mercoledì 17 novembre 2010

Busia Borders (10)

Augustine è il responsabile del microcredito. Va in giro per le campagne di Busia a spiegare a donne povere in che modo possono lavorare per guadagnarsi da vivere. Poi gli ammolla una banconota da dieci scellini, e via. Credo che il suo successo dipenda dal modo che ha di porsi; immaginatevi Fonzie, nero, a cinquant'anni, alto due metri e venti e calvo. E con un sorriso invincibile, che non cala nemmeno quando posa lo sguardo sul figlio minore, malaticcio e non molto allegro. Come a dire che passeremo anche questa. Io, se mi cadeva lo sguardo sulle macchie nelle gambe del piccolo Conaston, ridevo pochino; ma io sono un musungu.

E' stato Augustine, comunque, a ripetermi un proverbio che sull'Equatore va molto di moda: se vuoi nascondere qualcosa ad un africano, mettilo in un libro.

La loro cultura libresca, vessata dall'obbligo di spararsi tredici anni di scuola in inglese, umiliata dall'inesistenza di libri in ugandese, e costretta comunque ad una tempistica che sia rispettosa delle necessità materiali che ancora li premono molto più di quanto non premano noi, è quasi inesistente. L'unico libro che aprano senza averne una stretta necessità per un esame in corso, è la Bibbia, il che la dice lunga sulla vastità dei loro orizzonti.

Ken e Fred sembrano rendersene conto. Fred da grande voleva fare il biblista, e nella sua stentorea figura di pastore protestante, è ancora in grado di citarmi qualche parola greca. Sta di fatto che da un po' di anni meditano sull'endemica debolezza culturale del loro paese. Ken mi ha chiesto che ne pensavo di una creative writing class... che avrei anche tenuto volentieri, se non che:

1) Per la scrittura creativa non ammetto scuole di sorta
2) Vogliamo creare l'ennesimo inglese letterario-coloniale? L'Ugandese è la loro lingua vera, quella che usano quando parlano tra loro. Non amano l'inglese, non lo sanno usare, non se lo godono. E' in Ugandese che dovrebbero scoprire la scrittura.

[continua]

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