venerdì 1 gennaio 2010

Precipitare

Mi capita ormai abbastanza spesso, nei miei giri di volantinaggio, di recarmi in periferia, dove stanno gli edifici più nuovi. E non c'è volta in cui io non mi fermi a guardare, per qualche silenzioso minuto, uno di quei rettangoli di cemento, spessi decine di finestre, che se ne stanno all'orizzonte, a suggerire un'enormità incalcolabile.

Sono mattine d'inverno, quando il cielo è grigio, e la luce delle nuvole mette davanti ai miei occhi la sagoma scheletrica dell'albero che dorme e il grattacelo che vive sempre. Mi fermo e lo fisso. Le grandi altezze sono qualcosa che mi prende dal profondo. Le cerco in solitudine, perché non mi riesce di fissare il vuoto sotto di me in compagnia. Quando mi sporgo su una parete che si precipita verso terra, sono sempre solo. Ho paura, ma mi nutro di quella paura ogni volta che posso.


Non sono mancati momenti di particolare astrazione, in cui mi sono chiesto che succederebbe se una mattina io volassi giù per il baratro. Sul perché, non mi interrogo mai; distratto e goffo come sono, inciampare e precipitare sono avvenimenti sempre in agguato, anche allontanando ogni pericolosa malinconia. Quel che mi rende e mi ha sempre reso perplesso è la conseguenza di questo avvenimento – cessare di esistere.

E una mattina, mentre pensavo a tutti i progetti e a tutte le ansie e a tutte le delusioni, mi ha attraversato la mente – come un fulmine – una risata.

Era la risata conseguente al mio volo. Un fiotto di risate che schizza da chi mi osserva come sangue da un'arteria mozzata dopo una corsa. Eccolo là, il volatore distratto. Ha perduto la sua battaglia, si è rotolato per terra sotto un cespuglio invece di arrivare alla fine del percorso. Ora nulla di ciò che è andrà avanti – tutto quello che era sparisce, e noi lo dimenticheremo, e anche il nostro dolore se ne andrà; lui non potrà farci niente. Rimarrà di lui una sonora risata, nel vedere a cosa conduce la paura, lo sfrenato egoismo, la goffaggine di una breve, ingenua esistenza. Mettiamo uno specchio, là dove lo seppelliranno, il segnale della vanità – così da far capire a tutti che non era un uomo, era un soffio di vento, che neppure si sentiva.

Allora mi ha preso una rabbia immensa. Ooh, nonono. Troppo facile uscire di scena in questo modo. Io detesto che si rida di me, con tutto il rispetto per il prendersi meno sul serio (arte oscena di chi non ha il coraggio nemmeno di respirare). No, io starò molto attento, io baderò con scrupoli infiniti a vivere, giorno dopo giorno. L'essere è motorio: subisce e provoca urti. Un giorno scenderò dal letto e non sarò più ingenuo. Un giorno avrò fatto soffrire io qualcuno, e non viceversa. Un giorno capirò e saprò più cose di quante ne sapessi prima di cominciare a lottare. Un giorno avrò amici, avrò amori, che saranno i miei, e non un po' di grasso sulla strada e le risate di chi ha creduto e mi ha sempre ripetuto che la mia vita fosse prevedibile e la mia morte una liberazione (per me e per loro).

Ho ancora tanti colli da spezzare, tanti cadaveri da calpestare, tante Furie da afferrare mentre mi volano intorno, e quando le avrò prese, strapperò loro le ali,

e le lascerò morire ai miei piedi

al posto mio.


5 commenti:

Stephanie・ステファニー ha detto...

Mi sembra un insulto all'intelligenza di tutti ricordare/precisare che nessuno riderebbe se tu cadessi da un grattacielo o se tu venissi a mancare.

Anonimo ha detto...

non fatemi parlare. Soprattutto circa l'autoironia.. tenetemi buono. VACCA!!!

Anonimo ha detto...

sei tu il primo a non essere serio.. Quello che scrivi non è serio..

babs ha detto...

giulio, quando tutti insieme ti abbiamo legato a una sedia dicendoti in coro che la tua morte sarebbe stata una liberazione..bè..lo sai che non era una cosa seria, no?

ps ma, aspetta un momento..non è mai accaduto! oibò

pps we love you!

ppps ...a new york mi dai la manina quando si sale sull'empire, va bene?

pppps a parte tutto..c'è un gran pathos. mi piace.. ma ti rimando al ppps per ulteriori chiarimenti

Anonimo ha detto...

Boh.