mercoledì 18 novembre 2009

Forse

la massima aspirazione di alcuni

(di me?)

potrebbe - dovrebbe? - essere non la felicità, ma una teporosa serenità,

quale può sorgere nel vedere che sono finalmente inscritto nell'ordine delle cose

(so stare in società
rido
faccio battute divertenti
parlo
pure in inglese
le inglesine hanno capito la mia battuta
altri vengono detti timidi e io no
mi informo delle cose degli altri
e informo gli altri delle mie cose
e faccio pure finta che questo balletto mi interessi
non ridete, è da quando avevo sei anni che non succede che io sia funzionale al gruppo)

che sono diventato un ingranaggio funzionante.

martedì 17 novembre 2009

Esistere

Per farmi sentire meglio, una volta una ragazzina mi scrisse: "Smettila di preoccuparti per il tal problema: non finirò mai di ripeterti che chi ti vuol bene lo fa indipendentemente dai tuoi risultati scolastici".

Dio, che stronzata.

Eravamo adolescenti. Lo psicologo probabilmente le aveva detto che noi valiamo per quello che siamo e blabla, e lei si sentiva in dovere di ripetermelo. Come spiegarle che all'epoca, proprio perché ero solo quello che ero, nessuno mi voleva bene? Che venti quindicenni avrebbero volentieri leccato per terra davanti a me, se solo avessi avuto un premio o un riconoscimento da chi sentivano essere il potere?

Questo forse andava troppo in là per la sua testa, o per la tiepidità del suo affetto, o per la paura di sembrare fredda - il che la faceva diventare tiepida con chi non le interessava davvero, come me. Ma come sento la falsità di quest'affermazione adesso. Ora molti (scusate, scusate, un certo numero di persone) mi vogliono bene; ma chi può veramente dire chi sono, o aspettarsi quello che farò, se ancora non ho scritto nulla di rilevante?

Finché non ho il mio nome nella vetrina di una libreria, sono muto. E potrei anche morirci, da muto. Al diavolo i sentimentalismi. Una persona è quello che desidera essere, e io voglio essere quello, e finché non lo sono, non sono. Va messo in conto che io non ci riesca perché non sono capace. Ma signori miei, io non sono io, io non sono amato e non mi amo veramente, finché non posso sbattere in faccia ad amici e nemici una fottuta locandina con il mio nome, e un dramma che ho tenuto per mano mentre nasceva. Allora chi sbava dietro all'Ila si dirà: "Forse non dovevo sfotterlo tanto". Chi mi ha onorato con un "Massì, c'è una scintilla", potrò bruciarlo vivo. Tutti i consigli - "Investi sui particolari", " Parla delle persone", "Parla di te", "Forse non hai ancora capito cosa scrivere" - con che sonora pernacchia li potrò dimenticare per sempre.

Una persona è un'ombra. Cosa è l'intimità? Cos'è il carattere? Nessuna di queste cose dice chi sono meglio di Leviathan. Leviathan risolve tanti problemi. Io personalmente, al massimo li creo. Non avrò mai vera stima di me, senza riconoscimento: e in società mi sentirò l'ultimo della fila, si tratti di galvanine cremose, guittacci minghettiani, pianisti Narcisi, ingegneri superomisti, legulei che viaggiamo che più viaggio non si può, Hap Collins, cortesi cristiani condominiali o drogati fascistoidi riemersi dalle medie - Dio, quant'è folto il mio povero piccolo cranio.

Nessuno pretenda di conoscermi, se non mi ha letto. Lì sono io. Quella è la mia parte bella. Quella deve vivere. Io fornisco solo il supporto biologico per la sua autopropagazione, e se la mia vita si è prolungata tanto da farmi mettere in scena dicembre scorso, allora si: io proclamo che ho vissuto, e che non ho vissuto invano, perché ho fatto - sono stato - ciò - che - sono.

giovedì 12 novembre 2009

Punti di vista.

[un'amabile, assolata pianura, con fiume annesso, in Canada. 85 milioni di anni fa]

Fin da quando ero piccolo, mi sono accorto che mia madre, quando ci avvicinavamo - io e i miei cinque fratellini e sorelline - ad un fiume o ad un laghetto, cominciava a comportarsi in modo strano. Abbassava la testa, e la sporgeva in avanti, annusando l'aria; non emetteva più un suono non necessario; non sembrava far più caso ai nostri schiamazzi (noi, poi, per soggezione, stavamo tutti zitti e la imitavamo); e il piede a tre dita poggiava sul terreno con tutta la delicatezza che le sue due tonnellate le permettevano.

Quando sono rimasto solo a provvedere a me stesso, ho capito perché lo faceva. Almeno una volta al giorno, ogni animale deve andare a bere. E c'è una possibilità abbastanza forte che un predatore incontri una preda, quando si reca al fiume più vicino. Quindi, se la preda c'è, e se uno ha fame, è meglio non farle capire che stai arrivando. Non che non sappia correre, ma non è che mi diverta più di tanto.



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Fin da quando ero piccola, mi sono accorta che mia madre e mio padre, quando ci portavano - me e i miei quindici fratellini e sorelline - a bere al fiume, cominciavano a comportarsi in modo strano. Mentre noi esserini stavamo in riva al fiume a bere, i nostri genitori si mettevano uno dietro di noi (sulla terraferma), e uno davanti a noi (coi piedi a mollo). Così, se arrivava un coccodrillo, prendeva mamma - e papà fuggiva con noi a terra; se arrivava un predatore, prendeva papà - e mamma ci portava con lei a sguazzare nell'acqua alta, finché il predatore non se ne andava. In entrambi i casi, ci sarebbe rimasto un genitore - il che è più di quanto un dinosauro possa sperare, nella maggior parte dei casi. Finché fui cucciola, non fummo attaccati mentre bevevamo, se non tre o quattro volte; e tutte le volte mio babbo riuscì a fuggire perché aveva il naso fino, o mia madre riuscì a darsela a gambe (le aveva così snelle!).


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Così, stamattina, mentre mi avvicinavo al fiume, ho messo in pratica l'insegnamento di mamma - anche perché non mangio da ieri l'altro. Mi aiuta il fatto che la foresta dove passo le notti in sicurezza (ancora non ho trovato un branco di miei simili) confina proprio con un fiume. E allora, falcata dopo falcata, mi avvicino in silenzio... tiè: un adrosauro che contempla l'orizzonte mentre beve. Manco a farlo apposta. Ancora una decina di metri ed è mio.

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Insomma, la morale è che non si è mai del tutto sicuri quando si scende a prender su dell'acqua. Questo io l'ho capito, e così quando bevo ho sempre il cervello in ebollizione per capire cosa mi stanno dicendo i sensi. Se nell'acqua scorgo il profilo di un coccodrillo, la mossa migliore è buttarsi verso terra - ma guai se inciampi, sei già morta; se invece, da dietro, qualcuno mi corre addosso, tuffarsi ha senso. Non conosco un carnivoro che sappia nuotare bene.

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Pff. Ti pareva. Quel coso verdastro che respira piano, stai a vedere che è un coccodrillo... e infatti. E infatti. Vabbè, piccolo com'è, fa più ridere che altro. Purché stia fermo... Forse non mi vede... Magari dorme... no, un accidenti, è sveglio... Forse se sto immobile... Venisse un fulmine... Ma quando c'è bisogno, mai... No... non aprire l'occhio... non guardarmi... non spaventarti... non fuggire... non fare casi - MA PUTT -!

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Ops! E questo rumore, cos'era? Come di un animale che fuggisse schizzando acqua... qui è pieno di stagni... Povera me, questa foresta dietro è fin troppo fitta e - AH! L'ho visto! Dio che denti! E' ora di farsi una nuotata, ragazza mia!

(la Nostra si tuffa. Il Nostro ringhia.)

domenica 8 novembre 2009

Cahier des doléances

In cima alla catena alimentare?

Ma 'sti cazzi.

Non che io voglia farne una questione. Ma non è certo colpa mia se nel bel mezzo della valle dove abito ci sono questi acquitrini. Qualche generazione fa il fiume ha avuto un momento un po' così e ha debordato in meandri e laghetti, e tutt'intorno è venuta su una foresta che mi tocca attraversare, se voglio arrivare da dove dormo - in collina, dove la notte è un po' più fresca - alla grande piana dove passano le mandrie degli erbivori - e dove, più che altro, scorre il fiume. Non so se ho menzionato il fatto che vado matto per il pesce. E qui non girano erbivori miti o facili da catturare, tutt'altro - se non fosse per la mia stazza, ricordo un paio di occasioni in cui avrei avuto seri guai a fronteggiare, che ne so, una madre furibonda (che chissà come mi ha sentito mentre scavavo la terra del suo nido) o un giovane collo-lungo, leggero quaranta tonnellate, in vena di facezie. Insomma, la mattina mi sveglio e scendo a procurarmi il cibo - e lo faccio da diverse stagioni; cioè, da quando mia madre mi ha fatto capire a ruggiti che non era più il caso di chieder carne a lei.

Una bella mattina, col sole che sfavillava in un angolino del cielo e l'acqua chioccolava serenamente nella vallata, me ne andavo con flemma verso una mandria di quelli che spesso passano di qui (tendenzialmente perché ci vivono), non tanto grandi e non molto difesi (purché io stia attento a quel terrificante sperone che hanno al posto del pollice: un mio cugino ci ha perso un occhio), perché speravo di beccare qualche animale vecchio o malato che rimanesse indietro. Erano in marcia proprio dall'altra parte di un vasto laghetto, non più profondo della mia tibia. Tenendomi sottovento, senza fare chiasso, comincio ad attraversare le acque, quand'ecco che


Ho cacciato un urlo. Credo di aver fracassato i timpani di parecchi animali nelle vicinanze, perché dopo un balzo della miseria - l'unica cosa che sono riuscito a fare, e sono pure cascato per terra schizzando ovunque - ho sentito grida di proteste per ore. 

Quel coso coi denti mi fissava. Non credo volesse mangiarmi. Dovevo averlo disturbato. Quel che mi frustra terribilmente è che non mi ero nemmeno accorto che lui c'era, e poteva spezzarmi in due con quella bocca orrenda.

E' più grande di me, ha più forza di me, è veloce quanto me, e anche se forse è meno intelligente, sa stare nascosto meglio di me. Non avrei avuto scampo. Gli ho agitato davanti gli enormi artigli che ho sulle mani, e ha sibilato. Ho ringhiato, e ha sibilato - e mi è venuto più vicino. Era troppo. Con finta calma ho arretrato fino alla terra asciutta, e mi sono diretto verso la foresta, a meditare un'elaborata strageg - si, si. Ok. A nascondermi, va bene. 

(Antipatici.)

Si è piazzato a prendere il sole a pochi metri da me. Non sono più riuscito ad avvicinarmi. Il bello è che non sta solo lì, ma vaga tutto il giorno per i meandri della valle, rendendo le mie traversate duecento volte più pericolose, perché per capire dov'è devo tendere al massimo i miei sensi, e questo non è utile se stai facendo la posta ad un ornitopode, indifeso quanto vuoi, ma che ci vede e ci sente benissimo. Mi spaventa le prede,


è un pericolo per i piccoli predatori che vagabondano,



e poi, non so. Ha come un'aria da fottuto imperatore. Come se qui comandasse lui. Le mandrie di erbivori hanno perso degli elementi, a causa sua, e ora vanno a bere solo in fitti gruppi, il più in fretta possibile. Una volta, pur di bere in un punto dove sapevano che lui non c'era, mi sono passati a due passi di distanza. Non avevano più paura di me - o almeno, non tanta quanta ne avevano di lui, e - scusate, eh - ma fino a una generazione fa ero io - IO - il predatore più grosso e più pericoloso della zona! Non quel... quel... quel soprammobile con le squame!


E poi - non sto delirando - sono convinto che mi abbia preso di mira. L'altra notte ho pescato un grosso pesce, infilzandolo con l'artiglio enorme del mio pollice (sono bravo a pescare), e me ne stavo tornando verso la foresta, quando ho sentito come uno sciacquìo e delle bollicine che salivano a pelo d'acqua. Mi sono voltato col pesce in bocca, e chi ho visto?


Lui. O lei, non so. Non li distinguo.

Tutto questo per ribadire il fatto che uno dice tanto 'i dinosauri di qua, i dinosauri di là', ma le mie idee su chi c'è davvero al vertice della catena alimentare sono, diciamo, un po' cambiate rispetto a prima. Si, dico, sono quasi finito in bocca ad un coccodrillo. Sono esperienze che ti aprono gli occhi.

venerdì 6 novembre 2009

I chiodi


[sembra ormai abbastanza chiaro che il cervello dei dinosauri, dal più complesso al più semplice, assomigliava ad un complesso di interruttori della luce. Sugli interruttori c'erano etichette quali cibo, difesa, amore, cuccioli, rivale, panico e via così. Funzionava solo un interruttore alla volta, se provocato da un evento esterno. La vista di un predatore spegneva l'interruttore del momento e attivava quello della difesa; allorché il predatore cessava di essere una minaccia agli occhi dell'animale, l'interruttore difesa si spegneva e in pochi secondi l'animale tornava alle sue occupazioni precedenti, senza ricordare cosa era appena successo.]

Dove?

Cosa -

(Sono stato io?)

Presto, prima che -

prima che -

Non lo vedo, quell'ossesso coi denti che rantola e sbatacchia a terra la coda e la zampa posteriore destra - quella che non gli ho ridotto in pappa. Non lo vedo, perché ho due occhi che è come non averli - a distanza di una testa da me, è tutto maledettamente sfocato. 

Vero, non ne ho bisogno. Non ho bisogno di tante cose. Se non vedo il cibo, ci pensa il naso a trovarmelo - tira la mia bocca verso le piante non velenose, mi ficca il muso nel fango per strappar via le radici. Il mio naso adora certi germogli che crescono al centro della sterpaglia più fitta, e spesso e volentieri trascina la mia tonnellata nel bel mezzo di un groviglio di erbacce che i miei spuntoni strappano e si portano dietro per chilometri. Mai una volta che io abbia saputo cosa c'è sopra a quel fittume di verde. Si, bè, i tronchi li vedo - quando sono a due centimetri da loro. Giusto per non sbatterci contro - e vabbè che cammino piano, però peso.


Si, posso guardare in faccia un mio simile - è l'unico che nella zona sia alto come me, cioè alto come la terra. Sono i miei chiodi, i nostri chiodi - quelli che ci tengono a terra la faccia.


E io devo ricordare. Non ricordo quasi nulla. Sento che sto per dimenticare tutto. Sento l'odore dell'acqua, ho sete - avevo sete prima di... di quello che è successo, e adesso la sete torna, e dice che devo pensare solo a lei - e nella mia piccola testa, una piccola cosa sta lentamente tornando al problema numero uno.

Ma cos'era il due? Cosa - l'ossesso. L'ossesso fa rumore. Sento anche il suo odore, è umido e aspro, è l'odore che mi fa paura, sta lì, fisso nel mio istinto, e ogni volta che lo sento ricordo -

Ero uscito dalla foresta - avevo sete. E' il momento in cui tutto è secco, e dopo aver bevuto cerco tuberi sulle rive del fiume. Così ad un certo punto non c'erano più alberi, ma non ci facevo caso, perché andavo dritto verso l'acqua - non la vedevo, ma sapevo benissimo che c'era, era lì che mormorava dietro la duna. L'ossesso era lì pure lui; non so da quanto, non so se passava per caso, non so se mi seguiva e non so da quanto mi seguisse. In cima alla duna, ho sentito il suo odore - e nella mia piccola testa è esplosa una scarica. La mia coda si è mossa da sola, un colpo dopo l'altro, lateralmente, con furia. L'ossesso ha ruggito, è corso verso di me. Neanche lui l'ho visto, ho stirato il collo, ma vedevo solo una forma confusa e il triangolo dei denti - la mia coda continuava a muoversi da sola, i muscoli alla base oscillavano come pietre - ma l'ossesso era alto sopra di me, e lui mi vedeva benissimo. Non so quanto tempo è passato mentre ripetevamo la danza della morte - lui veniva, io urlavo, la coda si muoveva, lui spesso tirava un calcio alla mia pancia dove non ho la corazza - una piccola falce mi torturava scavando piccoli fulmini nella curva del ventre. Ero rauco, capivo solo che l'ossesso doveva andare dietro - dietro, dovevo far andare dietro l'ossesso - ma questa piccola cosa nella mia piccola testa non capiva come fargli fare una cosa così semplice. Poi l'ossesso ha saltato, ha sbagliato, è atterrato sui pugnali che ho sul dorso; la carne della gamba era calda - e il fragore dell'osso troncato di netto è andato perso per le nostre grida.

L'ossesso è lì. Non mi minaccia più. E' sdraiato, schizza sangue, ruggisce e mi guarda con due grandi occhi color dell'ambra. Mi vede, nitido, ottuso, che lo guardo senza vederlo - ma so che c'è - sento la terra che trema per i colpi dell'osso esposto e l'odore acre del sangue.

Ecco, così è andata. Ma la piccola cosa nella mia piccola testa ascolta il mio naso, le mie orecchie, i miei occhi - sa che nessuno mi disturba più - l'interruttore, guardo l'ossesso e tento di tenerlo acceso - ma si spegne, non devo più difendermi, si spegne piano nel buio della mia piccola testa - io dimentico - ho sete - ho sete - i nostri chiodi, i miei chiodi stanno tornando, il martello nella mia piccola testa mi sta reinchiodando a terra -

e l'ossesso, e tutto questo - è successo centinaia di volte. Perché sono vecchio, ormai. I resti della scarica che galleggiano nella mia piccola testa - il mio sangue che scalda la curva del ventre - il rumore del corpo dell'ossesso che cade a terra, il silenzio che torna sul gigante che muore - in questi attimi



ricordo