sabato 23 gennaio 2010

Il fulmine (19)

OTTAVIA (confusa) Non è che lo so – voglio dire, ad un certo punto, mentre vi guardavo in faccia, mi è parso che lo diceste.
LOCUSTA Stavo pensando a lui, ma non ho aperto bocca.
OTTAVIA (seria) Voi fate questo lavoro perché lui è morto. No?
LOCUSTA (confuso) Augusta –
OTTAVIA (secca) Non sono Augusta. Sono una piccola cosa con quattro gambe, e Ottavia è una filastrocca per i servi ed i bambini. Perché vostro fratello è morto? E quando?
LOCUSTA (rimugina) Dopo la morte di mia madre, mio fratello e sua moglie – che non avevano figli, e da molti anni vivevano a Roma – mi presero a vivere con loro. Andavo per gli undici anni, ed era tutto bellissimo. Abitavano proprio qui vicino: questa vecchia basilica era il laboratorio di mio fratello, che faceva il mestiere che io ora faccio: è stato lui ad insegnarmi tutto quello che so. Voi capite, lo adoravo, ed ero un ragazzino. Un giorno, pochi anni fa, lui si rifiutò di consegnare un veleno ad un cliente – perché aveva scoperto per cosa gli serviva, e se ne era vergognato. Ma era un momento difficile; e mia cognata, che temeva che saremmo morti di fame, rivelò al cliente il nostro indirizzo, perché venisse e si prendesse quello che gli serviva. Lui arrivò, uccise mio fratello e mia cognata, e mi trascinò qui dove siamo ora, per i capelli, gridando che se non gli davo il veleno uccideva anche me, e bruciava tutto.
OTTAVIA Ma voi ora siete vivo.
LOCUSTA E lui no. E ora, solo voi e Agrippina sapete dove abito. Mi ritrovai povero e solo, e così nacque la Locusta.
OTTAVIA (mossa) Povera Locusta. A te piace tanto ridere.
LOCUSTA (turbato) E scherzare, e saltare, e correre, e darti una carezza, così. (esegue) Ma è la carezza della Locusta, piccola Ottavia. Neanche un fulmine, ormai, può spaccare l'albero della mia vita. Andrà verso l'alto, e non cambierà direzione.

rientra Agrippina trionfante.

[continua]

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