domenica 3 gennaio 2010

Riconciliazione

Sono entrato nella nostra camera. Lui era seduto alla mia scrivania. L'ho aggredito subito.
"Tu!"
Si è voltato, si è alzato, mi ha guardato in faccia. Mi sembrava di essere davanti ad uno specchio. Aveva gli occhi lucidi e le guance rosse.
"Che c'è?"
"C'è che sono stanco. Ora siediti e vergognati con me!"
Si è seduto. Ho cominciato:
"Per due volte hai violato una quarantena che è stata pensata solo per il tuo bene, e il risultato è che te ne stai qui a piangere e a sbavare. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Continui a scambiare per indifferenza e odio un distacco che è stato pensato e messo in atto solo per il tuo bene. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Gridi e ti lamenti ora dopo ora chiedendo attenzioni, richieste d'aiuto, sentimentalismi e sostegni da una persona che sai benissimo non potere o non sapere dare in questo momento. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Hai preteso che quella persona seguisse ritmi che per sua natura non poteva seguire, e le hai fatto una colpa di ciò che non poteva impedire. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Mentre il dolore stava passando, per aumentarlo e poter frignare a tuo gusto, ti sei inventato future indifferenze e fastidi, quando qui" – e afferrai la stilografica – "avevi tutte le evidenze di cui avevi bisogno! E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Continui a sentirti sconfitto e sostituito, quando sai benissimo che ogni esperienza felice ed autentica è di per sé insostituibile ed unica! E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"E infine, quando ti tutto questo ti sei vergognato, hai sfruttato la vergogna per provare ulteriore dolore, ancora più inutile del precedente, che pure era in qualche modo comprensibile, viste certe recenti risoluzioni che (ammetto) non potevano piacerti. Ma questo dolore è stato vano. E' vero o non è vero?"
Si è alzato, e si è buttato accanto ad un corpo con sopra un mantello rosso, che giaceva accanto a lui. Una sua fantasia, già strozzata.
"So perché sei qui!" gridò. "Per levarmi di mezzo e governare da solo. Non farlo. Io sono solo una vittima, mi hanno fatto del male e ne fanno a te. Prenditela con chi se lo merita!"
Tolse il mantello. Sotto c'erano un corpo, dei capelli ricci e la mia follia. Distolsi lo sguardo.
"Non è lei che mi fa del male: non combatterò contro di lei."
Gli puntai l'indice contro.
"Sei tu il problema."
Si è alzato e mi è venuto accanto, a capo chino.
"Così" – disse – "Ora mi ucciderai. Mi farai a pezzi e ti nutrirai di me, e sarò nel nulla per sempre!"
L'ho guardato con infinita pazienza.
"Non ho dubbi che a te piacerebbe un trattamento del genere. Ma ovviamente questo non va bene. Finché te ne stai qui da solo e io sto di là, tutte le cose che tento di fare mi vengono fatte peggio del solito, perché tu mi disturbi in continuazione."
"Solo un po' peggio."
"Ma pur sempre peggio. Non ho intenzione di ucciderti, cosa vuoi che si faccia senza di te. Ma da oggi in poi io e te torniamo insieme, e vediamo di decidere insieme cosa fare di noi."
Gli ho preso la mano, l'ho fissato, e lui si è seduto sul letto, improvvisamente calmo.
"Qui c'è aria viziata;" – ho detto – "Meglio aprire un poco."
Ho aperto la finestra nella notte nera. C'erano rumori ovunque, nella chioma dell'albero vicino. Risate sottili, piccole parole, facce che conoscevo che brillavano per un attimo, lettere greche che danzavano attorno ad un fuoco d'inchiostro rosso. La Luna non c'era, ma colorava i bordi della collina. Veniva avanti, con lentezza, la Pace.

E fu così che – nella mia testa – la Ragione e l'Amore posero fine al loro divorzio.

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