martedì 23 febbraio 2010

Penombre

La mia ripetenda – un paio d'occhi ricurvi e due guance di spazio rossiccio – ha sollevato la testa dalle rovinose, sudatissime venti righe di versione, come a chiedermi dove stava il destino. Io le ho risposto con benevolo sollievo che erano le sei, e le ho chiesto, come di consueto, il permesso di recarmi in bagno, mentre lei – come d'accordo – avrebbe passato un buon cinque minuti a maledire le incomprensibili abitudini mondane di Cesare, come uno che stia a guardare con avidità il precipizio dove è riuscito a non cadere aggrappandosi al bordo.

Sono entrato nel bagno. Era una sera d'inverno, di quelle che fanno finta di essere notte, e neanche tanto male. Mattonelle rosse, lucide, e un muro bianco fino al soffitto, chiudevano un ambiente piccolo e raccolto. L'unica luce veniva dallo specchio, e disegnava ombre dove non poteva arrivare, accecando il lavandino. Mi sono seduto nella penombra e ho chiuso gli occhi. Non sentivo alcun rumore, se non un calore nei tubi, dentro il muro, e il ticchettìo di un lontano orologio. Oh, la penombra. La luce piena mi accuserebbe – e non so ormai nemmeno di cosa – ma nell'ombra nessuno potrebbe sentirmi.

Ho aperto l'armadietto sopra il lavandino. Su entrambe le ante, all'interno, c'era uno specchio. Ecco che si è spalancato un universo. L'accappatoio rosso sangue si è fatto in tre ed ha coperto una parete di spazio. L'ombra si è ispessita, ma è finita trafitta da mille piume luminose – e la luce ha giocato al rimbalzo con sé stessa in tre specchi. Sono fuggito dal sole che si accendeva, verso quella regione di penombra, dove nasceva l'universo.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

bello

Anonimo ha detto...

bellissimo

Stephanie・ステファニー ha detto...

Anche a me piace.
Giulio, ti trovo in forma!
E pensare che destinavi questo blog a morte certa.

emilio neoteros ha detto...

Se non è morto, Phephi, è merito tuo e dei tuoi infaticabili commenti!!...