mercoledì 17 febbraio 2010

Per sé

Un numero insospettabile di gente scrive. E' una cosa a cui non credevo, finché non sono uscito a guardarmi un po' intorno. Se uno va un po' all'interno della vita di certe persone, ascolta qualche loro esibizione, o frequenta corsi di scrittura aperti a italiani e immigrati e scambia con senegalesi, rumeni, italiani o didovechesiano i propri perché su quello che facciamo, si rende conto che moltissime persone scrivono, e anche tanto.

Ma un numero incredibile di questi insospettabili scrive per sé stessi. Osservo questi spiriti ed il loro appagamento di fondo, mentre aprono il foglio di carta sulle loro angosce e mettono il tappo alla penna un'ora dopo, sereni – lo osservo come una medaglia, da un lato il fascino e dall'altro il puro terrore. Qualcuno, una volta, mi ha contestato alcune questioni che avevo pubblicato sul Monte, dicendo che una cosa scritta per me, come io dicevo, sarebbe naturalmente rimasta su un documento word nella mia scrivania: non certo sotto gli occhi di tutta la rete. Dunque quel per me era in realtà per qualcun altro.

Il fatto è che trovo raccapricciante l'idea di tenere qualcosa che ho scritto solo per i miei occhi. Se non scrivessi, non sarei; e nel momento in cui scrivo, devo far leggere; cioè, io sono quello che si legge di me. Se non voglio far sapere una mia cosa, non devo scriverla – sennò avvertirei subito dopo la compulsione a farla leggere a qualcuno. Per me e per gli altri si confondono – sono in fondo la stessa cosa. Ripenso all'asilo, e alle prime frasi che scrivevo come didascalie dei miei disegni; mentre scrivevo "La casa nuova è della Pimpa", mi frullava in testa il pensiero che le maestre sarebbero state contente nel leggerlo, e il fatto che ciò sarebbe avvenuto era parte integrante del mio divertimento.

Ognuno di questi minimi atti comunicativi Bits of Ivory, two inches wide, on which I work with so fine a Brush, as produces little Effect after long Labour – ognuna di queste pitture su bianco, dove incastro le subordinate, accosto le coordinate, sfumo a mio piacimento le connessioni sintattiche e temporali, bado che due vocali non s'incrocino, faccio cozzare le consonanti in un incendio di possibilità diverse – ognuna di queste pagine, che stanno dritte come pali, come la tecnica che le sorregge, sporche di sangue e di gioia

tutto questo, non può restare inosservato.

2 commenti:

toppe ha detto...

Stavo per dire che questo post può annoverarsi tra le pochissime cose su cui siamo d'accordo.

Poi ho pensato a una sfumatura.
Anch'io scrivo per comunicare; quando mi accade qualcosa immagino come la racconterò, mi faccio in testa una telecronaca che prepara il post da scrivere. Non riesco, insomma, a farmi bastare il fatto di vivere, il fatto di avere un'emozione e gustarmela in totale e soddisfatta solitudine: immagino sempre di raccontare, in qualche forma più o meno letteraria, quel che mi passa per la testa; invito qualcuno sul mio divano interiore.
Tu - permettimi una diagnosi; ti permetterò di confutarla! - vuoi sì comunicare, ma con un ingrediente in più. Non contiamo, adesso, la differenza nell'oggetto del racconto (che per te è più d'invenzione). A me pare che scrivi per comunicare e per essere approvato. Lo dice bene il tuo esempio della maestra. Io le avrei porto la mia didascalia, contenta solo che la leggesse, che finalmente sapesse quelle righe di me; tu, invece, saresti rimasto lì speranzoso, in attesa che ti sorridesse, ti facesse sentire bravo, o quantomeno ti facesse sentire rilevante, rispondendoti con una qualunque reazione.

Mi sembra che tale sfumatura abbia a che fare con le motivazioni più profonde che ci muovono.

Tutto ciò naturalmente per rispondere a una domanda che nessuno mi ha fatto, e per lasciare un commento che nessuno mi ha chiesto, ma così, volevo intromettermi un po' :D

Anonimo ha detto...

io scrivo per me.
per poter dire quel che non voglio,
per urlarlo al mondo in silenzio.

scrivo, e quello che scrivo deve essere letto, perchè l'io che riverso nelle parole deve succhiare linfa vitale dall'attenzione altrui.

non so fino a che punto io voglia davvero comunicare: forse mi basta rubare tempo, e attenzione.