martedì 30 settembre 2008

Qui canto pure io

DOMENICA 5 OTTOBRE 2008 

 ORE 17,30 

Presso l’ Oratorio dei SS. Cosma e Damiano  

Sede della S.B.M.A. (Società Bolognese per la Musica Antica) 

Via A. Quadri, 11- Bologna  (ingresso Via Begatto) 


Concerto d’ Apertura 


della rassegna

La  nota  straVagante 



promossa dall'associazione "HEMIOLIA", presidente Emilia Mattioli


Dopo un  antipasto

di  assaggi  musicali,  

festeggeremo insieme.


 VI ASPETTIAMO NUMEROSI ! ! !

lunedì 29 settembre 2008

Apperò

[in macchina sui viali con Fabrizio, Etienne e Simon, due erasmus francesi]

SIMON (sforzandosi) Como se disce... uno... uno che pansa sampre al séso... in Italia?
GIULIO  Maniaco? No, troppo generico...
FABRIZIO  Troiomane?
GIULIO  Ma dai, sessuomane è più preciso...
FABRIZIO  Si, ma è troppo 'alto'...
ETIENNE  ...Giulio! Si dice Giulio!
SIMON  C'è nel dizionario la sua foto!

(risate)

[perspicaci, questi mangiaranocchie]

Bah

Il commento dell'Ila all'ultimo post è stato: e dopo che mi ha preso per mano cosa fa, mi butta nel canale?

Certa gente proprio non ce la fa.

domenica 28 settembre 2008

Mattinata

"[Albinoni] fu particolarmente attratto dall'oboe, uno strumento relativamente poco usato in Italia fino ad allora, tanto che il suo è stato il primo concerto per oboe scritto in Italia."

Wikipedia

(mattina presto in una calle di Venezia, vicino a piazza San Marco. Dodici gennaio 1715. Albinoni, intabarrato in un cappottone per il freddo invernale, si incammina verso la piazza e incontra Ilaria che se ne sta per i fatti suoi a guardare il cielo azzurro cupo, un poco rannuvolato, alla base di un muro sopra il quale spuntano dei rampicanti. Di là dal muro c'è evidentemente il giardino di una casa signorile. Qualche lamella di sole striscia per i muri. I due si salutano)



ALBINONI  Oh, salve, Ila.
ILA  Salve, Tomaso. Così presto vi svegliate?


ALBINONI (annuendo) Oggi, si; che il mio amico, il Vivaldi, m'ha detto che se voglio sentire le ragazze dell'orfanotrofio suonare, devo presentarmi alle devozioni mattutine.
ILA   Andate ad ammirare la bellezza delle ragazze? M'han detto che sono splendide.
ALBINONI   Al contrario, orrende; però suonano molto bene. E poi c'è un nuovo strumento che volevo andare a sentire.
ILA (sporgendosi verso di lui)  Si? Cominciate ad incuriosirmi.
ALBINONI   E' un fiato, i francesi lo chiamano obuè. Qui in Italia non si sa neppure cosa sia. Ma il suo suono mi piace. Così da qualche settimana vado a sentirlo all'Ospedale della Pietà.
ILA  E' crudele il Vivaldi a farvi alzare a quest'ora!
ALBINONI (ridendo) Non sarebbe il Vivaldi!
ILA  Ecco. Ma che suono ha?
ALBINONI  Aspro, a detta di molti; ma per me quell'asprezza può diventare molto dolce e insinuante.
ILA  Be', non vi rimane che metter su qualcosina di scritto.
ALBINONI  Brava Ila, guardate pure qui (e si cava di sotto il cappottone una carpetta di cuoio gonfia di pagine pentagrammate. Lo porge ad Ilaria, che ne scioglie il nodo. Ila sfoglia le pagine di musica dentro la carpetta, canticchiandole). Ne sapete di musica?
ILA   Un poco. Ma sentite, è bello.
ALBINONI (onoratissimo) Troppa grazia, signorina Ila. Ma voi che fate qui tutta sola?
ILA   Cazzeggio.
ALBINONI   Ma rintanatevi dentro casa, voi che potete. Non sentite che freddo?
ILA   No, Tomaso, a casa ci torno dopo essere stata felice da qualche altra parte. La giornata è appena cominciata.
ALBINONI (con un mezzo inchino) Permettete almeno che vi dia una mano per proseguirla. Se avete osservato abbastanza il cielo, accompagnatemi dalle putte della Pietà. Poi andremo a fare colazione insieme al Vivaldi. Cosa ne dite?
ILA   Volentieri, Tomasino. E pretendevate che me ne stessi a casa, con un progetto simile?
ALBINONI  (scrollando le spalle) Non lo so, signorina Ila; sono solo un musicista dilettante.

(dà la mano all'Ila e la traina in piazza, verso l'Ospedale della Pietà. Il sole illumina di sbieco le due figurine allacciate mano nella mano, che camminano e chiacchierano)

sabato 27 settembre 2008

Svegliaaa, che è l'alba!...

Ok, ora chiariamo due cosine.

Quando dico che mi secca avere un 28, non sto dicendo che un 28 è IN ASSOLUTO un brutto voto.

Sto dicendo che nella MIA particolare situazione, con i MIEI particolari desideri, quel voto non mi soddisfa.

Questa cosa che dico è personale. Lungi da me offendere la sensibilità dei pii colleghi filologi del 32, che rigorosamente senza dirmelo in faccia mi danno del montato.

Cari colleghi!... Non è il voto che importa, è l'aspettativa. Se uno vuole un 19 e prende 20, quel 20 è una cosa splendida. Perché è esattamente quello che si voleva all'inizio, anzi, anche di più. Ed io sono pronto a gioire con voi di ogni singolo voto che prendete, se quel voto vi soddisfa e vi rende felici, qualunque voto sia.

Già, perché voi pensavate che io, vanitoso e competitivo, disprezzassi i vostri 28, e mi sentissi orribilmente macchiato quando una temporale di passaggio mi abbassava pericolosamente a raggiungervi?!? Ovvìa, che s'è sfondato il muro del ridicolo. Vi pare sensato che io, senza conoscervi, mi metta a giudicare i vostri risultati?... ma che me ne frega, cari miei? La vita è vostra, la carriera universitaria pure. Non tenterò di soffocarvi con i vostri appunti mentre dormite. Anche se lo sembro, non sono aggressivo gratis. Voi sapete che punto in alto, ma questo non implica che consideri chi mi circonda un soprammobile. Tenevo a quest'ultimo esame, e sapete bene che la passione non mi manca. Date le premesse, mi permetterete, visto che volevo il massimo, di avere un attimino di sconforto se non ci arrivo. Non è un dramma, santo cielo, è chiaro che esagero; se provassi una vera depressione per un voto universitario avrei dei seri problemi di narcisismo - e finora l'ho saputo contenere nei limiti della decenza.

Perché se cercate un motivo per non trovarmi simpatico, questo del 28 non vi offre scuse a sufficienza. Non da adesso.

giovedì 25 settembre 2008

Dio, quant'è bella!...


VII.

   Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,
O fiume alpestre, o ruinati sassi,
O spirti ignudi di virtute e cassi,
Udrete il pianto e la mia doglia eterna.
Ogni monte udirammi, ogni caverna,
Ovunqu’ io arresti, ovunqu’io mova i passi;
Chè Fortuna, che mai salda non stassi,
Cresce ogn’or il mio male, ogn’or l’eterna.
   Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,
O fere, o sassi, o orride ruine,
O selve incolte, o solitarie grotte,
   Upupe, e voi del mal nostro indovine,
Piangete meco a voci alte interrotte
Il mio più d’altro miserando fine.

Dalle Rime di Isabella Morra (1520 - 1546)

Aaargh

Però, cristo, che rabbia, quando passi per un superficiale che non ha letto come si doveva quelle 935 fottute pagine!

Sono depresso.

Esame di Storia del Vicino Oriente Antico

Non è andata bene. L'esame constava di due parti: quella di traduzione della stele e quella storica - sostanzialmente il manuale. La prima parte m'è andata benissimo, la seconda meno: non ne sapevo granché sulla storia di Israele (in effetti l'avevo guardata maluccio in fase di studio) e sono stato un po' vago sull'Impero neobabilonese. Insomma, voleva darmi 28. Sarei poi tornato a verbalizzarlo quando avessi potuto (in ottobre).

Uno dice: t'è andata bene. E' un esame fuori dal tuo curriculum, avevi 3000 anni di storia da sapere bene - e li sapevi così così, che è già qualcosa, e 28 non è un brutto voto. E poi - se ricordi - avevi già deciso di accettare quel 28 in Estetica.

Se non che.

Se non che questo esame mi importa molto di più di Estetica. Che l'insegnante mi ha detto che, se torno all'appello del 26 novembre con la sola parte storica ben preparata, quel 28 diventa un 30. Che non ho esami prima di dicembre, e ho solo tre corsi all'uni. Che ho 49 giorni per giostrarmi un solo libro, anche se di 935 pagine, un libro che però in gran parte conosco bene.

E quindi... considerando che metà dell'esame l'ho data... rimandiamo l'altra metà al 26 novembre.

Ed Estetica? Oh, quello me lo tengo. Non ho nessuna voglia di riprenderla in mano.

mercoledì 24 settembre 2008

Inventario

Ma io, fino adesso, cosa ho scritto? E soprattutto: a voi, che ve ne frega? Ma quando parlo con 'voi' spesso sento di stare chiarendo due cosette anche a me. Vediamo; io, scrittore... no, che brutta parola... artista... no, fa schifo... artigiano... eh, magari... altri vent'anni, va'! allora... io... paroliere? wow, peccato che l'ultima volta che ho scritto una canzone è stato nella mia vita precedente. Insomma, io che-costruisco-faticosamente-come-fossero-partiture-o-quadri-delle-pagine-fitte-di-lettere ho al momento in borsa:

I testi teatrali:

- Se siete l'imperatore più potente del mondo, pensate a quello che fate!, o sia IL SERSE (simpatica commediona tragica messa su quand'ero al liceo)
- La Torre di Babele, o sia il NEMBROTTE (fosca tragedia biblica)
- Il tesoro di Ascanio, o sia ELISA (commedia da teatrino delle marionette scritta appositamente per il teatrino di casa S., su richiesta di Fabrizio, che ovviamente, nei quattro anni che l'ha avuta in mano non l'ha neppure aperta)
- Il ritorno alle foreste, o sia ARKHAM (fantasmagoria ispirata alla Shoah)
- La resurrezione, o sia MICHAEL (tragicommedia sulle sorti dell'umanità e su due apprendisti umani, se così si può dire, molto rocambolesca)
- L'uomo d'ordine, o sia LEVIATHAN (drammone ateo e senzadio organizzato come una tragedia greca, come personaggi non proprio tipici)

I racconti:

- Il mondo nuovo (fantascienza dinosauresca)
- La verità (la giornata di un professore di lettere)
- Le ali (quel che successe ad uno strano studente)
- Il giorno che il diavolo cantò (lo sto ancora riscrivendo daccapo, ma è la giornata di due librai)
- Niente da dire (satira letteraria ed esame di coscienza)
- Una donna (l'ossessione di una narcisista - scritto in tandem con la mia alter-ego Elisa)
- Gli abissi del Male, o sia Don Farnace (che prima o poi dovrò riassettare)

Ho anche una quaterna di racconti momentisti, lunghi ciascuno venti righe, e alcune poesie, delle quali però non vado fiero - quelle buone sono forse tre o quattro. E sto scrivendo:

- La tessitrice di anime (in tandem con Elisa)
- Il Signor F.

Ho alcuni progetti gustosi, tra cui una satira sull'immigrazione (La comparsa degli anfibi), Dioniso a Napoli, un viaggio nella Britannia Romana, un drammone nella medesima, e chissà cos'altro. Devo dire che in questi anni non mi sono mai mancate idee; certo, non tutte buone; ma se ho una fortuna in senso letterario, è quella di avere una fantasia sbrigliatissima e - detto come va detto - un gran gusto a raccontare. Ma raccontare come piace a me, con allegria e disperazione, e sempre, sempre con invenzione. Mi annoia la realtà. Non posso ammorbarmi a scrivere romanzi mitteleuropei strappacuore come vorrebbe mia madre, o annali di adolescenti complessati come vorrebbe mio padre; e siccome non faccio come dicono loro, difficilmente avrò mai successo. Ma bisogna che io vada per i cazzi miei, e un giorno capirò.

Almeno spero.

martedì 23 settembre 2008

Rivincite

Con i due esami che sto per dare, tra mercoledì e giovedì, avrò acquisito i rudimenti di altre due lingue. Morte, beninteso. L'occitano è rimasto, a livello di minidialetto imbucato nella Francia del Sud; l'accadico è sparito, ma vivono i suoi cuginetti semiti - l'ebraico, l'arabo e via andare. Voi mi direte - anzi: la Stephy jappo mi dirà: la pianti di imparare lingue che non parla più nessuno? Osserva l'utilità delle lingue vive; se ho voglia di parlare jappo (a parte che sono in Giappone adesso, ma in generale), telefono - per dire - all'ambasciata giapponese e mi faccio due chiacchiere col primo che mi risponde.

Embè? Io telefono all'Ambasciata dei Cadaveri, chiedo che mi passino Shuppiluliuma I direttamente dal 1600 a.C., e ci scambio due chiacchiere sulla sua splendida risoluzione del problema di Khanigalbat.

Tiè.

lunedì 22 settembre 2008

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno

Oratorio in due parti. Personaggi ed interpreti:

LA BELLEZZA ----------------------- Laura B.

IL PIACERE -------------------------- Marta R.

IL TEMPO ---------------------------- Giulio I.

IL DISINGANNO -------------------- Elena M.

Musica di G.F.Haendel.

Laura (la Bellezza) se ne sta malinconica davanti ad uno specchio. Riflette sulla caducità delle cose umane, e medita che un giorno la sua bellezza sparirà, mentre lo specchio rimarrà sempre intatto. Assorta in queste meditazioni canta Fido specchio, in te vagheggio:


Sopravviene Marta (il Piacere), a garantirle che non sfiorirà col Tempo, ma sarà sempre bella: basta non pensare al noioso trascorrere degli anni. Laura, entusiasta, accetta con gioia Marta e le dichiara eterna fedeltà: via i musi tristi e le affannose preoccupazioni. Se non che entrano in scena Giulio (il Tempo) ed Elena (il Disinganno) ed ingaggiano battaglia con Marta: dimostreranno a Laura che la bellezza, ahinoi, non è affatto eterna. Elena intona la cupa monodia Se la bellezza:


E via, la battaglia comincia. Ma Laura è determinata a difendersi: la sua bellezza sarà inattaccabile dagli anni. Intona un canto vittorioso (Una schiera di piaceri):


Giulio protesta: ha annientato intere nazioni, vuoi che si fermi davanti ad una fragile bellezza terrena: e, scoperchiando le tombe, mostra il suo potere. Ma Laura e Marta lo deridono: è davvero da idioti immusonirsi e deprimersi da giovani, come pretende Giulio (Il voler nel fior degli anni)



Inutili le proteste di Elena: Laura attacca Giulio con una feroce aria di rifiuto (Un pensiero nemico di pace):



Elena e Giulio raddoppiano l'attacco dell'evidenza: se dai un'occhiata al mondo, troverai che nulla dura ed è eterno, ma soggiace al peso della morte. Marta se la ride, e mostra a Laura la reggia del piacere, popolata di spiriti graziosi e da bei giardini soleggiati e sereni (Un leggiadro giovinetto):



Elena è scettica davanti a tutto questo ambaradàn: lei colpisce di nascosto, è vero; fa poca scena, ma molto danno, proprio perché l'uomo rifiuta il disinganno (Crede l'uom ch'egli riposi):



Laura non capisce; se Marta è sempre con lei, come fanno ad essere con lei anche Giulio ed Elena? La contraddizione è evidente; dove c'è piacere non c'è disinganno nè tempo. Giulio le spiega che il Tempo non ti abbandona mai, tranne in cielo, dove regna l'Eternità, e dove lui non arriva; quello è il vero piacere. Così invita Laura a vedere la reggia del Vero, dove lui ed Elena regnano. Laura dubita; Marta cerca di dissuaderla, argomentando che queste del tempo e della morte sono balle inventate per gli eroi. Dopo un teso quartetto (Se non sei più ministro di pene), Laura ascende alla reggia del Vero.



FINE PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

Giulio mostra a Laura la reggia del Vero ed il trono della Verità. Laura è incantata, ma in questo scenario non trova Marta, anzi trova dolore e tristezza. Marta le dà della scema e le continua a dire che al di là di lei è inutile vivere, perchè si vive male; le ricorda inoltre che Laura ha giurato di non lasciarla mai (Tu giurasti di mai non lasciarmi):



Laura tentenna: vorrebbe poter dire 'si' a Marta e alla verità, ed è confusa (Io vorrei duo cori in seno):



Giulio ed Elena la rimproverano: cosa diamine insegui ancora Marta? Non t'è bastato vedere il suo inganno nello specchio del Vero? Ma Laura non vorrebbe perdere Marta. Elena, severissima, le dichiara che quanto più Laura seguirà la retta via sulla terra, tanto più vero ed intenso sarà il vero piacere, quello dell'eternità (Più non cura valle oscura):



Giulio protesta: Laura è proprio testarda, che ancora si ostina a voler affrontare le terribili tempeste del mondo e rifiuta il porto tranquillo della Verità. Laura tentenna ancora di più, e vorrebbe tempo per risolversi; qualcosa in lei ha sentito e compreso le parole di Giulio ed Elena. I quattro si sfogano in un mordentissimo quartetto (Voglio Tempo per risolvere):



Laura è curiosa: nella reggia di Marta ha visto un piccolo ruscello oscuro e lento. Chiede a Giulio cosa sia, e apprende che è il ruscello che raccoglie le lacrime di chi si è fidato del piacere ed ha buttato al vento sè stesso. Ed il pianto dei giusti?, domanda Laura. Giulio risponde che in cielo quel pianto pare un fiume di perle. Laura è lì lì per cedere. Marta tenta il tutto per tutto (Lascia la spina):



Laura chiede ad Elena di farle vedere lo specchio del vero, ed Elena glielo concede. Laura vede, e capisce: comprende la vera natura della bellezza terrena, capisce quanto essa sia un nido di mostri e dolori; getta a terra lo specchio, frantumandolo. Poi deborda in arie di furore. Tutti sono sconvolti. Giulio ed Elena cantano un sereno duetto (Il bel pianto):



Laura dà il benservito a Marta, che l'abbandona infuriata ed offesa (Come nembo che fugge col vento):



LAURA
Pure del Cielo intelligenze eterne,
Che vera scuola a ben amare aprite,
Udite, angeli, udite il pianto mio,
E se la Verità dal Sole eterno
Tragge luce immortale, e a me lo scopre,
Fate che al gran desìo rispondan l'opre.

E canta la sua ultima aria: Tu del ciel ministro eletto:



Infine Laura, Elena e Giulio festeggiano insieme il Trionfo del Tempo e del Disinganno.

FINE DELL'ORATORIO

[Laura, Elena, Giulio, Marta escono a turno dal sipario per ricevere gli applausi. A Laura lanciano un mazzo di rose rosse.]

sabato 20 settembre 2008

Ah, l'Oriente!...

RE di BABILONIA  Ehm, Faraone, qui uno dei due non sta capito. T'avevo chiesto di mandarmi tua figlia come sposa - intendo dire una delle trenta che hai. Non fare storie, ne ho bisogno per la mia campagna d'immagine contro quei montanari cornuti degli Elamiti.
FARAONE  Mi dispiace, mio buon Cassita, ma da che mondo è mondo le principesse d'Egitto non vanno spose a principi stranieri.
RE di BABILONIA  Ma se ti spediamo tutti le nostre figlie perché i tuoi figli le sposino!
FARAONE   Ok, ma è tradizione che le figlie del Faraone non si sposino fuori di casa.
RE di BABILONIA  Ecchè siamo, la schifezza sotto le tue unghie?
FARAONE   Più o meno.
RE di BABILONIA  Va bene, almeno mandami una qualsiasi bella gnocca della tua corte... una bella egizianona con un aspetto più o meno regale.... così a Babilonia penseranno che è tua figlia e io perlomeno ci farò una figura decente.
FARAONE  Guarda, Re, a dire il vero...
RE di BABILONIA  Zitto un po', che non ho finito. Mandami oro. MOLTO oro. TANTISSIMO oro, tutto l'oro che ti ho chiesto, MANDAMELO!

Questa conversazione è realmente avvenuta, su tavolette d'argilla, 1500 anni prima di Cristo.

[mi mancheranno, questi simpatici buzzurri del Tardo Bronzo]


venerdì 19 settembre 2008

giovedì 18 settembre 2008

Ideona

Ho trovato il mio epitaffio:

Non è colpa mia.

Ripensandoci

Dopo la lezione di canto, mi sono fiondato - alle sei e trentacinque - verso il negozio di penne stilografiche in via Farini, dove in genere mi rifornisco di cartucce per la mia Columbus. Il negozio aveva le luci accese, ma la porta era chiusa. Lì per lì, irritatissimo, ho bussato sul vetro e ho scosso un po' la porta. Avrà chiuso giusto cinque minuti fa, penso. Mi volto, e incrocio gli occhioni azzurri sgranati del proprietario, un vecchio bolognese dall'umorismo crudo e dalla risata da basso russo. Costui si alza dal tavolino del bar dove prendeva un caffè, e mi viene incontro dicendo:

"Insomma! E che bussi a fare? Son qua!"
"Eh, ma pensavo che fosse andato di là, o che avesse chiuso..."
"Ma che chiuso e chiuso! Io chiudo quando mi pare, apro quando mi va, se mi va, e bona lè. Vedi (e apre la porta del negozio), il negoziante di penne non è un commerciante. E' una cosa a sè. Apre se gli va e come gli va, chiude come gli pare e piace. Ogni tanto c'è, ogni tanto no. Non è un commerciante. L'è n'ater quael."
"Ah. Ok, io ero venuto per..."

Eccetera.

Questo lampo di orgoglioso individualismo raffinato da parte di un bulgnàis di vecchio stampo mi ha riscaldato. E' uno di quegli aneddoti che oggi, in un libro, andrebbero forte: la piccola storia, il piccolo aneddoto, reale e che puoi trovare dovunque dalle tue parti, che però diventa metafora di qualcosa di più grande; ma senza darlo a vedere, senza mai tendere ai massimi sistemi; è solo un vecchio negoziante raffinato, e nient'altro; ci veda il lettore i significati che vuole; ma sappia che quel piccolo avvenimento è in realtà enorme nella sua reale, umile, viscerale semplicità. Oceano mare, che Dio lo maledica, è tutto così.

Mi sono messo subito a pensare: come potrei far coagulare questo attimo di poesia che mi è capitato tra le mani in un racconto? Perché quello che mi serve è che i miei lavori siano convincenti. Il lettore poi me lo infarlocco come mi pare, l'importante è che s'illuda di leggere un epigono di quelli che piacciono a lui; dopo mi rivelerà diverso. Ma come far entrare il raffinato pennaiolo in un racconto?

E mi sono risposto: impossibile.

Perché finché la realtà e io non andiamo d'accordo, finché nella mia testa non diventa assolutamente normale parlare di cose di tutti i giorni, finché nel mio cervello nuvolaceo la vita di tutti i giorni non diventa uno sfondo fisso sul quale costruire, è assolutamente inutile che io vada per mercati e sui bus a sentire parlare la gente, come consigliava De Filippo: ed è assolutamente inutile che io vada in cerca di avvenimenti reali. Perché se li devo cercare, vuol dire che sono fuori di me, che non li ho interiorizzati, che non li riconosco come elementi costitutivi della storia che scriverò. E quindi, inserirceli non funziona. Sembreranno avvenimenti slegati, un po' patetici, poco armonizzati con il tutto, gratuiti.

lunedì 15 settembre 2008

Sogni

Qualche notte fa - o ero bambino? Ho sognato di essere qui.

Davano una qualche opera di quelle che piacciono a me, coi protagonisti che battibeccano e i pennacchi ondeggianti, e lo spadino di latta che trilla alla cintola degli eroi. Ma il recitativo era lontano, e io mi sono preso il gusto di correre per le volte infinite. C'era un cielo così azzurro, là sopra le arcate di marmo bianco. O erano note? Una ouverture tuonava in un salone, e io sono fuggito nell'angolo opposto. Ho cercato di alzarmi in volo. Nei sogni mi succede spesso; è come nuotare. Se uno trattiene il respiro, e non si muove, e non fa peso, viene tirato verso l'alto, e vola. Ma se fa troppi movimenti inconsulti declina verso terra, verso l'affondamento. Ho cercato di volare, ho galleggiato tra un picco e l'altro delle colonne, tra un balcone e l'altro. Sono atterrato sulla vetta di un frontone bianco, e vedevo un porticato infinito, e dall'altra parte del muro i rampicanti, l'edera, il chioccolio della fontana mi facevano pensare ad un giardino. Ecco cosa mi tirava verso il pavimento: l'addobbo scenico. Bisogna che mi riunisca ai colleghi: devo cantare nell'opera. Eccolo là, il quintetto. Io devo intrecciare la mia linea melodica con questo qua:

Poveretto, che vita. Fa il castrato soprano. Ha dieci fratelli e un babbo che a mali estremi ha pensato bene di. Ma d'altronde sono tanti come lui, nei sogni. Appena mi vede avanzare, con l'elmo che fra un po' mi rotola sugli occhi, ha appena il tempo di inveirmi contro un paio di endecasillabi gorgheggianti. Sono in rima. Ahia, il recitativo è finito. Dove sono gli altri? Il quintetto del secondo atto è cominciato, la musica è partita, il contralto deve aprire.

Eccoci qua. Io sono quello nell'angolo a destra. Il contralto modula la sua frase, il castrato soprano le risponde. Il basso entra per ultimo, ovviamente. Faccio la parte di un re indiano con due figli turbolenti e due mogli galline. Che il compositore me la mandi buona.

Però sono in cielo. Il cielo era la partitura.

Eh!

Le idee migliori per i post mi vengono quando sto per addormentarmi. Il problema è che poi dormo davvero, e la mattina dopo le ho dimenticate. Una volta - qualche mese fa - ho sacrificato il mio sonno al sacro artigianato, e mi sono imposto di alzarmi per trascrivere l'idea. Non l'ho più fatto. Forse dovrei farlo di nuovo.

domenica 14 settembre 2008

Rapinatrici


[su msn]

GIULIO  Nella foto, sei tu ai tempi della rapina all'OK Corral?
CATE  (sconvolta) ...No. Decisamente no.
GIULIO  Ah, no?
CATE (ghignando) No.
GIULIO ...era la rapina alla First National Bank?
CATE ...No. (ghigna)
GIULIO  ...La rapina al Garden Center?????
CATE  (esasperata) NOOOOOOO! L'ho fatta questo inverno, tipo. Ma era in un giardino. Una cosa molto innocente.
GIULIO  ...Hai rapinato il GIARDINO DI CASA TUA? ...Hai le idee un po' confuse? Mi dispiace... Tra banditi l'alzheimer è raro, ma devastante...

(Caterina, sconvolta, reagisce con una pernacchia)

sabato 13 settembre 2008

Le Danaidi non sono stupide

Sono profondamente devoto alla musica, come si sarà capito. Non c'è pezza: senza una colonna sonora, mi sembrerebbe a volte di non stare vivendo come dovrei - nel senso che il silenzio va bene, ma sparso ovunque no. La musica ha il difetto di essere intrusiva. Incita la mia testa a viaggiare mentre il corpo sta bello fermo, cosa che ho sempre gradito molto.

L'ultima volta che Chiara e Gianlo mi sono venuti in casa, gli ho preparato la carbonara, e mentre percuotevo selvaggiamente il tuorlo d'uovo nella cofana, in salotto le Furie annunciavano alle Danaidi che i loro tormenti non sarebbero finiti mai più; e le Danaidi, fatto caso che in effetti la dannazione si presume che sia eterna, tiravano venti secondi netti di urlo agghiacciante. Dopodichè, due colpi degli archi, e Salieri finalmente ha staccato la penna dalla partitura, magari tirando un sospiro di sollievo - ha vibrato al massimo la sua corda tragica, lui, spirito alieno da qualsiasi eccesso. 

Gluck, che stava nel letto a fianco, malato che peggio non si poteva ma ancora in grado di dare due dritte al giovane veneto, gli avrà chiesto: "Me la strimpelli al fortepiano, sia cortese - voglio sentire come viene"; Salieri avrà obbedito, e Gluck si sarà detto: "Si, funziona." Dopodiché Gluck avrebbe potuto addormentarsi per la febbre, e Salieri dev'essere uscito in silenzio per non disturbarlo. Era il suo idolo, diamine.


Due veneziani

Uno era figlio di ricchi mercanti e faceva musica per diletto, specie dopo che il babbo lasciò l'azienda ai fratelli minori. L'altro era un prete schizzato, figlio di un barbiere violinista e di una sarta, messo in seminario per mangiare meglio, e che non diceva messa a causa dell'asma. Entrambi suonavano il violino, ma il prete lo suonava fino allo spasmo, con delle cadenze che facevano fumare le corde. Uno aveva un grande affetto per l'oboe, e ci ha donato temini dolci, garbati, molto composti; l'altro, delle frenetiche sarabande che si scaricano in adagi solitari e lentissimi. Entrambi si legarono ad una cantante, ma pare che quella del prete asmatico fosse più una brava attrice che non una cantante. Uno si spostò di rado, e morì nel suo letto: l'altro, peggio di uno zingaro, girò da Firenze ad Amsterdam per fare opere e concerti, e schioppò solo, a Vienna, non si sa di che cosa. Uno fu asmatico per tutta la vita - ma forse era una balla, forse una nevrosi; l'altro si beccò il diabete a sessant'anni e ne morì, dieci anni dopo il prete, che era nato sette anni dopo di lui. 



Dev'esserci stato, tra di loro, almeno un conflitto. Un attrito. Uno sclero. O forse andavano insieme in gondola a ubriacarsi sulla riva degli Schiavoni, che ne so. 

mercoledì 10 settembre 2008

I fantasmi

IO Cosa prendi per cena? Io prendo la pizza.
INTERLOCUTORE (tranquillamente) Io il kebab.
IO (disperato) NON E' COLPA MIA SE NON PRENDO IL KEBAB! In realtà prendo la pizza perché dopo una giornata che è andata così e così, e sai com'è, funziono poco, e allora secondo la tabella nutrizionale 56 devo assumere tot cose e quindi, no, perché ultimamente mia madre...

UNO Uff, che stanchezza. Otto ore di lezione, sei di studio, gente ovunque. Non vedo l'ora di andare a nanna, che domani mi alzo alle sette.
UN ALTRO: Esci con me e venti persone che non conosci in un trip folle alcoolico dal quale non ti riporterò a casa, nonostante tu me lo chieda ripetutamente, prima delle quattro di notte?
UNO ...Si.

Variante:

FIGLIO (come sopra)
MAMMA interiorizzata Perché non esci? Eh? EH? PERCHE' NON ESCI? VAI FUORI! CONOSCI RAGAZZE! Conosci amici! In realtà tu sei timido e cerchi le persone solo per dominarle perché sei figlio unico e quindi ti circondi di ragazzi più piccoli o più stupidi, e sei confuso sui doveri morali, e poi io ho sempre ragione, sempre ragione, sempre ragione, cosa parli a fare, tanto ho ragione io, IO, IO, e vivi, alla tua età io non ero mai stanca ...a proposito, quando leggo quello che scrivi cado addormentata dalla noia.
BABBO interiorizzato Esci, figlio, divertiti, se non esci mi angoscerò perché vedrò che non stai bene, e io alla tua età avevo un mucchio di ragazze, ed è ovvio che la tua vita debba essere uguale alla mia, tu sei uguale a me, sei una mia appendice.
FIGLIO Si, babbo. Si, mamma. L'ansia è sicuramente dovuta al fatto che non seguo i vostri precetti come si deve.



Chi mi difenderà da me stesso?


domenica 7 settembre 2008

Istinto omicida

Rita mi ha passato il test di Dexter per l'istinto omicida: bisogna dire ciò che si pensa di alcune macchie, e mettere la freccina sullo stato d'animo che ci coglie in guardarle. Io, per sicurezza, l'ho fatto due volte. La prima volta ho beccato un 37 percento e il commento è stato: "Sembri calmo e tranquillo nella vita, ma se qualcuno di rovescia un drink possono succedere cose molto, molto spiacevoli". Verissimo. La seconda volta ero un po' più irritato e ho cavato un 43 %, con il commento: "Tendi a guardare troppi test su internet, sei perverso". Verissimo anche questo. Però dovrei fare alcune reprimende. Se io vedo delle macchie rosse simmetriche, scrivo "macchie di sangue simmetriche": che ho da scrivere, "fiorellini"? A quanto pare Rita si è presa il suo 0 % perchè ha messo nomi di simpatici animali da cortile dove io ho messo "sangue", "sangue su muro", "macchia di sangue simmetrica", "macchina volante", "occhi di insetto". Siamo seri, via. Se fossi un vero serial killer sarei già esploso quelle due o tremila volte, e invece - a parte il mio senso dell'umorismo, ogni tanto - nessuno schiatta, vicino a me.

mercoledì 3 settembre 2008

Il folletto di Londra

Questo luglio me ne sono andato a Londra in vacanza, per una settimana. Le mie intenzioni iniziali erano di andarci da solo, e così almeno mi pareva - nei primi giorni. Le apparenze, si sa che tradiscono. Per carità, Londra era splendida: guardate il ponte sul Tamigi:

O Piccadilly Circus, che è praticamente l'ombelico del pianeta. L'ho attraversato di corsa da un capo all'altro per sei o sette volte in cerca di una fottuta libreria a sei piani dove mi sono procurato, sbavando di lussuria, l'ultima, maledettamente satura di dati, biografia di Jane Austen.


In un'altra libreria mi sono prestato all'orrenda gag: "Good afternoon... I'm looking for a book." "Oh! You're lucky. We've thousands." Ma putt... amen, me le vado a cercare. Ho conosciuto Malcolm, il mio doppio: uno svanito libraio malvestito e occhialuto, calmo come un essere superiore. Ma queste sono altre storie. Appena cominciò la mia permanenza a Londra, cominciai anche a provare strane sensazioni. Mi sembrava che qualcuno mi seguisse, mentre giravo sotto i grandi porticati e i ristorantini di ghisa.

Ma era ridicolo, via. Tengo a precisare che non considero l'Inghilterra uno stato sovrano: per me è ancora un remota provincia, un po' a casa di Dio, del grande Impero di Roma. Ecco, si può dire che sono stato per una settimana a Londinium per verificare gli affari del governatore Gordonius Brownus (questi nomi barbari!...). Ho notato con piacere che la fortezza difensiva della città, quella per ripararsi dai luridi Germani, c'è ancora:

Continuavo però ad avere quella strana sensazione di non essere solo. Specialmente quando entravo in questi grandi parchi che benedicono Londinium e i suoi abitanti; ecco, in questi momenti di comunione con la natura, avvertivo un brusio eccitato e lo scalpiccìo di due minuscoli piedini accanto a me, che correvano e si rotolavano sull'erba.

Quando trovai nella mia macchina fotografica una foto di me stesso mentre dormivo, capii che in vacanza con me era venuto un folletto. Ma di quelli dispettosi, eh. Guardate come gode sadicamente nel fotografarmi stravaccato:

Da quando si rese conto che io sapevo, il folletto perse ogni pudore. Parlava in continuazione, a velocità fantastica, e pretendeva attenzioni ogni microsecondo. Continuava a non farsi vedere, e mi fregava la macchina per fotografarsi le sue brave vedute naturali degne di Emily Bronte:



E aveva persino il coraggio di correggere i miei comportamenti. Limitava le mie mangiate devastanti, e mi prendeva in giro quando cercavo di socializzare con le papere (nella foto mi aggrego ad uno stormo, che, civilmente, si scosta al mio passaggio):

Loro facevano "Qwa!", io rispondevo "Qwa!" e lei: "Giulio, non rispondere al richiamo!" Ho dimenticato di dirvelo: era una lei. I folletti femmina sono i peggiori, delle comandini assurde. Tra l'altro era una presenza nociva anche al buon andamento del parco: pedinava e tentava di portarsi via i cani degli sventurati che si distraevano vicino alle fontane:

E poi passava ore e ore appostata a cercare gli "animali giocattolo", come li chiamava lei, cioè gli scoiattoli. Qui, tanto di cappello: la sua pazienza è stata premiata:

Una volta mi impedì di entrare nel negozio che avrebbe fatto la mia perfetta, eterna felicità (un po' meno la sua, pare): i folletti sono terribilmente egocentrici, si sa. Le follette, poi.

Insieme snasavamo le correnti calde, oleose che ristagnano nel tube. Dopo pochi giorni lo usavamo come se l'avessimo usato da sempre. La folletta, che in genere era molto critica sul mio modo di organizzarsi, stavolta non protestò come al solito.

Non protestò neanche quando pretesi di andare a vedere la mostra su Adriano: semplicemente si rifiutò di venire. Com'è noto, i folletti non hanno memoria, e non sopportano il passato. Ricorda loro che il mondo è troppo grande per essere dominato, e che un giorno anche loro saranno passato. Questo per una folletta è gravissimo, perché si muove in continuazione e non sopporta di star ferma nemmeno per un secondo, figuratevi per ore a meditare sui giganti del tempo - figuratevi poi con me, che tendo a essere un po' logorroico. Comunque, dopo un po' di tempo, riuscii ad accattivarmi la sua fiducia e la fotografai a sorpresa!

Se uno riesce a fotografare un folletto, quello diventa subito visibile. E deve restarlo finché il fotografante gli permette di ritirarsi nell'invisibile. Ne ho approfittato per portare in giro la mia folletta (capirete che mi ci ero molto affezionato, e poi lei sa come farsi amare ^^) in luoghi che dicessero qualcosa di lei. Qui è nella libreria di Notting Hill:

Qui è, sbilenca, ai piedi di Peter Pan, il suo antenato e progenitore di tutti i folletti come lei. Era molto commossa: si trovava di fronte ad un maestro di vita. I folletti sono strani, ma io sono molto tollerante.

E insomma, anche se non sono stato da solo, la vacanza ha meritato questo nome. Per quanto scettico all'inizio, la mia folletta mi ha regalato una settimana indimenticabile. Per questo mi rivolgo a chiunque abbia una folletta o un folletto che la segua ovunque: amate di più i vostri folletti, ragazzi, perché è proprio la loro stranezza che li rende amabili. Io, per quanto mi riguarda, non ho bisogno di questo consiglio: la mia folletta la amo già tantissimo.


[grazie, 'more. Anche per le foto, perché a dire il vero io di persona non ho scattato un accidente]