venerdì 5 febbraio 2010

Il fulmine (32)

AGRIPPINA (pensierosa) Tutto questo è così romano – no, anzi, è così... così tipico di tutti gli esseri umani. Non inventare nulla, lasciare sempre tutto così com'è, sia che cambi, sia che rimanga tale – al massimo usarlo meglio – e poi tutti a casa, a bere, mangiare, e aspettare di morire, e di liberare la terra dal peso di una piuma vigliacca, inavvertita se non per sbaglio.
SENECA (sottilmente) Augusta, se ci tenete tanto che gli uomini siano tutti istruiti, perché non gli fate anche scegliere se tenere voi come Augusta, o cambiare?
AGRIPPINA (cupa) Lo farò – un giorno. Ma se mollo ora, tutto torna come prima. E io non ho ricevuto il fulmine invano. Prima o poi riuscirò a colpire le loro menti, e allora il mio fulmine gli spappolerà il cervello, liquefacendo tutte quelle ridicole convinzioni. Ma bisogna che qualcuno li costringa a pensare. O moriranno.
OTTAVIA (ghignando) Bello scherzo che ci fa il fulmine. Scende per i fatti suoi, e fa solo danni. Un bel giorno, decide di scendere se noi lo vogliamo. Ma non cambia un bel niente.
AGRIPPINA (indispettita) Zitta tu, disfattista. Ne verremo a capo. Sono abituata a remare controcorrente!... Un'ultima cosa, Seneca, e poi ti mando via. Dai un'occhiata a questo.

schiocca le dita, e si apre la cartina sulla parete. E' immensa.

[continua]

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