domenica 31 agosto 2008

Col senno di poi

"All'età di otto anni compresi di avere un sottofondo umoristico vedendo la gente rider per la mia risposta a un robusto signore che in tram mi aveva pestato un piede e che si scusava dicendo di essere un  mutilato:

Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi sarei rovinato. La scuso perché non l'ha fatto a posta."

G. Andreotti, Il potere logora... ma è meglio non perderlo.


Sarebbe divertente, se non diventasse agghiacciante col senno di poi.

I primi palpiti di una strana potenza.

La quiete

Da molti anni vivo tranquillo e senza farmi notare, nella periferia di una grande metropoli. Sono lontani i fuochi e le feste dei miei primi giorni: immagine indistinta ed oscillante nella calura è il profilo aguzzo della città dove sono nato, immersa nella grande pianura. Anni fa, in fuga da un esercito che s'era smembrato nell'inseguirmi, arrivai qui, ed affittai un appartamento. Ebbi cura di conservarmi uno spicchio di giardino; i vicini mi guardano, mentre nelle purpuree, eterne serate di luglio lo curo e lo coltivo. Il filare di pomodori sfugge al recinto, e si innalza verso le altre case disperse nella cavedagna.

Ho due figlie. Calloandra, la maggiore, è una ragazza alta e un poco timida. Come giocano gli occhi e la bocca nel silenzio della sua risata, è cosa che non so da dove venga. Talvolta mi aiuta in giardino; non vive lontano da me, e non vive sola. Ma ci sono tante cose di lei che non riesco tuttora a capire. Renoppia, la minore, fa la cantante: è sempre in giro per le colline a fare intermezzi buffi con la sua compagnia, un matto dietro l'altro. Fa vita nomade, ma spesso mi dà sue notizie. Quando non canta, accompagna con il cembalo. E' difficile tenerla ferma.

Le mattine d'inverno, faccio fatica ad alzarmi. E' che il sangue gela in quelle che una volta erano vene. Le vite passate me la fanno pagare sempre di più, stagione dopo stagione. Così salgo sul tetto del condominio, e il sole pallido, mentre acceca il nereggiare dei solchi dell'aratro e infiamma le pareti delle case, riscalda il mio sangue e dilata i miei capillari. Io, sfuggito ai miei nemici, sfuggito all'estinzione, in quegli istanti di luce mi espando, e nel passato che non c'è più, ma che ho vissuto, divento enorme, povero dinosauro solitario.

giovedì 28 agosto 2008

Venez, haine implacable

(entra una professoressa)

- ...domani compito.

(gli alunni allibiti)

- Ma...
- No.
- Però...
- Si.
- Eh, ma...
- Eeh.
- Vacca!
- Non lo escludo.



[Lully, Armide. Aria di Armida]

Presagi

Ricordo che quando ero molto piccolo avevo il terrore dei cani. Per via che uno di loro m'aveva abbaiato all'improvviso mentre camminavo sul marciapiede, sbucando fuori da un giardino. Avevo concepito l'idea che tutti i cani fossero tagliagole assassini che mi odiavano senza ragione, giusto perché erano un po' stronzi e molto violenti. Un pomeriggio che ero andato sui colli a casa di mio nonno - avrò avuto otto o nove anni - andammo fuori per strada io, mio nonno e mio babbo, e cammina che ti cammina incontrammo un cane. Veniva placidamente dalla parte opposta della strada incontro a noi, senza slanci, a quasi duecento o trecento metri. Era comunque abbastanza lontano, ma ci stavamo avvicinando. Io andai nel panico. Guardai gli alberi sui lati della strada: tutti stramaledetti alberelli dal tronco sottile, bassi e senza rami di appoggio. Ai lati della strada c'era il fosso ed una cavedagna aperta, in salita ripidissima. Non avevo scampo. E allora, nella tranquillità generale, gridai "Cosa faccio? Dove vado?"

Tempi più avanzati - ed opinioni rivedute e corrette - oltre ad indurmi a non odiare più i cani, mi hanno fatto notare come il mio grido non fosse mio. E' l'angoscia di Oreste, che uccide sua madre e poi grida Tì draso, potì pheùgo (cosa farò, dove andrò), o le lacrime di coccodrillo di Cicerone che esclama davanti al Senato Quid agam, patres conscripti? Quo me uertam? Comunque uno la giri, la domanda fatale rimane sempre la stessa: cosa faccio e dove vado.

Sembra quindi che fin da bambino, senza saper nulla di letterature classiche o filologia, mi fosse venuto alle labbra un grido d'angoscia orrendamente retorico. Ad otto anno ero un eroe - no, un eroina - diciamo: un eroino marmoreo e togato.

Che brutta immagine, ragazzi.

Non ci credete, per favore.

martedì 26 agosto 2008

...

Cammino, capisci? STO CAMMINANDO. Tutto ondeggia, tremola. Vedo cani che non esistono, mamme con passeggini che attraversano la strada, e sono nulla; uno mi chiede l'ora, e non capisco se mi sta parlando di ore, di sacerdoti o dei corridoi di un'astronave. Con uno sforzo che ha più del dolore che dell'azione... mi verrebbe, sennò, da rispondergli che... posso ancora bere latte. Tremola... ondeggia... arde

[avevo sonno, quella mattina, per strada. Letto il messaggio, Laura risponde: EH?]

sabato 23 agosto 2008

Eh, son problemi.

"Dalla sua posizione al centro, al vertice dell'umanità ove gli Dei lo hanno posto, il re assiro ritiene - in sostanza - di avere il dovere cosmico e istituzionale di procedere per gradi alla conquista del mondo intero, in tutte le sue quattro parti."
Fales, L'Impero Assiro
...ANCH'IO! ANCH'IO!
Vedrai che un giorno ci riusciamo, Re!

giovedì 21 agosto 2008

Din - don

[Traetta, compositore italiano del Settecento] talvolta dimenticava che il gusto dei suoi compatrioti rigettava, allora, questi suoi accenti energici, e che essi preferivano la melodia pura al dividere la loro attenzione tra la melodia e l'armonia; ma quando percepiva nel suo uditorio la fatica di questa attenzioni, durante le prime messe in scena, nelle quali sedeva al clavicembalo, aveva l'abitudine di rivolgersi agli spettatori dicendo: Signori, badate a questo passo, e il pubblico applaudiva quasi sempre a questa espressione ingenua di orgoglio dell'artista.

...ingenua?

...orgoglio d'artista?

Non ci siamo capiti. Voi non avete idea di quanto spesso la pazienza dell'artista sia messa a dura prova dal mento cascante del pubblico. Meno male che alcuni di noi, di buon animo, si dispongono ad addestrare e correggere la fluttuante, frivola attenzione dei fruitori spiegandogli che devono stare attenti qui, o non capiranno una sega del resto. Costa fatica, certo. Ma vi si vuol bene lo stesso, caro pubblico di pupetti.

martedì 19 agosto 2008

Occhi

C'è un raccontino incompiuto di Svevo che mi ha dato da pensare, non senza amarezza. Credo s'intitoli Il malocchio. Il protagonista è il solito incolore triestino pieno di ansie e con scarse abilità. Un giorno, si ritrova con un inquietante potere: i suoi occhi uccidono. Lui guarda con violenza, odio, anche semplice antipatia qualcuno o qualcosa e dopo poco tempo quel qualcuno muore e quel qualcosa viene fatto a pezzi. Guarda con stizza un dirigibile (fin troppo elongata metafora del padre) e quello va in fiamme. Squadra male un vecchio e gli causa un tumore maligno. La sua aggressività repressa è diventata tanto intensa da potersi esercitare mediante il non visibile - o più semplicemente lo ha fatto crollare nella follia.

Ora, io è da un po' di anni che - senza pensarci - disegno occhi. Sgranati, enormi, con un tratto grasso e spingendo la punta della matita. Uno mi guarda dal buco di una serratura a rettangolo sul mio armadio. Un altro è rosso e mi guarda con stupore maligno da un foglio di carta. Dopo due calcoli autoarticolati ho realizzato che in effetti l'occhio che ti osserva è una mia fantasia ricorrente - da piccolo ero terrorizzato da un'immagine di un fumetto, in cui un lupo osservava un vagabondo in una foresta - di notte - e dal cespuglio emergevano due occhi gialli. E come non ricordare gli occhi verdi di Malefica che compaiono a poco a poco dal caminetto buio, mentre Aurora è assorta in lacrime e non sta attenta.

Un po' è la paura di essere guardato, un po' è la voglia tremenda di essere sempre al centro dell'attenzione. Sarò timido quanto volete, ma sono anche un fottuto narciso e mi vedo sempre puntati addosso gli occhi di tutti - con l'ansia che mi rimproverino e mi correggano, con il desiderio di venire ammirato e lodato.

Cesare, in gioventù, ha fatto due numeri che mi danno il tormento. Uno è dichiarare, in mezzo a una specie di favela molto malmessa sulle Alpi, che avrebbe preferito essere primo in mezzo a loro che secondo a Roma; l'altro è disperarsi perché, alla sua età, Alessandro Magno aveva già conquistato tutta l'Asia, mentre lui era questurino per un anno in una finestra sul niente, quale era all'epoca l'Andalusia. Malato di ambizione? Egoista? Folle? Monomaniaco? Si, e anch'io. Da piccolo ricordo che non sopportavo di essere "comune". Bisognava che risaltassi. Da ragazzo questa paranoia si è nascosta, ma non è sparita, e solo a prezzo di un duro e continuo confronto con individui sani di mente sono riuscito a far ammettere al mio istinto che si, non occorre (e non sarebbe possibile) diventare IL migliore; sarà sufficiente diventare uno dei migliori, e comunque migliorare il più possibile e lasciare il resto all'onnipotenza del caso.

Avete notato i miei scatti d'ira? Io si, ma da meno tempo di quanto l'avete capito voi ho compreso che sono un serio problema. Da cosa mi sento minacciato?

La mia aggressività è quella stronca-dirigibili di prima: nasce dall'impotenza (effettiva o avvertita come tale) che dimostro nei rapporti sociali, dove paura e invidia e ambizione mi paralizzano. Perché credete che io sia timido? La timidezza è una risultante; se non posso dominare, allora starò sulla difensiva; sarò invisibile e nessuno dovrà guardarmi o giudicarmi male. Aut Caesar aut nihil. Perché credete che io sia tanto attaccato alle persone che ho vicino? Per me è così difficile amare con serenità una persona, che quelle poche che trovo e che non inquino col mio veleno di bambino viziato, quelle sono la mia garanzia di potere - un giorno - disfarmi dei miei deliri.

domenica 17 agosto 2008

Demenza

Discutendo demenzialmente con Fabrizio mi sono reso conto che il piacere più immenso che può darti un blog è il seguente: aprirlo - dopo mesi di giostra coi desideri, dargli un nome imbecille fintamente solenne, riempirlo di novità, e poi mandarlo a troie. E poi... aprirne un altro, e da capo. Questo è precisamente quello che è successo ad un certo pendio nevoso e ad una certa stanza dello specchio, delle quali per inciso ho voglia da un po' di tempo di prendere in mano la gestione, e trasformarli in emanazioni gigantesche della mia grottesca personalità. Ma Fabrizio non mi consentirà mai tutto questo. E ALLORA IO ME LO PREND... no. CALMA. Serenità. Rispetto. Correttezza. Correttitudine. Pèntomi. Non distruggerò il mio monticello, frutto di notturne fatiche e diurne... egli sopravviverà...

Comunque, don't worry: per un bel po' non ci metterò i dinosauri.

sabato 16 agosto 2008

Cantilene.

1785. Un'Erifile dolcissima, un Polinice amaro, un Edipo solitario, un'Antigone accesa, un Teseo generoso, fusi tutti insieme in una cantilena tenera, carezzevole, a tratti turbata, a tratti isterica, e sempre, sempre pronta alla ricomposizione, all'armonia.


[Giulione - molto - felice]

venerdì 15 agosto 2008

Semibiscrome

Quattordici agosto 2008. Giornata umida. Le pareti scottano.

CONDITIONS: un buono da 40 euro per 'Feltrinelli' e 'Ricordi', regalo per il compleanno.
MISSION: impossessarsi di Oedipe a Colone di Sacchini (1787), The Salieri Album interpretato da Cecilia Bartoli, Il marito giocatore e la moglie bacchettona di Orlandini (1715).
ALLIES: Ilaria, giovane studentessa di metaletteratura delle favelas, introdotta sul Monte Analogo col grado di Alpinista Semplice Esapode.
OUTCOME: in breve tempo 'Ricordi' viene saccheggiata dei primi due obiettivi; si aggiunge un album di arie per basso e baritono di Vivaldi. 'Bongiovanni' essendo chiuso, Orlandini dovrà aspettare. Ma verrà quel tempo.

(tutto si squarcia. Il baratro dell'Oltremondo si apre. Scena: una grande villa di campagna con un immenso giardino, che si estende a perdita d'occhio. Qualche centinaio di persone sono in luoghi diversi tra casa e giardino, e compongono musica, o la eseguono, o parlano)

BEETHOVEN (esce dal portone principale, dando scompiglio, al suono della Nona)  Ma dico, sei scemo? hai ancora da ascoltarti tutti i miei concerti per pianoforte e orchestra, e vai a scocciare degli onesti rivenditori per quella musicaccia italiana da due soldi?
GIULIO  Suvvia, maestà, lei sa bene ch'io la venero. Però amo frequentare luoghi non affollati.

(in un viale ombreggiato da due filari di pioppi, tre persone osservano)

ORLANDINI (tristemente) Quaranta opere, capite? Quaranta. Mi adoravano, a Venezia. E l'unica cosa che questi futurati schizzinosi si degnano di ricordare è un intermezzo ben riuscito.
SACCHINI (sospirando) Devi portare pazienza, Giuseppe. Anch'io, di tutto l'ambaradàn che ho scritto, mi porto dietro solo l'Oedipe. Ma almeno ce l'ho.
VIVALDI (dolcemente) Sai come funziona, con loro. Devono ancora smaltire quelle romanticherie e quell'orribile dodecafonia.

(in mezzo ad un campo di erba medica, in lontananza uno urla sbracciandosi)

STRAVINSKIJ (isterico) Ti ho sentito, sai, minorato!! Guai a te! (borbottando) Quattrocento concerti tutti uguali e si permette pure di offendere!... Tonica - dominante - tonica!... povere orecchie mie!

(dal balcone della villa, Mozart guarda e ride. Accanto a lui, Salieri strimpella il cembalo)

Cielo.

Ieri ho ricevuto cinque chiamate sul cellulare. Tre di mio padre, due di mia madre. L'argomento era sempre lo stesso: niente.

Mi sembra tuttavia doveroso fare delle distinzioni. Mia madre è più concreta. Quando non dà ordini, in genere chiama solo una volta al giorno, e per informarsi seriamente sui miei programmi, nel senso che ascolta quando le parlo. Ma ieri eravamo in un tenero delirio. "Novità?... no mamma, nessuna. Ah... nessuna novità. No, mamma. Addirittura! ...si, mamma." Così per dieci minuti. In genere ha comunque una serie di azioni rigidamente preordinate. Conosco bene la sua scheda, è depositata all'FBI. In genere mi entra in camera alle 7, e urlando mi comunica cosa farà nella giornata e mi chiede con precisione di dettagli cosa farò io. Visto che rispondo a rantoli, fa domande ancora più dettagliate e si risponde da sola. Promette poi di richiamarmi ad una certa ora della mattinata. E lo fa - sempre. La riconosco perché, quando ignoro il telefono che squilla - perché sono ancora a letto - lei insiste finché l'operatrice telecom non la informa che il cliente non risponde. Alla seconda chiamata non posso ignorarla, perché ormai sono sveglio e non ho scuse.

Il babbo è meno irruente, ma ugualmente intrusivo. Per dire, la differenza che c'è tra un'eruzione magmatica e una vena di basalto che procede, lentissima, nel sottosuolo. Le prime due volte mi ha chiamato ponendomi la stessa serie di domande: "Ciao. Come stai?...Cosa fai? Ah... ti diverti? Ma stai bene? Vuoi bene a papà? ma c'è qualcuno? ah, si? E chi è? Ma dai. E... la mamma dov'è? Ma... tu stai bene? ma... cosa fai? ah, me l'hai già detto, scusa. E... quando torni? Ah, sei in casa, è vero. Vuoi bene a papà?" e via dicendo. La terza volta, va detto a suo onore, mi ha chiamato per informarmi che c'era su radio 3 un programma sui bambini poco sociali, che gli ha ricordato me. E' la chiamata informiamo Giulio che c'è qualcosa che potrebbe anche lontanamente interessargli. Io però ero fuori casa e non ho potuto non accendere la radio.

I buoni intenditori

Un giorno che fa un caldo impossibile, il Signore e San Pietro se ne stanno su una nuvoletta vicino alla Terra. Per curiosità, il Signore ordina a San Pietro: "Fammi un po' vedere qualche scenario là sotto, voglio vedere come se la cavano gli uomini con questo caldo".

San Pietro esegue. Diventa visibile un'autostrada: ai lati di un torrente di macchine alcuni operai stanno lavorando come delle bestie per sistemare alcuni condotti, soffocando dal caldo, tra rantoli vari. "Ma Pietro, chi sono questi?" "Eh, Signore, sono quelli che mettono in pratica il tuo detto: 'tu lavorerai e ti guadagnerai il pane col sudore della fronte'. E così lavorano." "Ma qui si esagera, io lo dicevo così per dire, per fare scena. Era uno scherzo. Fammi mo' vedere qualcos'altro."

E la scena si sposta a un conclave cardinalizio. Tutti gli alti prelati sono ben vestiti, carichi di anelli, ben nutriti a caviale e champagne, in una sala con l'aria condizionata. Se la ridono e si staccano assegni a vicenda. "Pietro, ma questi?" "Questi son quelli che hanno capito che scherzavi."

[le barzellette di mio nonno sono insuperabili]

mercoledì 13 agosto 2008

Era mattina

quando arrivò l'inondazione. Un rombo, uno schiocco, e in lontananza la marea montante. In pianura la videro tutti, tranne loro due, che pure avevano buona vista. Impegnati com'erano a rovistare la base di una felce, sentirono l'odore del fresco e il terremoto quando era troppo tardi.

Quando l'ondata li prese, andarono nel panico e credettero di morire. Sfuggiva loro che pesavano ventitrè e ventotto tonnellate, e che quell'ondata non li smosse nemmeno. Stettero immobili per una giornata intera. Venne la notte.


L'acqua scorse via. Sulla piana prese a brillare, sprigionandosi dalle nuvole, una luna gelida. Come statue i due rettili stavano impalati, tra il terrore e la confusione, vivi. Ci volle un po', prima che il silenzio smettesse di atterrirli; e cominciassero a muoversi tra le pozzanghere.


a Gallo, con l'avvertimento che il Megalodon non ha bisogno di scorte di cibo; se lo procura da solo.

martedì 12 agosto 2008

Riflessioni su una serata

In seguito ad una serata fra amici ho maturato alcune considerazioni su me stesso. A quanto pare io:

1) Non ho il senso dell'umorismo. Porgo una bottiglia a uno e quello si caccia a ridere. A quanto pare il mio gesto era talmente goffo, impacciato e rigido che faceva ridere. Io ci sono rimasto secco. Non capisco ancora perché facesse ridere tanto. Insomma, fatto sta che non ho il senso dell'umorismo.

2) Ascolto musica mediocre. Dopo aver visto Amadeus ho la sindrome del "mio Dio, povero Salieri, ma in fondo i mediocri non sono così male, anzi non sono affatto mediocri"; così tradisco i grandi compositori e rivelo i miei gusti da sempliciotto burino fanatico di meldoramma crogiolandomi in dei miserabili volgari come Vivaldi, Pergolesi, Caldara, Monteverdi, Piccinni, Traetta, Mazzoni, Gluck e compagnia (gente che nessuno ha mai sentito nominare, e in ogni caso farebbero inorridire chiunque ne sapesse un po' di armonia, diciamo un qualunque studente di conservatorio).

3) Non capisco una sega neanche di letteratura, perché invece di cogliere il genio di Melissa P. (come lo definì un mio amico) o di qualunque altro modernissimo (in breve, i libri di Laura) a vent'anni sono ancora lì con i sonetti barocchi, i drammi del Metastasio, i frammenti della Dickinson e i mattoni di Thomas Mann.

4) Sul cinema, non ne parliamo.

5) E insisto ancora sui miei grotteschi dinosauri! Pietoso infantilismo.

Concludo mestamente: lunga è la via perchè io diventi una persona normale (come molte persone che mi conoscono da tempo desiderano). Ci provò Nicola, quel giorno lontano, a votare per me alle elezioni per i rappresentati di classe, sperando che responsabilizzandomi io diventassi meno ridicolo: ma a quanto pare io e il ridicolo siamo connaturati, siamo una sola indivisibile persona, e insieme all'indelicata goffaggine formiamo una parodia di trinità.

[io vi ucciderò tutti]

domenica 10 agosto 2008

Angosciante...

Tu che pria d' esser nato eri già morto
     Confusa idea dell'essere, e del nulla,
     Informe figlio, e sventurato aborto,
     Del feretro rifiuto e della culla,

       5Cui produsse un'error di amore assorto,
     Ma di severo onor un fallo annulla
     Sì che madre non più, né più fanciulla
     Ho eterno il duol dopo un gioir sì corto,

Dal nulla in cui rientri, ombra tradita,
            10Non uscir a turbarmi. È troppo forte
     L' orror da cui la colpa mia è seguita.

Deciso due tiranni han di tua sorte.
     Di Onore in onta Amor ti die' la vita,
     Di Amore in onta Onor ti dà la morte.

Giuseppe Artale.

sabato 9 agosto 2008

L'isola

Mise la testolina fuori dalla cerchia di radici aeree nelle quali s'era messo un po' di foglie secche per dormire. L'isoletta su cui s'era sistemato, al centro del fiume, era tagliata in due da un canale di acqua dolce che lo serviva due volte al giorno, tre nella stagione secca. La creaturina si alzò più che poteva e il disco d'ambra umida sparì e ricomparì dietro la palpebra. Qualche grosso animale se ne stava sull'altra riva del fiume per bere; le grosse araucarie e gli equiseti dell'isola lo nascondevano, ma gli davano comunque una buona vista. 

Spirava una brezza odorosa di semi. Una bruma nuvolosa dorava il cielo e lo ingrigiva all'orizzonte. Se avesse saputo cosa voleva dire, avrebbe capito che stava per piovere. Ma non aveva mai visto la pioggia.


Perché era nato in un deserto. Per abbandonarlo gli c'era voluto uno snello predatore urlante che tentava di addentarlo, sul fianco di un pendio. Allora si buttò a correre a perdifiato, senza sapere dove, stirando le sue lunghe gambe e graffiando la polvere col piede a tre dita. Uno scatto come si deve aveva salvato sua madre, suo padre e molti dei suoi fratelli e sorelle, e ora salvava anche lui. Non si accorse che il predatore gliel'aveva data su soffiando dopo pochi metri. Aveva corso per ore. 

S'era buttato a terra, col torace che stava per esplodere e l'aria diventata acido nella sua gola, le gambe ancora in frenetica corsa, il dorso che s'inarcava e la coda che sbatteva. Quando si calmò, si rimise sulle gambe doloranti e non capì dove si trovava.

O perlomeno: non ricordava quel luogo. Era la riva di un largo fiume, circondata da conifere ed araucarie.  In mezzo al fiume c'era un'isoletta di detriti. Lì andò a sistemarsi una creaturina di un metro e mezzo, e quando quella mattina, dopo mesi, uscì dal suo tronco, ignorò i segnali della pioggia che non aveva mai visto, e bevve a lungo nel canale, con una certa serenità.

venerdì 8 agosto 2008

Mangiare nascosti

La palma cicadèa se ne sta addossata al tronco, col suo grappolo di semi chiuso nella muraglia delle sue fronde. Col becco cerco di farmi strada. Non c'è verso. M'innalzo sulle due zampe, m'appoggio alla base della pianta e il collo si snoda verso il grappolo di semi. Un colpo di becco e l'ho strappato quasi tutto. Ingoio il boccone di felci che avevo prima e attacco a masticare i semi. Uno dei pochi sapori che ricordo bene, perché l'ho gustato nel nido. Finisco le fronde della palma cicadèa masticando con chiasso. Il sottobosco è tappezzato di fiori rossicci; un'ape mi ronza davanti all'occhio destro. Sbuffando, ricado sulle quattro zampe.


La parete del bosco è tappezzata di felci e cicadèe. Distinguo platani, magnolie, ginkgo - e stranutisco, perchè l'odore del gingko mi dà proprio alla testa. Le araucarie gliel'han data su da qualche milione di anni e son lì, rade, basse; qualche conifera svetta ancora. Ma a me questa lotta tra piante importa il giusto. Mangio un po' di tutto. Tranne forse qualche cosina un po' troppo dura per la mia bocca più stretta di altre; pigne, rametti, germogli, aghi di pino - roba buona per i miei biscugini di prateria, obesi e senza cresta. 

Ad ogni boccone strappato attacco a masticare, ruoto gli occhi per guardarmi intorno, sto attento ad ogni scricchiolìo, inspiro una massa di odori da distinguere uno per uno. Da un paio d'ore quel grosso carnivoro è sulla riva del fiume e squadra con i suoi piccoli occhi neri la parete del bosco per trovarmi. Si diverta. Il mio colorito verde scuro, ocra, a macchie nere lo sta facendo dannare. Per lui debbo sembrare un pezzo di bosco. Vediamo quanta pazienza ha. Ho gambe sane e lunga coda; finché se ne sta lontano, posso fuggire senza rompere un rametto.

Booklandia Nova

Certe impressioni che do di me sono sbagliate. Ad esempio: la lettura. Secondo molti io sono un divoratore di libri. Si, è vero che li amo molto; ma non sono per niente veloce a leggerli, spesso mi impegno in mattoni terrificanti per gusto di sfidarli e comunque leggo molto più piano, ad esempio, di Laura. Inoltre, nel corso dell'inverno, col fatto che l'uni mi prende molto, leggo molto poco. Voi capite: non solo sono pigro, e quindi spesso mi manca la voglia di prendere un libro in mano e preferisco sciacquarmi il cervello con un fumetto o un film; ho pure delle difficoltà di concentrazione per cui posso piantarmi su un passo del libro che sto leggendo per mezz'ora senza capire cosa vuol dire, perché il cervello evacua proprio mentre ci poso gli occhi, ed evacua ogni volta che riprovo a leggere quel passo. 

La mia lettura, come tutte le cose importanti della mia vita, è lenta e graduale. Molti libri li scopro alla terza lettura. Su molte cose che leggo son portato a riflettere anni dopo. Rileggo più e più volte pagine casuali dei libri che ho già sistemato sullo scaffale, perché ho il terrore atavico di dimenticarli. A volte la svogliatezza è tale che m'impongo di leggere almeno venti pagine al giorno di un libro, così da essere in pace con la coscienza. Mi rifiuto testardamente di leggere i libri sciacquacervello, moderni e didattici che mi propone mia madre, virando su bestie impegnative e classicheggianti, di solito faticosissime. Il Doctor Faustus di Thomas Mann, per quanto meraviglioso, è stato fonte di profonda angoscia.

Con questo sistema, osserverete che ho letto molti meno libri della media di chi mi circonda. Mi consolo dicendomi che, in fondo, l'importanza che ogni singolo libro ha su di me quando lo leggo è tale che vale quanto duemila libri letti a casaccio o con leggerezza. Mi consolo: magari m'illudo e basta.

giovedì 7 agosto 2008

Sarcasmo.


Travaglio in splendida forma.

Il regno della morte

a Tartufone

La morte venne dal cielo: così hanno detto.


Quando - al tramonto trasfigurato
I milioni di soli
(Forse altrettante frustate su confuse schiene)
Piovvero, la carne respirò a rovescio,
L'utero mostrò i bianchi
Ossi, mezzi emersi
Dalle sabbie buie.


Allora un sangue senza saperlo antico
Giovane per istinto
Eterno negli anfratti della roccia e del ricordo
Andò ad evaporare nel bruciore della polvere
Avvizzì, fu spento 
Nella frescura dell'abisso immobile.

Non vide, inchiodato lassù, tra le brume rossiccie
Mai più il sole la terra, velata
Di strozzature minuscole, nell'abbraccio
Di nuvola che pare caverna -
Un piede, un artiglio
Non tormentò mai più quel suolo,
E polle di acque nerastre, fitte di spettri, lo trafissero
Per infinite solitudini d'anni.

O forse, prima dell'eterna fine,
Sull'orlo del crepaccio - le risate silenti
Di chi sapeva, ed aspettava - ho visto
L'ultimo scheletro, e chi lo frugava, malato,
(E pensieri non erano, e tristezze)
Rovistando per l'illusione
Di non precipitare.


mercoledì 6 agosto 2008

Madri

...dio, che mattina fredda, quassù in collina. Ogni volta svegliarsi è un lamento.

...sono un po' intontita... 'spetta che mi metto sulle quattro zampe... eeeeccoci qua. Dov'è mia sorella? Ah, si. Dietro di me, già sveglia.


Mia sorella è un po' disattenta, a differenza di me. Sono quasi sicura che i piccoli che ha nel nido non sono lo stesso numero delle uova che ha deposto, qualche mese fa. Se ne sta lì a sonnecchiare e qualche piccolo celurosauro le frega un uovo da sotto il muso. Oh, pare uno scherzo, ma anche quando veniamo tutte e mille a deporre le uova sulle colline, qualcuno trova sempre il modo di sgattaiolare in mezzo alla mandria. 

Non sto mai tranquilla quando sorveglio il nido. Sposto in continuazione le erbacce e i rametti che metto sopra le uova perché le scaldino a dovere (chiaro che se mi ci siedo io sopra, per covarle, le mie tre tonnellate me le riducono a una poltiglia, come è successo a una mia cugina di oltrefiume, poveretta); mangio quando capita, non dormo mai come si deve e quando mi sveglio sono tutta bloccata. E per fortuna che quassù girano pochi grossi predatori. Si, ecco, senza volersele tirare addosso, ma una che aveva il nido vicino a me si è allontanata nella foresta per raggiungere il ruscello è - ehm - non è più tornata.

Ho venti frenetici esserini con gli occhi grandi, in questa buca nel terreno. Ventitrè erano le uova che ho deposto, come faccio ogni anno da quando ho raggiunto gli otto metri e la tonnellata. Si vede che anche la mia sorveglianza è stata beffata in qualche modo. Amen. Ora bisogna che butti addosso a questi mini divoratori le fronde e le bacche che ho raccolto ieri ai margini del bosco, o mi stordiranno con il loro pigolìo. Toh, prendete e mangiate. Finché state qui dentro, e io sono sopra di voi, la vita dev'essere una pacchia.

Mia sorella mi chiama, si innalza sulle zampe posteriori, si stiracchia al sole. Le rispondo. Fra pochi giorni torneremo in pianura.

lunedì 4 agosto 2008

Qui sotto...


...mentre la pioggia esagera e rischia di annegare i miei venti chili di piccola creatura dei boschi. La piana poco sotto è già un pantano dove dimensioni maggiori delle mie non riescono a districarsi. Ma non ho mai guardato con invidia a quelle colonne di carne. Vero è che in certi momenti vorrei perlomeno sapermi arrampicare sugli alberi. Ma come faccio, con queste quattro dita tozze?

Chissà dov'è la mia mandria. Chissà se c'è qualcuno come me, sorpreso dal temporale, che si è rincantucciato sotto queste foglie giganti. Eppure il nonrumore - che si fa largo nello sciacquìo - gli odori di frescura, la notte che viene e viene. Nessuno è qui con me, nessuna mascella che scatti e mi spezzi il dorso. Solo ombrine azzurre che danzano, il fiumiciattolo che s'insinua alla base del tronco, le frasche della cavedagna dove dormo. 

La foresta è casa mia. L'acqua scivola sul mio cranio rinforzato di osso. Qui sotto sono in pace.