martedì 9 novembre 2010

Busia Borders (6)

Svegliarsi è qualcosa di molto strano, lì. Non mi sono mai svegliato, che io ricordi, al canto del gallo; ma qui tocca farlo, perché il distretto è una specie di gigantesco pollaio, ed è impossibile non sentirne gli abitanti gracchiare a tutte le ore del giorno. E davvero gracchiano quando vedono la luce; apro gli occhi, e vedo dalla finestra la campagna soffusa di questa luce azzurrina, come se il fresco della notte si fosse posato come un velo sulle cose, e stentasse ad abbandonarle.

Appena sveglio, mi vesto, vado in bagno, mi sciacquo la faccia, cerco di rendermi presentabile davanti allo specchio, per una manciata di secondi – e poi vado nella sala principale della casa e aspetto che la colazione sia pronta. Fanno tutto le donne; tu, come uomo e come ospite, sei dissuaso a sberleffi dal fare alcunchè. A poco a poco arriva gente, si sistema sui divani o sulle poltrone, chiacchiera e prende quello che vuole dal tavolo dove viene servito il cibo (che per colazione comprende pane, burro, marmellata, te' caldo).

Il concetto di riunirsi a un tavolo per mangiare non esiste: tutti mangiano seduti da qualche parte, senza coltello e senza tovagliolo, una mano a reggere il piatto e una la forchetta.

C'è anche il latte, a colazione. Sono stati abbastanza fuori di cranio da propormi il cacao nell'ACQUA, ma gli ho detto quelle seicento volte che VA CON IL LATTE, e dopo un po' l'han capita. Come tutte le cose africane, la colazione prende qualche ora, spezzettata com'è in chiacchiere, giochi a carte coi bimbi di casa, lettura o appunti. In tempi di scuola, semplicemente si salta la colazione e si va all'orfanotrofio per fare lezione ai ragazzi, con profonda sofferenza di zia Gladys, la cuoca, che ci tiene tanto che noi mangiamo i vagoni di roba che prepara.

[continua]

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