venerdì 26 febbraio 2010

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La crescita è un processo, io credo, tristemente inevitabile. Uno vive, non ci fa neanche tanto caso, e si ritrova cresciuto. Può opporsi al flusso, e con successo, se è determinato e se vede con chiarezza chi è e cosa vuole – o meglio: non vuole, ma se fa tanto di non pensarci per un secondo, ecco che il processo è già ripartito. Dovunque tu ti voglia fermare, devi puntare i piedi, o la vita ti strapperà via come una bambina ansiosa di farsi una collana di margherite.

Prendiamo però il caso di una persona che per età, per talenti e per mezzi avrebbe tutto quello che in coscienza sa desiderare. Gli mancherebbe il godersi tutto questo – se non che, per goderselo, deve crescere. Non è ancora maturo, gli manca qualcosa; e sebbene sappia esattamente quali cose gli manchino per raggiungere la maturità (umiltà, serenità, moderazione, accettazione, riflessività), non ha la più pallida idea di come ottenerle; il tempo passa, e questi rimangono nomi vuoti di qualità che vorrebbe avere, e non ha.

Ne segue una domanda. Molte volte nella vita abbiamo la grazia di capire cosa ci manca e cosa abbiamo; ma, se possiamo impedirci di acquisire la maturità, possiamo allo stesso modo accelerare il processo di crescita e procurarci prima la maturità che ci manca?

Cos'è in fondo il motore della crescita? Gli avvenimenti e le persone. Esistono persone che potrebbero farci crescere più in fretta, se le frequentassimo? Esistono luoghi o attività, che di solito non incrociamo, e che potremmo incrociare per venire a contatto con qualcosa di nuovo – e di conseguenza, favorire la crescita? Perché senza di lei non abbiamo niente, ed ogni nostra felicità è una vigliacca con la benda sugli occhi.

Ma fino a che punto si può progettare la crescita di un individuo? E fino a che punto siamo responsabili di quello che ci fa la vita?

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