martedì 23 marzo 2010

Claustrofobia

Di recente ho avuto modo di osservare una persona in trappola. L'ho seguita per diverse settimane, segnandomi sul blocchetto degli appunti qualche nota interessante. E' un piccolo topo, molto umano.


Le mie osservazioni sono state deludenti. Per lui. Dovunque egli muova un passo, sbatte contro qualcosa, o il piede gli scivola verso il vuoto. Una dopo l'altra, le sue decisioni tornano da lui con la faccia triste di chi si è rotto una gamba saltando un muretto che credeva fosse più basso. Non avverte più il sangue che scorre nelle vene, quando sente una lezione; e non so immaginarmi cosa glielo potrebbe far sentire di nuovo, visto che tra le cose che ha scelto, e quelle che non ha scelto, non sa più quale preferire. Il suo metabolismo si è fatto freddo, e per restare attivo dipende dal calore di qualcun altro. La solitudine lo raffredda silenziosamente, rapidamente – ma più persone frequenta e meno si sente riscaldato. Inutile rivolgersi agli amici, per lui. Mentre gli parlano, si isola; decostruttura rapidamente ogni parola che sente, e i discorsi perdono di autorità e di senso ai suoi occhi. Non può ricevere rassicurazioni – non ci crederebbe; non può ricevere consigli o critiche – li sentirebbe troppo. Sembra, mentre cammina, che vada in giro con due o tre borse dell'acqua calda agganciate sotto i vestiti, perché il suo sangue crolla inesorabilmente verso le zero, mentre chi lo circonda manda dalle labbra la sua serena nuvoletta di vapore.

La mia cura ideale per lui sarebbe una pila iperatomica, dopodiché se la scelga lui, la meta. Ma andare lontano, gioverebbe a qualcosa? Partire, cambiare aria, prima di essersi messo a posto dentro, non gli farebbe solo del male?



Opinioni, eh.

1 commento:

toppe ha detto...

Nella vita ci sono i momenti di vuoto, di stand-by. Non si può essere sempre al massimo, sempre appassionati, convinti, decisi - soprattutto quando si è ancora nostalgici di una passione perduta: si nota troppo la differenza e si vede vuotissimo anche l'abituale, placido mezzo pieno.
Premesso ciò, un momento così può servire anche a mettersi in discussione: forse è rimasto il vuoto perché se ne stanno andando dei "pieni" solo fittizi, o comunque che hanno terminato la loro funzione? Forse c'è bisogno di pieni diversi? O invece, piuttosto che affannarsi a riempirli subito, è più utile lasciare spazio al vuoto, ascoltarlo, dar tempo a se stessi - per scoprire magari che, senza troppo sforzo premeditato né organizzazione, sarà la vita, zitta zitta, a riempirlo, a portarti di fronte a nuove motivazioni che, senza pensarci troppo, riconoscerai naturalmente come tue?