domenica 18 aprile 2010

Il confine di Eden (1)

Caino, la schiena curva per il carico e le mani nere di terra e fuliggine, percorse a balzi il viottolo polveroso che divideva la sua tenda ed il suo piccolo campo dalla grande radura in mezzo alla foresta. Le ombre del primo pomeriggio erano costellate dallo sfrigolìo delle cicale, e veniva dal recesso più scuro del bosco un lieve vento. L'illusione dell'eterna estate si sarebbe rotta in capo a poche settimane. Ma Caino, che non ci pensava, seguì il sentiero fino alla radura, dove stavano due piccoli altari di pietra, e dove, nei tramonti estivi, attraverso uno squarcio tra i tronchi ed il sottobosco, si vedeva, ad occidente, il confine di Eden.

Lì, circondato dal verde e dal silenzio, liberò la schiena, e buttò sulla catasta di legno i frutti del suo orto, irrigati a sangue e mezze bestemmie; vi appiccò il fuoco; un po' le scintille, un po' il vuoto della giornata, gli presero via qualche lacrima.

Anche ad Eva, in quel momento, dovevano sfuggire delle lacrime; non si sarebbe stupito, Caino, di scovarla rimpiattata contro le pareti di casa, la testa fra le ginocchia, a respirare a fatica, come tutti i giorni di fine estate. Adamo li aspettava sulla porta, assorto a pasticciare con dei pezzi di legno ed una pietra con la punta. Caino aveva un'idea più che vaga, di tutto questo; e guardò, con un gran sonno addosso, la colonna di fumo che si innalzava verso il cielo, ed il suo invisibile padrone. Non dubitava di riuscirgli gradito; e sebbene quell'anno i meloni fossero un po' intristiti dalla poca acqua, erano comunque saporiti al punto giusto. Comparve Abele, senza troppo chiasso; tornava in quel momento, probabilmente, dalla cima della collina, dove portava il suo gregge tutte le mattine – e come lui, sacrificò al suo invisibile padrone. Tra i due fratelli corse il solito silenzio.

Ma quel pomeriggio, le colonne di fumo non si alzarono allo stesso modo.

[continua]

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