e' spazio per i volontari, anche se molti bambini ogni sera ci chiedevano/ordinavano: You sleep here. A pochi metri dalNew Hope c'e' una casa, non ho capito esattamente di proprietà di chi, sempre rifornita di cibo e con una decina di posti letto, dove mangiano e dormono tre famiglie: quella di Ken, il direttore dell'orfanotrofio (con moglie e due figli); quella diAugustine, il responsabile del microcredito (moglie, che non c'era quasi mai, e sette figli; ne ho visti concretamente quattro); quella di Fred, un pastore protestante e buon amico di Ken (moglie e due figlie); e in piu' amici, orfani e parenti a casaccio. Li' sto io, spesso in camera con Peter, il bambino mai cresciuto.

Mi viene in mente che per descrivere le aule ci vorrebbe un immagine.


...ecco qua. Tu prova a perdere un gessetto nell'aula P5. A titolo informativo, credo che la ragazza nell'angolo sia Hadija che dà due dritte a Gerald su come rispondere alle domande che avevo dato il giorno prima.

[continua]

lunedì 1 novembre 2010

Busia Borders (1)

Càpita, a volte, che uno dica per anni che farà una certa cosa. Lo dice e lo ridice duemila volte, un po' a chiunque. Gli amici cominciano a non farci più caso, e sarebbero pronti a scommettere che non è un suo vero desiderio, ma un po' di fumo che cerca di fuggire dalle rovine in fiamme dell'adolescenza, e salire al cielo. Lo dice tante di quelle volte, che ormai è quasi certo che non la farà, questa cosa.

E il giorno dopo averlo detto per la duemileunesima volta, eccolo sull'aereo.


Mi hanno sistemato al New Hope Orphanage, che sta a Busia, un villaggio – ma dirlo villaggio è duro. E' una strada con delle case intorno, alte non più di un piano, unte, calde e strette – ed è al confine tra Uganda e Kenya. Siamo comunque in Uganda, anche se a pochi metri dal border. Mi dicono che in Kenya è un altro mondo, ma non ho mai avuto modo di appurare. In particolare, m'informano che il Kenya è un pezzo di roccia, mentre qui è Bengodi. Quando sento sotto i miei piedi la terra rossa del Nilo, che si gonfia e crepita se ci metti una goccia d'acqua, e tutto il verde che ho intorno, capisco cosa intendono dire.


Busia è il villaggio che dà il nome al suo distretto, il Busia District, appunto, dove stanno qualcosa come 49.000 orfani a piede libero (non negli orfanotrofi). La regione è un distretto di contadini e commercianti, in alcune zone piuttosto benestante; ho visto gente in giacca e cravatta, una banca e un supermercato; ma appena ti inoltri un po' più in giù per la strada principale, trovi cose un po' più problematiche. Sul bordo della strada c'era un mucchio di spazzatura e oltre alle mucche, vi sedevano come su una sdraio a prendere il sole, delle persone. I ragazzini di strada corrono in giro; uno mi si avvicina, e un altro gli cammina addosso, travolgendolo. Per tutta risposta, l'altro fa per tirargli una pietra grande come una mano. Mi è stato impedito di vedere il seguito; ma mi hanno chiarito che probabilmente non sarebbe successo niente di che.

Per essere la prima settimana, ne ho viste, mi son detto.

[continua]

mercoledì 28 luglio 2010

Paradossi.

Apostolo Zeno, Ambleto, I, 1.

Portici interni della reggia.
Fengone assalito da Sicari, e Gerilda da un'altro lato con Guardie.

FENGONE
Ah traditori! Olà, Custodi, aita.
GERILDA
Al vostro Re? Felloni,
Vi costerà la vita.
FENGONE
Inseguitegli, o fidi, e nel lor capo
Recatemi un trofeo del valor vostro.
Per te vivo, o Consorte.
GERILDA
hhhhhhhhhhhhhhhhhhhh (Iniquo mostro).
FENGONE
Tanto deggio al tuo amor.
GERILDA
hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhDì al mio dovere:
Che in me trovi la moglie, e non l'amante.
FENGONE
Sposa d'un anno ancor nemica?
GERILDA
hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh Ancora
L'ombra vien d'Orvendillo, il morto Sposo
A turbar nel tuo letto i miei riposi.
Quel che stringi, ei mi dice,
E' 'l carnefice mio. Queste ferite
Opre son del suo braccio;
E se no'l vieta il Cielo,
Quel braccio istesso alza già il ferro, e in seno
Già lo vibra d'Ambleto, il caro Figlio.
E tu, barbara Madre, empia Consorte,
E lo soffri? e lo abbraccj? O Dio! Da gli occhj
Si dilegua frattanto
L'ombra col sonno, e sol vi resta il pianto.
FENGONE
Ah! Gerilda, Gerilda,
E quai sonni trar posso
Se non di amor, di sicurezza almeno
A te nemica in seno?
GERILDA
Odi, Fengon. Son tua nemica, è vero.
Bramo il tuo sangue: bramo
La mia vendetta. Esser vorrei tuo inferno
Per dare a me più furie, a te più doglie;
Ma con tutto quest'odio io ti son moglie.

Nel tuo sen, crudel, vorrei
Vendicare il mio dolor,

Ma si oppone a' sdegni miei
Quella fede che ti diede
La virtù, non mai l'amor.
(parte.)

lunedì 26 luglio 2010

Parliamone

Secondo me, mi avete scambiato per qualcun altro.

Non penso di farmi così tante complicazioni come voi dite.

Per esempio, non ho idea di cosa sia la filologia classica. So molte cose, ma non certo quelle. Non chiedetemi di ricordarmi le facce o i fatti di animali morti da tempo. Questo nella vita non mi serve. Distinguo tra quindici tipi di piante; so individuare quelle velenose, e quelle buone; so in quale stagione si mangia il ginkgo; riconosco la forma dei licopodi anche nella semioscurità; so avvertire il profumo di un equiseto a tre chilometri di distanza, e so anche che significa acqua. E non penso nemmeno di averlo imparato. L'ho sempre saputo.

Non so cosa sia cantare. Coi miei simili c'intendiamo a sibili e sbuffi. Quanto alla musica, se sento una pietra che rotola, è un assassino, non un piacere, e devo mugghiare, sbattere i piedi, agitare gli artigli – non applaudire, no.

Dite che se sto troppo su due zampe, il peso degli organi compromette il loro funzionamento? Ma questo me lo dite voi, io so solo che se mi alzo su due zampe, non posso stare alzato a lungo, che poi mi fa male il petto. E non ricorderò il motivo che mi avete spiegato.


Angosce? Ma no, cioè... quando ci sono ci sono, e se se ne vanno, vuol dire che me la sono cavata. Prima o poi ne verranno altre, e poi un giorno non ne avrò più, per sempre. Quando vado in giro per i tappeti di felci in pianura, vicino al fiume, non è che pensi all'angoscia. Penso alla terra, ai sassi, alla felce che mi farà tirare a sera anche stavolta.

Amici? Il concetto è troppo complesso per meritare un'indagine. Sto insieme con i miei simili, perché ci sono, come fossero i sassi in una pianura. Uno cammina e sta attento a non calpestarli, o inciampa e si fa male.


Odio? Si, per forza. Ma non sto a far distinzione. Se mi minacci, chiunque tu sia, avrai i miei artigli. Due sberle, e posso riappoggiarmi sulle quattro zampe. E mi dimenticherò di te, subito.

Morire?

La mattina salgo sulle colline, dove fa più fresco, e mi nutro, e cammino, cammino senza fermarmi. La sera, scendo a valle, al fiume, al lago, a bere, e tutto è rosso e le ombre sono lunghe – spesso vibro un colpo d'artiglio dove non c'è che aria. La notte, mi corico e dormo, in mezzo alle pietre, e sono una pietra – respiro pianissimo e non sogno mai.

Tutto questo un giorno dovrà finire. Ma io non ci penso. Non penso praticamente a niente.

Per questo dico, che mi avete confuso con qualcun altro.


[Als ob das Meer sich trennen soll]

giovedì 3 giugno 2010

J'accuse.

Per chi non mi conoscesse ancora, sono uno spaventapasseri; e vivo in mezzo a un campo di granturco, talmente vasto, che i miei occhi, che son poi due bottoni, non arrivano a carpirne l'immensità. La stoppa di cui sono fatto è vecchia, e gli orli me li stropicciano i corvi con il becco, ma a me non dà fastidio; mi sorregge anzi la pacifica convinzione che starsene qui fermi a contemplare sia una scelta sensata.

Poi una notte mi ha colpito un fulmine, e sono andato in fiamme come un cerino. Il fuoco non si è appiccato al granturco che mi circonda, perché attorno a me, negli anni, è andato scavandosi nella terra un buco a cerchio, poco profondo, un po' per la mia troppa voglia di non dar fastidio, un po' per la poca voglia altrui di beneficiare della mia protezione – e sì che in vita mia ho attirato molti corvi e cornacchie che si sarebbero buttati altrove, non ci fossi stato io.

Sapeste com'è strano il granturco. Più io brucio, più lui diventa freddo. Arrivano, le mie fiamme, ad un livello di luminosità tale, che il granturco smette di vederlo. Non ho capito se faccia finta o non lo veda davvero; questa scena il granturco la recita spesso, si chiama Aiutiamo lo spaventapasseri a cavarsela da solo. Il granturco è anche molto spiritoso: una pianta o due mi fanno notare che forse dovrei scegliere altri metodi di comunicazione. Altre mi elencano i motivi per cui non possono esserci per me, ma per le altre piante, certo, subito. Altre perdono tempo a scusarsi del fatto che quella sera proprio non potevano, erano tanto stanchi, avevano altri amici, altri gruppi, altre cose più interessanti di me. Altre mi ricordano che avrei dovuto crearmi una rete di piante, così da evitare che accadessero incidenti del genere.

Va bene, non sono poi così vecchio come spaventapasseri, posso sempre ricominciare da capo, e spegnere il fuoco. Ma poi, cosa mi aspetta? Ricordare gli anni che mi hanno portato al fuoco? Pensare agli sbagli che io ho fatto e il granturco no? Ripensare alla freddezza degli affetti altrui, alla loro insufficienza, alla loro sordità? Il futuro non è appetibile – è rovinato sin d'ora.

Ma non farei prima ad andare in cenere, e smettere per sempre di tener lontani i corvi?

mercoledì 2 giugno 2010

Spiacente, ma

non posso contare su di te.

E nemmeno su di te.

O su nessuno di voi.

C'è chi si è stancato, c'è chi mi evita, chi mi rimprovera, chi mi confonde le idee, chi mi ha deluso, chi non ha risposto come doveva. Non so nemmeno chi siete, o se ancora ci siete, o se ci siete mai stati. Dai, non fate finta di negare. I tre quarti di voi mi stanno dicendo con gli occhi che è inevitabile che d'ora in poi siano affari miei. Devo avere pure letto da qualche parte che una persona infelice è socialmente inefficiente e chiusa, perché è concentrata in sé stessa, e nello sforzo di dominare la sua emergenza. E allora come rimproverarvi.

E siccome ci sono rimasto male per la vostra assenza, questo m'insegna

Che non è da voi, purtroppo, che deve dipendere il mio rimanerci male.

Se così fosse, ogni volta che voi uscite con gli amici, avete una relazione, ridete, io vorrò uccidervi. E capite bene che, prima di compiere ventitré anni, dovrò pur superare i tredici.

Per cui, d'ora in avanti, rimane tutto in famiglia.

Ma che mi credevo, che la crescita era una cosa collettiva?

giovedì 27 maggio 2010

Allenamenti

Per tenere allenato il cervello, e soprattutto per non perdere la dimestichezza con le parole e con la musica che ne viene fuori, spesso compongo in una lingua che non è la mia. La scelta non è poi così ardua: inglese, latino, greco di rado perché non ho lessico, e tedesco a livello elementare. Lo sforzo di mettere insieme parole di cui non conosco a menadito tutti i significati e il contesto, mi costringe a essere breve, preciso, a ricontrollare infinite volte, a rifare tutto daccapo se non mi soddisfa, e a cercare sul dizionario una miriade di significati per essere veramente sicuro che sto dicendo quello che voglio dire (e per non ridurmi a usare una parola corretta, ma inadatta al contesto). Il contatto con le parole - non con frasi o periodi, ma con le minime parole, lì, presenti nella loro fisicità - mi ricorda con cosa ho a che fare ogni volta che prendo la penna in mano.


Chi di voi ha letto Viaggio al centro della Terra forse non si ricorderà le righe latine che Verne fa scrivere al suo islandese del Rinascimento, Arne Saknussem:


In Sneffels Yokulis craterem kem delibat umbra Scartaris Iulii intra calendas descende, audas viator, et centrum terrestre attinges. Kod feci. Arne Saknussem.


Un punto a Verne per aver simulato benissimo il latino 'di servizio' e dall'ortografia fonetica che verosimilmente doveva possedere uno studioso nordico di quel tempo. Mi sono detto, rileggendola: come sarebbe in esametri latini, magari iscritti su una pietra, proprio sul sentiero che porta allo Sneffels?


E dopo tre ore, due dizionari consultati, e una decina di fogli consumati dall'inchiostro, ecco una prima versione del messaggio di Saknussem:


In Sneffels Yokulis craterem, non tibi notum

Ni tetigisset eum Scartaris uerticis umbra,

Planitierum cum tepefecit Iulius aequor,

Inque suis descende, audax peregrine, calendis:

Attingesque, diu tenebra uolitatus in atra,

Centrum terrarum: ted adloquitur qui fecit,

Arne Saknussem, glacie spatians Islandae.


Mi si perdonerà la costruzione non correttissima di spatior con l'ablativo semplice, il genitivo plurale non attestato di planities, il vistoso arcaismo ted, la i di tepefecit breve, e l'uso disinvolto della prosodia dei termini non latini; ma qualche licenza potevo pur prendermela. D'altronde, questa è solo una prima versione.