mercoledì 24 febbraio 2010

Ante retroque

C'è qualcosa di inquietante, nel rapportarsi con dei ragazzini di diciassette, diciotto anni. Per poco che uno sbircia nel loro mondo, si rende conto che per loro, tutto è ancora possibile. E' possibile occupare, praticare due strumenti, tenere tre blog, recitare da dilettanti e in una scuola, seguire interminabili maratone di Chaplin e Keaton, barcamenarsi tra chitarra e solfeggio, sfruttare il ventilatore per girare le pagine dello spartito di pianoforte, imparare il rumeno, spararsi un weekend a Londra, fare parkour, progettare di salvare il mondo mediante manini coi computer di mezza città, dormire due ore per notte e non sentirle, lanciarsi in esplorazioni mentali dominati da una logica ferrea e sganciata dalla realtà quanto lo sono io dal bungee-jumping, essere in confidenza con trecento persone e farsi due risate con mille altre, prendersi cotte in cui non si crede e dimenticare tutto quello che si vuole, in una specie di repubblica del nulla.

Poi uno si chiede perchè ci si sente inadeguati, a volte. Perché non si può non sentire che ti guardano con stupore, chiedendosi perché fai solo tre cose, perché non ridi, perché non vivi nel disprezzo di ogni sosta, perché non parli. Vivi, ti sibilano irritati.

Ma come fai a spiegargli che è un attimo – un soffio – e poi duemila nuvole nere ti si addensano sugli occhi? Come fai a dirgli che fare le cose bene diventa sempre più difficile e complicato, che per capire chi si è bisogna scegliere, che scegliere vuol dire morire un po' ogni volta? Come se io non avessi voluto fare l'attore – il cantante – il paleontologo – l'astronomo – il fisico – il biologo marino, e a quest'ora ero in Alaska a guardare le megattere, non qui.

Dovevo sembrare loro un tronco umano, che si è amputato braccia e gambe, e annaspa scivolando sul suo sangue. Eppure io ero dall'altra parte di qualcosa, e là dove ero – dove loro non erano – vedevo che il mio annaspare

era più necessità

che pigrizia.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

e a volte, uno si rende conto di come facciano finta.
di come corrano, e accelerino, per cercare di tenere lontano il momento in cui decideranno di stare qui e di non andare in alaska, facendo finta che quel momento non sia già arrivato, non stia già passando - e in fondo non c'è mai un momento in cui decidi, solo uno in cui ti rendi conto di come sono andate le cose. in cui ti rendi conto che il termine fissato per le iscrizioni era il giorno prima. in cui ti rendi conto che le due ore per notte non le senti perchè non senti più niente, perchè non ce la fai più.
e lo stupore non è stupore, è angoscia: non vogliono ammettere di essere uguali, non vogliono vedere. non vogliono capire che si muore un po' a ogni scelta, ma che anche non scegliere è morire un po'.
e fare le cose bene è impossibile, e lo sanno, e cercano di cambiare le carte in tavola e di inventarsi nuovi canoni, e cercano di cambiare il mondo perchè il bene vada a finire da un'altra parte, gli venga incontro.
e ridono con mille persone perchè ridere è più facile che piangere, e se c'è una cosa che non possono fare è dimenticare, o smettere di pensare.
perchè loro sono lì dove sei tu, e lo sanno.

e se non lo capisci, ti stai prendendo in giro.

Anonimo ha detto...

Hem... A scanso di equivoci.. Io NON sono l'Anonimo!...sarò in pausa per un po', diciamo..

Anonimo ha detto...

...!

Anonimo ha detto...

..il commento è quasi più bello del post!!

Complimenti, Anonimo (anche se so chi sei, a quanto pare...)

emilio neoteros ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
emilio neoteros ha detto...

Non dovevi prenderti una pausa, tu?

Anonimo ha detto...

Curiosità: cosa diceva il commento 'eliminato' dall'autore??!

emilio neoteros ha detto...

Oh, nulla di importante.

(possibile che in questo blog ci si mobiliti seriamente SOLO per i commenti eliminati??!?)