domenica 31 gennaio 2010

Il fulmine (27)

TERZO QUADRO

lo stesso della fine del secondo, ma con un aspetto più ordinato. Sono passati pochi giorni. Da un lato del doppio trono, su una parete che prima non c'era, sta – arrotolata – un'immensa cartina del mondo conosciuto. I due porticati sono sgombri; la piazza è ancora orlata da laghi di fiamme, ed è gremita di milioni di persone, che – a capo chino – gestiscono l'amministrazione dell'organismo imperiale. Agrippina sta seduta sul doppio trono, occupando ovviamente solo uno dei due troni; l'altro è vuoto, perché Ottavia è precisamente ai piedi della scalinata che conduce al suo trono, e gioca con mattoncini colorati, bambole, trottole o altro. Seneca, con molti papiri alla mano, sta dalla parte opposta della scena in atto di chi prende ordini. Agrippina e Seneca sono impegnati in una fitta conversazione, che Agrippina ad un certo punto interrompe.

AGRIPPINA Ottavia?

pausa. Ottavia la ignora e continua a giocare.

Ottavia?!

idem.

(con ira) Miseria schifosa!! OTTAVIA!! Ma mi ascolti?
OTTAVIA (tranquillissima) Si, certo.
AGRIPPINA E allora perché non dici nulla?
OTTAVIA (spallucce) Non saprei cosa dirti. Stavi parlando.

[continua]

sabato 30 gennaio 2010

Il fulmine (26)

AGRIPPINA (sorride) Oh, ad Augusta non posso negare nulla!... Vivrà.
OTTAVIA (sottovoce) Ora, ti prego – mandalo lontano.
AGRIPPINA (stupita) Bè? Non vuoi che stia con te? Non desideri amarlo, piccola?
OTTAVIA Ma – io – cosa dici! Io –
AGRIPPINA Lo vuoi o no?
OTTAVIA (stizzita) Ma – non lo so.
AGRIPPINA Senti, non è difficile. O sì, o no.
OTTAVIA (imbarazzata) Ma io non lo so – non so cosa dire...
AGRIPPINA Ottavia, è facile prendere decisioni simili, per la miseria!... O sì, o no!
OTTAVIA (esplode) Per te è facile. Tu descrivi le cose, le delimiti – io no – perché dovrei amarlo? Non so cosa sia l'amore. E basta.
AGRIPPINA (spallucce) Fa' un po' come ti pare. Lo spedirò lontano, dove potrà ridere, e correre con gli amici in riva al mare, come ha sempre desiderato. E io e te, bambina, io e te –
OTTAVIA (con gli occhi bassi) Io, te, e il fulmine!


FINE DEL SECONDO QUADRO

[continua]

venerdì 29 gennaio 2010

Il fulmine (25)

la Locusta lascia cadere a terra la spada.

AGRIPPINA (ridendo con energia) E allora? Lo vedi che qualcosa ti batte, in quel torace da avvelenatore? E come batte forte!

si sente, amplificato, il battito del cuore della Locusta.

Proprio troppo in fretta. Così non ti fa bene, non ti sembra? Vediamo di rallentarlo un tantino...

il battito rallenta.

LOCUSTA Cosa mi –
AGRIPPINA Piano, dico – piano. Agitarsi fa male... piano...
LOCUSTA Maledetta – non capisco più niente –

la Locusta, esanime, sviene, mentre Agrippina a poco a poco gli ferma il cuore.

AGRIPPINA (con la vita della Locusta tra le mani) Sempre più lento... sempre più lento... rilassato... fino a fermarsi... a fermarsi per sempre –
OTTAVIA (nel panico) NO! (si butta sulla Locusta) Lascialo stare! Non fargli del male!

[continua]

giovedì 28 gennaio 2010

Il fulmine (24)

a un gesto di Agrippina, tutto l'ambiente cambia. La basilica si scoperchia, viene innalzata su un pinnacolo; da tutte e due le parti, un gigantesco colonnato conduce ad un trono doppio rialzato da terra su una scalinata. Sullo sfondo, un'immensa piazza, circondata da fosse di fuoco, si spalanca, larga forse chilometri, presto gremita di persone indaffaratissime.

AGRIPPINA Piègati, materia! Tu e io siamo tutt'uno! Le intelligenze che mi governano, ora schiacciano a terra la faccia del caso – quella puttana che governa te, materia. Mi sei vassalla, come la Persia a Roma, come gli Dei a Giove, come il contadino alla pioggia d'agosto.
LOCUSTA No, Agrippina – vostri schiavi, no – mai.

le punta contro una spada sottratta al cadavere di Obarito.

Fate sparire questi orrori. Prendete Ottavia con voi, e fuggite – se davvero questo non è il vostro posto. Potete andare dove vi pare. Ci sarà una regione della terra dove potrete essere felici senza – senza tutto questo.
AGRIPPINA (con ira) Fuggire? Ancora?! Tutto l'Impero di Roma ora mi appartiene – e Ottavia è mia collega e mia erede. Ottanta milioni di persone ora hanno paura di guardarmi negli occhi. Sai? Ora io so che nel mondo conosciuto ce ne sono almeno duecentosessanta milioni – quanto credi che ci vorrà per sottometterli alle nostre armate, con il mio aiuto? (ad Ottavia) Ottavia, vedi? Questo è il tuo trono: è doppio, per me e per te – è il trono che ho voluto darti, e che Nerone ti ha sottratto. Io te lo restituisco.
OTTAVIA Tu restituisci me al trono, Agrippina – non il trono a me.
LOCUSTA (punta la spada verso Ottavia) Agrippina, fermatevi, o uccido Ottavia.
AGRIPPINA Fallo.

[continua]

mercoledì 27 gennaio 2010

Il fulmine (23)

OTTAVIA (sconvolta) Oh – perché!? – io odio che mi si tocchi – gliel'ho detto – non volevo ucciderlo! Ora – ora morirò. Locusta!
LOCUSTA Ottavia?...
LOCUSTA (lo fissa) Prima che io muoia, dimmi il tuo nome – il tuo vero nome.
LOCUSTA Andronico.
OTTAVIA (gli restituisce la carezza) Si! Ora sei vero.
LOCUSTA Ottavia, tu non morirai –
OTTAVIA (disperata) Sono già morta! GIA' MORTA!

rientra Agrippina.

AGRIPPINA (meditando) Ormai è ovvio che la realtà, dopo anni passati a farci a cornate, ci ha concesso una specie di permesso speciale per violare le sue regole. Le persone normali, per ottenere un effetto nel mondo, devono agire, muoversi – a noi basta volere. E il fulmine è il simbolo di quello che siamo diventate. Non dovrebbe esserci, ma c'è – così come i nostri desideri non potrebbero mai realizzarsi, ma lo fanno lo stesso. (esaltata) Io e te, Ottavia – ci pensi?! Le padrone dell'Impero!
OTTAVIA Non va bene. Non ha senso.
AGRIPPINA Non ha senso, ma è giusto.
OTTAVIA I desideri non si possono avverare senza agire.
AGRIPPINA I nostri si, e tu stessa lo vedi.
OTTAVIA E me lo chiami avverare? Friggere con i fulmini cose e persone?
AGRIPPINA Un modo poco ortodosso e tuttavia efficace.
OTTAVIA Ma –
AGRIPPINA Basta ora, Ottavia! E' tempo di prendere il controllo di tutto quanto!!

[continua]

martedì 26 gennaio 2010

Il fulmine (22)

ANICETO (guardando fuori) Ma – ma – io non – mi sta ammazzando tutto il drappello... cadono a terra fumanti, come tranci di bue...
LOCUSTA (sconvolto) Era lei – il fulmine che ha colpito la sua villa... era lei... e Ottavia –
ANICETO (con un lampo) Ottavia! Ma certo! Se uso lei come ostaggio, Agrippina non mi torcerà un capello. Con permesso, Augusta, ma qui tocca sopravvivere – (va verso Ottavia e le afferra un braccio, strattonandola)
OTTAVIA (con ansia) Per carità, non mi toccate!...
ANICETO Fate la brava e non vi farò del male.
OTTAVIA (nel panico) Vi dico di non toccarmi! Salvatevi!!
LOCUSTA (cercando di separarli) Imbecille, anche lei può –

Aniceto fulminato.

Anche a te tocca questa maledizione, piccola.

[continua]

lunedì 25 gennaio 2010

Il fulmine (21)

ANICETO (puntando la spada) Per ordine di Nerone, fermi tutti!
OBARITO Non fate scherzi. Fuori di qui c'è un piccolo esercito.
AGRIPPINA (con ira) Figli di puttana!...
LOCUSTA (sconvolto) Come avete fatto a sapere dove abito?
ANICETO Berenice! L'abbiamo incrociata per puro caso al mercato. Ci ha detto un po' di cose.
OBARITO Dev'essere stata una bella donna, ai suoi tempi. Peccato che non abbia più le braccia.
ANICETO Ah, ovviamente la sepoltura è a carico nostro. Cosa dicevamo? (determinato) Ah, si: ora che abbiamo trovato Agrippina, possiamo finalmente eseguire l'ordine del nostro Augusto.
OBARITO (grave) Ma Ottavia ci vedrà, Aniceto. E' pur sempre Augusta pure lei.
ANICETO Ottavia? Falle la faccia cattiva e si metterà a piangere.
AGRIPPINA Insomma, mi si vuol far secca. Ma sai che novità.
OBARITO Ora muori, troia.

si avvicina ad Agrippina, che lo fissa ridendo. A pochi metri da lei, un fulmine colpisce Obarito e lo riduce ad un cadavere fumante.

AGRIPPINA (ridendo) OPS! Guarda un po' che sfiga – un fulmine! Forza, Aniceto, tocca a te. Vediamo come te la cavi.
ANICETO (a bocca aperta) Ma – voi avete – ed è caduto il –
AGRIPPINA Non ti va? Posso capirti. Ti dispiace se, mentre pensi, sistemo i tuoi amichetti?

esce di scena. dall'esterno, rumori di fulmini e grida disperate di uomini.

[continua]

domenica 24 gennaio 2010

Il fulmine (20)

AGRIPPINA (urlando) Ce l'ho! CE L'HO!
OTTAVIA e LOCUSTA (sbigottiti) Eeh?
AGRIPPINA (agitandosi) Ho capito dove sta il nodo. Ho capito come fare, finalmente. Locusta! Mio povero, mortale ragazzino – il tuo veleno mi è perfettamente inutile!!
LOCUSTA Sembra una buona notizia.
OTTAVIA Non lo è. Guarda la smorfia sulla sua bocca.
AGRIPPINA (presa nel suo delirio) Anni, Ottavia mia, anni! Pensaci! Anni a non poter fare niente. Ad agire per mezzo di altri, ad avvelenare invece di picchiare, a spingere via invece di vedersi fare strada, a gridare senza essere nemmeno sentite. Sembrava che per modificare la realtà dovessimo per forza chiederlo a qualcun altro. Ma tutto questo è finito per sempre, capisci – la realtà ha detto . Ha inondato con le acque di mille fiumi il deserto del nostro corpo – ha dato vita alla pietra che ci sostiene – e la radice della nostra rabbia darà una pianta eterna contro il cielo.

entrano sfondando la porta Aniceto ed Obarito, armati.

[continua]

sabato 23 gennaio 2010

Il fulmine (19)

OTTAVIA (confusa) Non è che lo so – voglio dire, ad un certo punto, mentre vi guardavo in faccia, mi è parso che lo diceste.
LOCUSTA Stavo pensando a lui, ma non ho aperto bocca.
OTTAVIA (seria) Voi fate questo lavoro perché lui è morto. No?
LOCUSTA (confuso) Augusta –
OTTAVIA (secca) Non sono Augusta. Sono una piccola cosa con quattro gambe, e Ottavia è una filastrocca per i servi ed i bambini. Perché vostro fratello è morto? E quando?
LOCUSTA (rimugina) Dopo la morte di mia madre, mio fratello e sua moglie – che non avevano figli, e da molti anni vivevano a Roma – mi presero a vivere con loro. Andavo per gli undici anni, ed era tutto bellissimo. Abitavano proprio qui vicino: questa vecchia basilica era il laboratorio di mio fratello, che faceva il mestiere che io ora faccio: è stato lui ad insegnarmi tutto quello che so. Voi capite, lo adoravo, ed ero un ragazzino. Un giorno, pochi anni fa, lui si rifiutò di consegnare un veleno ad un cliente – perché aveva scoperto per cosa gli serviva, e se ne era vergognato. Ma era un momento difficile; e mia cognata, che temeva che saremmo morti di fame, rivelò al cliente il nostro indirizzo, perché venisse e si prendesse quello che gli serviva. Lui arrivò, uccise mio fratello e mia cognata, e mi trascinò qui dove siamo ora, per i capelli, gridando che se non gli davo il veleno uccideva anche me, e bruciava tutto.
OTTAVIA Ma voi ora siete vivo.
LOCUSTA E lui no. E ora, solo voi e Agrippina sapete dove abito. Mi ritrovai povero e solo, e così nacque la Locusta.
OTTAVIA (mossa) Povera Locusta. A te piace tanto ridere.
LOCUSTA (turbato) E scherzare, e saltare, e correre, e darti una carezza, così. (esegue) Ma è la carezza della Locusta, piccola Ottavia. Neanche un fulmine, ormai, può spaccare l'albero della mia vita. Andrà verso l'alto, e non cambierà direzione.

rientra Agrippina trionfante.

[continua]

venerdì 22 gennaio 2010

Il fulmine (18)

LOCUSTA Va tutto bene, Augusta?
OTTAVIA Seneca oggi vi ha rivolto parole cattive.
LOCUSTA Non posso dargli torto.
OTTAVIA Non doveva essere così con voi.
LOCUSTA (cupo) Augusta – Seneca non ha fatto che asserire la verità. Era uscito dalle mie mani il veleno a cui si riferiva. E' vero, non avevo idea che Nerone l'avrebbe usato per – oh, che importa. Era mio, e basta.
OTTAVIA (rapita in un ricordo) Tutte le settimane – sapete? – Britannico, mio fratello, mi regalava qualche cosa. Un pupazzo, un giocattolo, che ne so – mi portava bambini, perché giocassero con me. E' grazie a lui che ho conosciuto Sabina, la mia amica più cara. La notte in cui Britannico morì – e morì maledettamente piano, mentre beveva il veleno, sdraiato sul suo letto, in mezzo a tutta la corte che lo guardava con la coda dell'occhio – piansi tanto, con gli occhi incollati alla vesticciola di Sabina. Lei era calda, e mi avvolgeva tutta – ma più premevo gli occhi chiusi contro di lei, più in quel buio c'era la montagna purpurea che era Britannico, che si muoveva sempre più piano, e smetteva di respirare. Ha smesso di respirare mille volte, nei miei occhi – e poi finalmente ho dormito.
LOCUSTA (non ne può più) Augusta, essere stato il giocattolo di vostro marito per assassinare vostro fratello mi fa del male. Non è il caso di protrarre questa conversazione.
OTTAVIA (con calore) Perché? Non sto parlando con un muro – so che voi mi capite benissimo. Anche voi avete avuto un fratello.
LOCUSTA (sbigottito) E questo come fate a saperlo?!?

[continua]

giovedì 21 gennaio 2010

Il fulmine (17)

Agrippina esce. Ottavia sta osservando gli estratti e gli alambicchi. La Locusta le si avvicina.

LOCUSTA Quello è un profumo.
OTTAVIA (incuriosita) Non è un veleno?
LOCUSTA No.
OTTAVIA Ma voi non fate solo veleni?
LOCUSTA Oh, io faccio un po' di tutto, con le piante. Quel profumo mi è stato commissionato da una matrona che abita sul Celio – una donna di altissimo rango.
OTTAVIA Una moglie?
LOCUSTA Non lo so. Non lo chiedo. Però – la fantasia mi aiuta.
OTTAVIA (si illumina) Fantasia – come guardare fuori dalla finestra dopo che ha nevicato?
LOCUSTA (annuisce) O fissare uno specchio d'acqua e starsene immobili come lui. Io immagino, vedete – che quella matrona volesse il profumo, perché un ragazzino della sua servitù la fissa un po' troppo.
OTTAVIA E questo l'avrebbe portata da voi?
LOCUSTA Questo?
OTTAVIA Il – (si impantana)
LOCUSTA (a voce imbarazzata) Il desiderio?
OTTAVIA (in apnea) ...si.

pausa.

LOCUSTA (pensa) Bè, forse. Ve l'ho detto, non chiedo mai ai clienti come useranno quello che gli dò. Aiuta a restare vivi. Venire a saperlo, poi, non mi fa mai particolarmente piacere.

Ottavia arrossisce.

[continua]

mercoledì 20 gennaio 2010

Il fulmine (16)

LOCUSTA (stupito) Che storia.
AGRIPPINA (colpita) Per non parlare poi di oggi! Ottavia, tu che eri là: da dove veniva quel benedetto fulmine?
OTTAVIA (timidissima) Io – non so, è... è caduto.
AGRIPPINA (incrocia le braccia) Questa ragazza mi preoccupa. E' timida come non so cosa. le fanno uno sgarbo dietro l'altro e lei ha queste risposte da ebete. Mi pento ogni giorno di più di averla sposata a Nerone.
LOCUSTA (ad Ottavia) Non avete protestato, Augusta?
OTTAVIA (punta sul vivo) Oh, io – non so, se Agrippina – lei diceva che andava bene.
AGRIPPINA (convinta) Certo che andava bene. La moglie dell'Imperatore ha potere. Io e te avremmo fatto grandi cose, bambina mia.
LOCUSTA (medita) Forse non era l'età giusta. Io al posto suo preferirei farmi una corsa in un prato, piuttosto che dare ordini.
AGRIPPINA (esagerando) Alè. Quanti anni hai, scusa?
LOCUSTA Ad agosto ne compio diciotto.
AGRIPPINA (allibita) DICIOTTO?
LOCUSTA Non so il giorno preciso, però.
AGRIPPINA (come sopra) Dei!...
LOCUSTA Che vi prende?...
AGRIPPINA Ma sei così... giovane.
LOCUSTA (come a dire: e che ci posso fare?) Eh.
AGRIPPINA (con un magro sorriso) Ecco spiegata la tua mancanza di entusiasmo. Devi essere cresciuto un po' troppo in fretta.
LOCUSTA Come Ottavia.
OTTAVIA (come animandosi) No, io non sono –
LOCUSTA (coglie) Cosa?
OTTAVIA (si richiude) Niente.
AGRIPPINA (scuotendo la testa) Devo bere qualcosa. Diciotto anni!...

[continua]

martedì 19 gennaio 2010

Il fulmine (15)

AGRIPPINA (ridendo) Te la ricordi ancora? (ad Ottavia) Sai, Ottavia, il pretoriano Mevio aveva messo del veleno nei miei sali da bagno, vicino alla vasca con il coperchio dove lo prendo di solito. Dopo che fui entrata, aspettò dieci minuti; e, convinto che il veleno mi avesse uccisa, entrò nella sala piena di vapore e andò a tentoni verso la vasca. Io ero in piedi lì vicino: l'ho spinto dentro la vasca e ho chiuso il coperchio di scatto, poi ho buttato una catasta di legna sul fuoco sotto la vasca!! L'ho bollito vivo, come una platessa.
LOCUSTA E se era vecchio, era ancora più saporito.
AGRIPPINA (torna seria) Il punto è che per campare in questa gabbia di coccodrilli che è l'Impero dei Romani, e contemporaneamente gestirla – perché io per questo sono nata – non posso evitare di usare le maniere forti. C'è un animale nella mia testa; quando viene attaccato, reagisce – con istinto, e con violenza.
LOCUSTA (sorride) Come un fulmine?
AGRIPPINA (preoccupata) Chi ti ha detto del fulmine?
LOCUSTA Ho origliato alcune discussioni, stamattina. Sembra che siate scampata alla morte per una specie di miracolo.
AGRIPPINA (sconvolta) Puoi dirlo forte!... Quando mi sono vista quella belva di Obarito davanti, con il bastone – sapete, già un'altra volta, anni fa, tentò di uccidermi. Ancora non mi conosceva. Quella volta stavo per cavargli un occhio con le unghie, ma poi Nerone intervenne. Obarito non mi ha mai perdonato di averlo mezzo accecato – da quell'occhio ancora non ci vede bene – e tuttora mi detesta. Godeva dentro come una maiale, mentre mulinava il bastone su di me, inerme, pronta a farmi fracassare il cranio. Ho urlato per l'odio, e poi la mia villa – bé, mi è crollata addosso.

[continua]

lunedì 18 gennaio 2010

Il fulmine (14)

LOCUSTA Calma, per favore.
AGRIPPINA (frenetica) Ma come pretendi che io mi calmi? Come? Dico, è tutta la vita che qualcuno tenta di farmi fuori – tutta. Io e la mia famiglia abbiamo pagato caro essere il ramo cadetto della famiglia di Augusto, il primo imperatore. Eravamo una sorgente di monarchi, di grandi monarchi, e ci hanno prosciugato. Babbo lo fece secco Tiberio imperatore, e mamma, che era una sentimentale, si è lasciata morire di fame abbracciando le sue ceneri. Avevo nove fratelli; otto me li ha fatti secchi sempre Tiberio; uno, Caligola, è diventato imperatore, e ha spedito in esilio me e mia sorella Livilla. Poi regnò Claudio; tornammo dall'esilio; e Messalina, quella infame troia, la moglie di Claudio, mi fece trovare la testa mozza di Livilla per cena. Ah – e a quindici anni, mi hanno dato per marito un vecchio maiale che – quando non andava a letto con sua sorella – metteva sotto i bambini correndo con la biga su e giù per la via Appia. Più cercavo di ottenere potere, più si cercava di strozzarmi – e perché poi? Perché c'è un maschio, in questi fianchi troppo stretti, e tutti lo temono? Ma cosa ne devo sapere io. Sposare Claudio, e fargli adottare Nerone, ha avuto, sì, l'effetto di mettermi un po' più al sicuro; ma quanti coltelli dietro le porte, quante risate nel buio della mia camera – e i tuoi veleni perfino nella mia vasca da bagno.
LOCUSTA (scoppia a ridere) Ah! Quella volta fu fantastica!

[continua]

domenica 17 gennaio 2010

Il fulmine (13)

LOCUSTA (con un magro sorriso) Purtroppo, Augusta, il veleno che mi ha chiesto vostro marito lascia un alone amarissimo, subito dopo essere stato distillato. Ma fra un po' si dovrebbe dileguare.
AGRIPPINA E' il veleno destinato a me?
LOCUSTA Il veleno di Nerone per Agrippina.
AGRIPPINA O di Agrippina per Nerone!
LOCUSTA Sentivo che la giornata non era delle migliori.
AGRIPPINA (feroce) Locusta, io voglio un veleno.
LOCUSTA (supplichevole) Eccellenza, per favore...
AGRIPPINA (con ira) Voglio mio figlio Nerone riverso a vomitare sangue. Mi va bene anche quel veleno lì, quello amaro – purché l'effetto si veda.
LOCUSTA (agitato) Datemi una mano almeno voi, Eccellenza. In questa fiala non c'è veleno – o almeno: non è potente come sembra. Nerone ve lo farà bere; vomiterete l'anima, verrete creduta in agonia, e appena sola potrete fuggire.
AGRIPPINA (sbigottita) COSA?
LOCUSTA Io cerco di salvarvi e voi vi incazzate?
AGRIPPINA (con ira) Tu sei un avvelenatore, pezzo di idiota! Lavori per chi ti paga. Io ti pago, tu ammazzi. Spiegami dov'è il problema.
LOCUSTA (secco) Eccellenza, questo non è quel che si dice l'attività dell'anima secondo virtù e blablabla. E' quello che faccio di tanto in tanto per non crepare di fame.
AGRIPPINA (rabbiosa) I miei cani portano il mio collare, Locusta!... Se un mio cane non mi ubbidisce, non morirà di gola vuota, ma di gola segata!

[continua]

sabato 16 gennaio 2010

Il fulmine (12)

SECONDO QUADRO

la casa della Locusta, ovvero un enorme capannone di marmo con vetri amplissimi, e piante ovunque, tutte nel loro vaso o in fila in grandi vasi rettangolari. Una volta l'edificio doveva essere stato una basilica. La Locusta, in abiti da lavoro, trapianta dei bulbi e cura gli estratti che gorgogliano nelle padelle e negli alambicchi. Papiri magici e botanici un po' ovunque. Pare lo studio di un chimico. In silenzio, ammantellate, entrano Agrippina ed Ottavia.

OTTAVIA Non avevo mai visto questa zona di Roma.
AGRIPPINA E' un quartiere tranquillo. La Locusta ha bisogno di pace. Nella Suburra non si dorme neanche di notte, per il chiasso dei carri e dei pugnali.
OTTAVIA Ma come mai venir fin qui velate?
AGRIPPINA (meditabonda) Tutti hanno bisogno della Locusta, ma solo io so dove abita: e conviene a tutti e due che io resti l'unica a saperlo.
LOCUSTA (si accorge che sono entrate) Entrate, entrate pure. (si avvicina, deposti gli abiti da lavoro) Benvenute.
AGRIPPINA (ridendo) Salute a te, inafferrabile Locusta!
OTTAVIA (timidamente) Salute a voi, signore.
LOCUSTA (procurando due sgabelli) Mie dame, accomodatevi.
AGRIPPINA (si guarda in giro) Bel posto. E' un sei mesi che manco, credo. Proprio come me lo ricordavo! Ma è una mia impressione o ci sono più piante?
LOCUSTA Mi sono arrivate delle rarità dalla Siria.
OTTAVIA (storcendo il naso) Si respira pesante, qui.

[continua]

venerdì 15 gennaio 2010

Il fulmine (11)

Batillo va a vedere, poi rientra.

OTTAVIA (in grandissima ansia) Mi strattonava – io l'avevo supplicata –
BATILLO (sconvolto) E' orribile!... Un fulmine –
TUTTI (atterriti) Cosa?
BATILLO Un fulmine ha colpito Severa! Il corpo è in fiamme.

tutti vanno a vedere al limitare della quinta. Seneca esce per controllare il corpo, poi rientra.

SENECA Purtroppo è morta.
OBARITO Meglio morta che viva, dopo questo sfacelo.
BATILLO (gridando) Dei! Se solo fosse passata per una stanza chiusa!... E che rischio per la nobile Ottavia!...
SENECA (guarda in alto) Ma non c'è una nuvola in cielo.
ANICETO (piagnucolando) Io da qui sotto non esco più.
NERONE (isterico) Che giornata fantastica! Seneca, tira fuori Aniceto da sotto il mio letto e dagli una calmata. Poi tutti fuori dai piedi, che ho bisogno di stare da solo. Mamma, tu porta via mia moglie, è terrorizzata.
AGRIPPINA Il tuo buon senso mi sorprende! (sottovoce alla Locusta) Tu!
LOCUSTA Agli ordini.
AGRIPPINA Questo pomeriggio. Da te.
LOCUSTA Senza meno.
AGRIPPINA Vai, ora. (ad Ottavia) E tu seguimi. Ti passerà.

tutti se ne vanno, ognuno con le sue occupazioni.

FINE DEL PRIMO QUADRO

[continua]

giovedì 14 gennaio 2010

Il fulmine (10)

SEVERA (con preoccupazione) Principe, la conversazione si fa pesante. Consentitemi di portar via da qui Ottavia.
NERONE (sgrana gli occhi) Chi?
SEVERA (sospirando) Ottavia, principe. Vostra moglie.
NERONE Aah! Si. (spallucce) Boh, come vuoi.
SEVERA (afferra Ottavia) Vieni, Ottavia. Ritiriamoci nei tuoi appartamenti.
OTTAVIA (in ansia) No, nutrice, per favore. Vorrei tanto parlare con Agrippina.
SEVERA Forza.
OTTAVIA Ma –
SEVERA Forzaaa.

parte un inseguimento. Ottavia raggiunta, presa, strattonata, sempre più toccata, invasa da Severa che cerca di trascinarla via dalla stanza di peso. Ottavia protesta in preda all'ansia. Nessuno fa caso alla scena.

ANICETO Un'altra cosa che vorrei capire è da dove veniva quel fulmine.
AGRIPPINA E io che ne so? Appena la villa è crollata, sono fuggita in campagna, e poi sono venuta qui. Probabilmente pioveva.
OBARITO No, era sereno. E' strano, vedi. Tu urli – e la villa crolla. Era una trappola?
AGRIPPINA Ti ha dato di volta il cervello?
ANICETO Ma abbi pazienza, Obarito – vuoi che Augusta abbia convocato un fulmine?
OTTAVIA (improvvisamente con rabbia) ...lasciami. LASCIAMI, ho detto.
SEVERA Cosa sono queste storie? Eh?!

la trascina fuori scena.

VOCE DI OTTAVIA FUORI SCENA (esasperata) Ho – detto – LASCIAMI –
OBARITO Sta di fatto che –

rumore di un fulmine fuori scena. Urlo terrificante di Severa. Ottavia rientra in scena correndo, in lacrime, e si butta tra le braccia di Agrippina.

[continua]

mercoledì 13 gennaio 2010

Il fulmine (9)

NERONE (calmo) ...ehm. Mamma?
AGRIPPINA (con ira) Tu, infame, osceno, viziato, rivoltante moccioso!! La crociera era una trappola!! E tu l'hai escogitata e messa in atto con l'aiuto di quei due sputi umani che strisciano sotto le tue chiappe!!
ANICETO (piagnucolando) Augusta, pietà!...
OBARITO (duro) Abbaia di meno, cagna! Non sei tu a dare ordini qui – è Nerone imperatore.
AGRIPPINA (ruggendo) Fai stare zitto il tuo rinoceronte, Nerone, o gli spezzo le corna e poi te le faccio ingoiare!
NERONE (arrampicandosi sugli specchi con un grande sforzo di dominarsi) Mamma, non so di che parli. E' evidente che il tetto della tua cabina era cedevole. Ringraziamo gli Dei per averti salvata, e per aver risparmiato a me una ben più grave disgrazia, nel perderti.
AGRIPPINA (sbuffando) See, come no. (ad Aniceto) E tu smettila di fare domande idiote. E' ovvio che so nuotare, altrimenti come avrei fatto a ritornare alla mia villa?
ANICETO Ehi, io non ho detto mica niente.
AGRIPPINA Sì, che l'hai fatto. Ho sentito la tua voce.
OBARITO Guarda che ha ragione lui. Le sue labbra non si sono mosse.
ANICETO (rimugina) Oddio, in realtà ci stavo giusto pensando. Mi frullava ancora in testa il dubbio di come aveste fatto a salvarvi, Augusta.
AGRIPPINA (sprezzante) Sai com'è. Sono cresciuta su un fiume – sul Reno, in Germania, una terra come si deve. Mio babbo, quando ero piccola, tutte le mattine di gennaio mi buttava in acqua. E così ho imparato a nuotare.
NERONE (allibito) Ma tu non sei una donna. Sei un mostro.
AGRIPPINA (ridendo) Adulatore!...

[continua]

martedì 12 gennaio 2010

Il fulmine (8)

Mio buon amico, mi hai servito bene la prima volta, anche se non lo sapevi: da bravo furbo, non hai chiesto per chi era quel veleno che ti chiedevo – e lo scopri ora: divertente, no? Ma per farla breve, mi servi ancora. Nè il prefetto della flotta di Miseno – il qui presente Aniceto – né il centurione di marina Obarito – sempre qui pure lui – sono stati capaci di far fuori mia madre Agrippina, ricorrerò ad un tuo veleno. La Locusta è assunta, e sarà ben pagata.
LOCUSTA E' un ordine del principe?
NERONE Naturalmente.
LOCUSTA (con gli occhi bassi) Avrete quello che vi serve stasera – ve lo farò dare da Berenice. Posso andare? Ho molte cose da preparare.
NERONE Prego. Lasciamo che i professionisti si prendano il loro tempo!...

Batillo emerge da una quinta, terrorizzato.

VOCE DA FUORI (urlando come una forsennata) DOV'E'?
BATILLO (ingolfandosi) Principe – aiuto – non ho potuto fermarla – ha sfondato la porta – le guardie – terrorizzate –
NERONE (con orrore) Quella voce!...
VOCE DA FUORI Dov'è?!?
LOCUSTA (ridendo) Guarda un po' chi si rivede!...
VOCE DA FUORI Aah, ma è , il bastardo!...
NERONE Ditemi che non è vero.
ANICETO (nel panico) Adesso scoppia il finimondo!!... Presto – sotto il letto!...

si caccia sotto il letto di Nerone. Obarito arretra con rabbia. Nerone trema. Locusta ride. Entra come una furia Agrippina.

AGRIPPINA (puntando l'indice) NERONE!!

[continua]

lunedì 11 gennaio 2010

Il fulmine (7)

LOCUSTA In persona, principe.
NERONE Mi prendi in giro. La Locusta è una donna.
LOCUSTA Una donna di mezza età, piccola, sempre coperta da un mantellaccio?
NERONE (annuisce) Lei!
LOCUSTA La mia serva, Berenice.
NERONE Non ti seguo.
LOCUSTA (mezzo sorriso) Quando, pochi anni fa, si sparse la voce che a corte avevano bisogno di me, ebbi paura che sarebbe finita malissimo, conoscendo i casini che succedono a corte. Il veleno che volevate, l'ho dato a Berenice, che ve lo consegnò spacciandosi per me.
NERONE (ghigna) Ed ora che sai che le cose vanno bene, ti presenti direttamente! Ma tu parli uno strano latino. Cosa sei, un piccolo provinciale di molto spirito?
LOCUSTA Greco, principe, di Nicomedia.
NERONE (ridendo) Quel buco in Bitinia?! E che ci fai qui a Roma?
LOCUSTA (imperturbabile) Mi ci portò mia madre che avevo dieci anni, poco prima di morire. Da allora, mi guadagno il pane come posso.
SENECA Dicono che vendi veleni.
LOCUSTA (in imbarazzo) Io – si, anche.
SENECA (secco) E immagino che fosse uscito dalle tue mani il veleno che ha ucciso il fratello di Ottavia.
LOCUSTA (guarda Ottavia come stupito) Questa ragazza è Ottavia – ?
SEVERA (torce la faccia di Ottavia) Non guardarlo, Ottavia. E' una brutta persona.
SENECA E non era tuo anche il veleno che uccise a tradimento Claudio, il nostro imperatore?
LOCUSTA No, quello era –
NERONE (con ira) Chiudi il becco, Seneca, o ti faccio macellare dal cuoco!

Seneca tace.

[continua]

domenica 10 gennaio 2010

Il fulmine (6)

OBARITO Giuriamo di no, principe.
NERONE (cupo) Mh! Vediamo i rapporti delle mie spie. (estrae di tasca un foglietto) Si, pare che abbiate ragione voi. Continuo a non capire la dinamica del fatto. Ma cosa importa?! Sono arrabbiato lo stesso!! Mia madre è ancora viva!

Batillo si avvicina a Nerone.

BATILLO Principe, i servi hanno un tale alla porta, lo vedo da qui. Vado a vedere chi è?
NERONE (panico) Oddio! E' lei! Se è lei, non sono in casa. Di' che sono morto.
BATILLO Si, principe. (va alla porta)
SENECA (si fa avanti) Principe, forse questo è un segno divino. Deponete i vostri propositi e rimanete fedele a vostra moglie Ottavia.
NERONE Cosa c'entra mia moglie? Stai per caso insinuando che –
SENECA (spazientito) Principe, lo sa l'ultimo sguattero del palazzo, che volete far secca vostra madre fondamentalmente perché non vuole che ve la facciate con Poppea Sabina. Però, principe, quella donna non vi ama – tira solo a fottervi senno e potere. E non è liberandovi di Agrippina che potrete frequentarla in pace.
NERONE Parli tu, che per allontanarmi dall'influenza di mia madre, mi hai buttato tra le braccia quella schiava!...
SENECA Gli Dei assistano chi deve fare dei compromessi, principe.
BATILLO (rientrando) Non è Agrippina, principe: è la Locusta.
NERONE La mia salvezza! Falla entrare.

ad un cenno di Batillo, la Locusta entra. E' un ragazzo alto, magro, e giovane.

Ma... sei tu la Locusta?

[continua]

sabato 9 gennaio 2010

Il fulmine (5)

NERONE (allibito) Un terremoto? Proprio lì? Proprio in quel momento?
ANICETO No, principe; in quel momento io ero fuori dalla villa, e ho visto tutto. E' stato un fulmine.
NERONE Come, prego?
ANICETO (annuendo) Un fulmine, principe, a ciel sereno: ha colpito la villa di netto, e l'ha distrutta in pochi attimi. Non ne è rimasto quasi niente.
NERONE (protestando) Ma un fulmine non le fa, queste cose!
OBARITO (cupo) Io ci vedo gli Dei, dietro tutto questo.
NERONE (indispettito) Ma andiamo, signori – sono sicuro che dietro tutto questo c'è una spiegazione scientifica. Seneca, hai sottomano le tue Questioni naturali?
SENECA Per il momento sono solo bozze, principe.
NERONE Bè, portamele lo stesso.

esegue. Nerone svolge il papiro, borbottando e leggendo in fretta a bassa voce.

OTTAVIA (sospendendo la pantomima) Basta, ora?
SEVERA No. Sembri una bambina obesa. Ancora.
NERONE (puntando un angolo del foglio) Ecco qua! Si, insomma – qui dice che il fulmine non le fa, queste cose. C'erano incendi, tra le rovine della villa? Quelli può averli causati un fulmine.
ANICETO Anche, ma non tali da giustificare un disastro del genere.
NERONE Badate che se queste sono balle, io –

[continua]

venerdì 8 gennaio 2010

Il fulmine (4)

OBARITO (fiero) Ma noi avevamo previsto tutto, principe! Ecco perché i miei soldati stavano appostati fuori dalla cabina, pronti a sfondare Agrippina a remate, casomai fosse riuscita ad uscire.
NERONE (tremendo) MA?
OBARITO (con imbarazzo) Ecco – io non ero insieme a loro; stavo cercando di rimettere in assetto la nave, e loro non avevano ancora visto in faccia Agrippina; così, quando Acerronia, per salvarsi la pelle, si è aggrappata alla porta e ha urlato che era la madre dell'Imperatore, bé – hanno ucciso lei.
ANICETO Dopo esserci accorti dell'errore, abbiamo rimesso in assetto la nave e l'abbiamo setacciata tutta, ma Agrippina era scomparsa.
OBARITO Abbiamo pensato che si fosse buttata in mare, e che fosse annegata. Insomma, una donna della sua età, mai vissuta sul mare – che altro poteva succederle?
NERONE (sarcastico) Già! Che altro poteva succederle, dopo che siete riusciti a far fuori due membri importanti e conosciuti della sua famiglia?!?
ANICETO (a disagio) Siamo tornati a Baia, per cercare il corpo, se mai le onde l'avessero fatto spiaggiare. Durante un interrogatorio, un pescatore ci ha raccontato che mentre era in mare a gettare le reti, aveva visto a pochi metri da lui un pesce molto grande, con due gambe e due braccia. Era Agrippina, che nuotava tranquillamente verso la costa. Si è fermata, ha chiesto un passaggio al pescatore e si è fatta portare fino alla sua villa in riva al mare, vicino a Baia.
NERONE (allibito) Non ci posso credere.
OBARITO Siamo piombati sulla villa con tutti i soldati. I servi ci hanno fatto entrare sotto minaccia di morte. Lei era nelle sue stanze: riposava sul suo letto, dopo essersi fatta un bagno. Sembrava tranquilla, ed era sola. Quando mi vide, mi salutò sputandomi in un occhio, come fa sempre. Mi sono avvicinato per colpirla con un bastone: lei mi ha guardato, e poi ha urlato. In quel momento la villa ha cominciato a tremare e il soffitto a cadermi addosso. Sono fuggito, e ho perso di vista vostra madre.

[continua]

giovedì 7 gennaio 2010

Il fulmine (3)

NERONE (esasperato) Seneca, ma fammi il favore. Ma dove siamo, in una farsa? Mia madre Agrippina ostacola sistematicamente i miei progetti di governo da quando mi ha fatto salire al trono. La morale non c'entra – o io la fo secca, o lei fa secco me: semplice e lineare. Quindi tornatene là dov'eri, e non seccarmi più.

Seneca esegue.

E adesso che sono più tranquillo, voi due deficienti mi raccontate com'è andata questa crociera.
ANICETO Dunque, siamo partiti in nave a notte alta, come previsto, e abbiamo sistemato Agrippina sotto coperta, in una spaziosa cabina, arredata con lusso.
NERONE (con sospetto) Sola?
OBARITO (scuotendo la testa) No; non abbiamo potuto impedire che che salissero con lei due suoi cugini, Crepereio e Acerronia. Ci teneva a portarseli dietro; se avessimo fatto storie, si sarebbe insospettita.
ANICETO Non si è insospettita, era molto tranquilla. Una volta in alto mare, abbiamo fatto scattare la mia trappola: il tetto della coperta è crollato.
NERONE (sulle spine) ...E?
ANICETO (con imbarazzo) Ecco, la sfiga è che Agrippina e Acerronia erano sdraiate sul letto, con sopra un baldacchino, che le ha protette dal crollo. C'è rimasto secco solo Crepereio. E poi – qui avevo sbagliato io i calcoli – la nave si è inclinata e si è aperta una falla nello scafo.
NERONE (mano sulla fronte) Complimenti.

[continua]

mercoledì 6 gennaio 2010

Il fulmine (2)

SEVERA (stridula) Oh, smettila di tormentarmi, Ottavia. Te l'avrò detto centinaia di volte. Non puoi rivedere la tua amica Sabina.
OTTAVIA Perché no?
SEVERA Perché non sei più una bambina, e Sabina va bene per i bambini. Ormai hai diciassette anni, e da cinque sei moglie di Nerone e nostra Augusta. Un'Augusta come si deve non ha bisogno di frequentare una qualsiasi Sabina.
OTTAVIA Senza di me starà male.
SEVERA Oh, io credo che starà benissimo. Le spiegherò che non puoi più vederla. Capirà.
OTTAVIA (supplichevole) Ma nutrice, per favore...
SEVERA (secca) No.
OTTAVIA Solo una volta, io...
SEVERA Noo. E adesso fammi vedere come ti muovi con il tuo nuovo vestito.

Ottavia viene costretta ad una triste pantomima.

BATILLO (con imbarazzo) Severa, ora mi sembra che stiate esagerando. Non è una ragazzina, è la moglie dell'Imperatore, e il rispetto che –
SEVERA (urlando) Qua - qua - qua! Guarda un po' – le papere parlano! E camminano, anche! Ti sembra un incedere elegante, quello? Ma come ti ho educato?
OTTAVIA Ho provato –
SEVERA E hai fallito. Riprova.

[continua]

martedì 5 gennaio 2010

Il fulmine. Ouverture e (1)

OUVERTURE


PRIMO QUADRO

grande atrio nella casa di Nerone. Al centro, dall'impluvio viene la bella luce di un dopo pioggia, e un giardino si intravede fuori dalle finestre. Nerone sta al centro della scena, sul suo letto preferito; Seneca è impalato in un angolo della casa, vicino alla parete, come un castigo; in proscenio Ottavia e la sua nutrice Severa, che la trascina in scena; Aniceto e Obarito davanti a Nerone a beccarsi la sua sfuriata; Batillo va avanti e indietro a portare cibi, bevande, olii, profumi, incensi e panni.

NERONE (con rabbia) Non raccontarmi stronzate, Aniceto: non ti ho tirato fuori da quel bordello a Corinto perché tu mi trattassi come il primo cretino che passa per la via. Avevo ordinato che mia madre non tornasse viva da quel viaggio in nave – e ora vengo a sapere che non solo è vivissima, ma sta pure bene. Ora, siccome per ogni fatto c'è una spiegazione, non venirmi a parlare di sfortuna o di Dei avversi, quando il solo responsabile sei tu!
ANICETO (ansia) Ma oltre a un dio, principe, non saprei davvero cosa ipotizzare. Lo giuro.

Nerone dà segni di sfinimento. Batillo con un piatto e Seneca gli si avvicinano.

BATILLO Rasserenatevi, principe. Assaggiate un po' questa salsa.

mentre Nerone assaggia, Seneca gli parla nell'orecchio. Intanto Severa stressa Ottavia.

[continua]

lunedì 4 gennaio 2010

Il fulmine. Presentazione

Il Monte Analogo è orgoglioso di presentare, pubblicato a puntate,


IL FULMINE


o sia,


Ottavia restituita al trono.


(A„mil…ou Newtšrou 'Oktab…a ™c tÕn cÕn qrÒnon ¢nadoqe‹ca À KERAUNOC)


Melodramma isterico in tre quadri di Emilio Neòteros.



Versa ex eo ciuitas et cuncta feminae oboediebant, non per lasciuiam, ut Messalina, rebus Romanis inludenti. Adductum et quasi uirile seruitium: palam seueritas ac saepius superbia; nihil domi impudicum, nisi dominationi expediret.

Tac. Ann. XII, 7, 3



INTERLOCUTORI


NERONE, Imperatore di Roma

OTTAVIA, sua moglie

AGRIPPINA, madre del principe

la LOCUSTA, avvelenatore di corte

ANICETO, liberto del principe e prefetto della flotta imperiale a Miseno

OBARITO, centurione di marina

SENECA, precettore del principe

BATILLO, liberto del principe e maggiordomo di palazzo

SEVERA, nutrice di Ottavia


La scena è a Roma, nella primavera del 59 d.C.

domenica 3 gennaio 2010

Riconciliazione

Sono entrato nella nostra camera. Lui era seduto alla mia scrivania. L'ho aggredito subito.
"Tu!"
Si è voltato, si è alzato, mi ha guardato in faccia. Mi sembrava di essere davanti ad uno specchio. Aveva gli occhi lucidi e le guance rosse.
"Che c'è?"
"C'è che sono stanco. Ora siediti e vergognati con me!"
Si è seduto. Ho cominciato:
"Per due volte hai violato una quarantena che è stata pensata solo per il tuo bene, e il risultato è che te ne stai qui a piangere e a sbavare. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Continui a scambiare per indifferenza e odio un distacco che è stato pensato e messo in atto solo per il tuo bene. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Gridi e ti lamenti ora dopo ora chiedendo attenzioni, richieste d'aiuto, sentimentalismi e sostegni da una persona che sai benissimo non potere o non sapere dare in questo momento. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Hai preteso che quella persona seguisse ritmi che per sua natura non poteva seguire, e le hai fatto una colpa di ciò che non poteva impedire. E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Mentre il dolore stava passando, per aumentarlo e poter frignare a tuo gusto, ti sei inventato future indifferenze e fastidi, quando qui" – e afferrai la stilografica – "avevi tutte le evidenze di cui avevi bisogno! E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"Continui a sentirti sconfitto e sostituito, quando sai benissimo che ogni esperienza felice ed autentica è di per sé insostituibile ed unica! E' vero o non è vero?"
"E' vero."
"E infine, quando ti tutto questo ti sei vergognato, hai sfruttato la vergogna per provare ulteriore dolore, ancora più inutile del precedente, che pure era in qualche modo comprensibile, viste certe recenti risoluzioni che (ammetto) non potevano piacerti. Ma questo dolore è stato vano. E' vero o non è vero?"
Si è alzato, e si è buttato accanto ad un corpo con sopra un mantello rosso, che giaceva accanto a lui. Una sua fantasia, già strozzata.
"So perché sei qui!" gridò. "Per levarmi di mezzo e governare da solo. Non farlo. Io sono solo una vittima, mi hanno fatto del male e ne fanno a te. Prenditela con chi se lo merita!"
Tolse il mantello. Sotto c'erano un corpo, dei capelli ricci e la mia follia. Distolsi lo sguardo.
"Non è lei che mi fa del male: non combatterò contro di lei."
Gli puntai l'indice contro.
"Sei tu il problema."
Si è alzato e mi è venuto accanto, a capo chino.
"Così" – disse – "Ora mi ucciderai. Mi farai a pezzi e ti nutrirai di me, e sarò nel nulla per sempre!"
L'ho guardato con infinita pazienza.
"Non ho dubbi che a te piacerebbe un trattamento del genere. Ma ovviamente questo non va bene. Finché te ne stai qui da solo e io sto di là, tutte le cose che tento di fare mi vengono fatte peggio del solito, perché tu mi disturbi in continuazione."
"Solo un po' peggio."
"Ma pur sempre peggio. Non ho intenzione di ucciderti, cosa vuoi che si faccia senza di te. Ma da oggi in poi io e te torniamo insieme, e vediamo di decidere insieme cosa fare di noi."
Gli ho preso la mano, l'ho fissato, e lui si è seduto sul letto, improvvisamente calmo.
"Qui c'è aria viziata;" – ho detto – "Meglio aprire un poco."
Ho aperto la finestra nella notte nera. C'erano rumori ovunque, nella chioma dell'albero vicino. Risate sottili, piccole parole, facce che conoscevo che brillavano per un attimo, lettere greche che danzavano attorno ad un fuoco d'inchiostro rosso. La Luna non c'era, ma colorava i bordi della collina. Veniva avanti, con lentezza, la Pace.

E fu così che – nella mia testa – la Ragione e l'Amore posero fine al loro divorzio.

sabato 2 gennaio 2010

Una storia

Tempo fa, ho inoltrato una domanda di trasferimento in un'altra città per motivi di lavoro. Non ho rivelato il motivo vero della mia richiesta: tutti avranno probabilmente pensato che cercassi possibilità economiche o di carriera; in realtà, era la città in sé che mi attirava.

Un luogo – devo dire – incantevole. Circondato da basse mura, proprio in cima ad una collina inondata di sole e inverdita di foreste e stradicciole ripidissime. Per arrivarci, a piedi (e non c'era altro modo), credo di averci messo settimane intere. Quando, finalmente, sono riuscito ad entrare dalla Porta della Testa, avrei stappato volentieri una bottiglia di spumante, se solo bevessi.

La popolazione sembrava cordiale, anche se se ne stava un po' per i fatti suoi – e giustamente, perché vivevano lì ormai da anni, e io ero l'ultimo arrivato; per giunta, provenivo da regioni molto lontane. Ma devo dire che il posto era davvero ospitale. Gli abitanti (non moltissimi, in verità), vivevano in un condominio ampio circondato da un parco, proprio vicino al centro della città; ognuno aveva il suo appartamento e il suo balcone, e le mattine di domenica li vedevi che uscivano alla finestra e chiacchieravano e ridevano rumorosamente. Gli altri edifici cittadini erano perlopiù sfitti, o venivano abitati per pochi mesi, fino ad un altro trasferimento. Un pianista, una storica e una veterinaria vivevano ciascuno nella sua villetta personale, nei sobborghi di lusso, vicino alla Porta Cardiaca; mi fu detto che questo privilegio era dovuto a particolari affinità con l'Amministrazione Centrale. Dovevano esserci in realtà tutta una fitta rete di privilegi, ma non mi sono mai curato particolarmente di osservarli. Data la benevolenza accordatami dall'Amministrazione Centrale, mi fu concessa una casa proprio nel centro storico, dove stava la Fossa.

La Fossa era uno dei motivi del mio interesse. Non ho ancora detto di cosa mi occupo. Il nome ufficiale è impronunciabile – ed è un lavoro in effetti molto raro, uno di quelli che si fanno perché si ha lo sbatto di farli, pieni di incertezze e di compromessi, e con pochi guadagni. Ma mi hanno già fatto notare così tante volte il mio idealismo, che ho finito per crederlo un vanto. In pratica, io estraggo dalle Fosse (le cavità naturali presenti al centro delle città) materiali sconosciuti per analizzarli; tento di ricavarne prodotti finiti, come Gioia, Serenità, Senso, che poi distribuisco alla città, a me stesso e a chiunque desideri beneficiarne. Sulle pareti delle Fosse, poi coltivo Passioni, Interessi, Confidenze; e ultimamente, anche Condivisioni (cioè, scrivo sulle pareti). E' un lavoro, come ho detto, molto faticoso, ma dà le sue soddisfazioni. Oltretutto, c'è sempre il gusto del mistero. Voi capite, nessuno riesce mai a scorgere il fondo delle Fosse, e sicuramente non arriva mai a toccarlo; più va in profondità, più può dire di aver lavorato bene. La mia teoria (che in genere non confido ai miei superiori) è che la Fossa sia un organismo vivente in sé e per sé, e non – come generalmente si ritiene – un buco scavato dall'acido della Solitudine, inattingibile e morto.

Cominciando a lavorare, credo di essere stato molto felice. Insomma, ti svegli al mattino e lei è lì, che respira piano; vai a dormire, e lei luccica d'oro e di ambra nella notte nera. Par quasi che t'intenda (anche se non parla). Mi calavo, senza guanti e senza scarpe, roccia dopo roccia, verso il fondo, sempre più caldo e sempre più ammantato di fumo; cieco, mandavo avanti le mani, reggendomi alla parete per non cadere, senza respirare, e poi tornavo su. Le Fosse ci mettono un po' ad accettarti: il fumo è la loro difesa. Il mio orto andava discretamente bene, e anche l'estrazione di materiali; se non che, invece di un raccolto regolare, ogni giorno ottenevo qualcosa di diverso da ciò che mi aspettavo – segno inequivocabile che la Fossa in cui mi ero andato a mettere era, come dire... umorale. Chiedevo, di tanto in tanto, consigli per questi problemi agli abitanti della città: ma, al di là della puntualità dei loro interventi, mi rendevo conto che loro accettavano l'umoralità della Fossa, e le volevano bene, con molta più serenità di quanto non facessi io, che – forse per la vicinanza – non riuscivo ad accettare del tutto risultati parziali, o concessi tanto per.

Ecco, un giorno, mentre ero molto in fondo, mi sono accorto che sopra e sotto di me c'erano delle membrane, cresciute non si sa come, in pochi secondi. Motivo in più per credere che le Fosse siano vive, ma non ho avuto tempo di speculare ulteriormente, perché dal fondo rovente sotto di me cominciò a salire una nube rossa.

Forzando le membrane, riuscii ad uscire allo scoperto, ma la cosa non finì lì. La nube salì e salì e salì, uscì all'aria, e mi investì con tutta la sua forza. Dai balconi del condominio, gli abitanti mi gridavano che era una cosa del tutto normale, che se stavo buono e non calcavo troppo la mano, non sarei rimasto ucciso. La nube scioglieva la mia pelle, mandava in fiamme le mie labbra, faceva esplodere uno dopo l'altro i minuscoli capillari dei miei occhi. E continuavano a ripetere che dovevo allontanarmi un po', che non era niente, che succedeva, e che dovevo esser forte e pensare alla mia vita.

Così, ho raccattato alla bell'e meglio la mia roba, lasciando lì molte cose, e sono fuggito. In casa, non potevo più stare – la nube aveva invaso tutto ciò in cui abitavo – e così ho abbandonato la città, e mi sono rifugiato sulla vetta di una collina poco distante, dove non c'era niente, se non la foresta, il cielo, ed io – raggomitolato ai piedi di un tronco.

Tutto sommato, credo di essere ancora nelle grazie dell'Amministrazione Centrale. Vedo da qui, dove ora sono, che nel condominio si sta arredando un nuovo appartamento: spero sia per me, anche se con questa città non puoi mai essere sicuro di niente. Ma in quell'appartamento ancora non posso abitarci. Ci ho provato; sono entrato in città, col permesso dell'Amministrazione; e mentre mi dirigevo all'appartamento, le mie gambe andavano verso la mia vecchia casa (povero me, forse non era neppure più sfitta). E allora la nube è tornata. Ma questa volta non la emetteva la Fossa; la Fossa mi riconosceva, sapeva chi ero, tentava di farsi capire. Questa volta, la nube rossa che mi soffocava veniva da dentro di me.

Sono tornato dov'ero, nel mio esilio; sembro in fiamme; ogni parte del mio corpo emana un fiotto di fumo grasso, e di scintille. Come un motore esploso, che sfoga la benzina e la rabbia all'aria fredda della notte; così io corro, ogni giorno, ogni notte, per disperdere il fumo nei meandri della foresta. A volte si dirada per qualche ora, e io vedo, e respiro; a volte si ispessisce, e io vivo lo stesso, ma vivo da cieco – vivo da morto. Piano piano, la benzina finisce, la rabbia si riposa; il disco del Sole, il piatto della Luna, sono gli occhi della Libertà che mi guarda e che si avvicina lentamente. La pace, la pace mi chiama nelle sue acque senza fine.

Guardo, di lontano, la città; ma non provo più rabbia di quanto non provi vergogna. Il fumo mi rende ridicolo davanti a tutta la terra: guardami, Signore, perché sto diventando spregevole ai tuoi occhi. Guardami, perché non posso godere di ciò che ho secondo le leggi della giustizia e della natura, e costruisco torri di dolore senza fondamenta, che crolleranno un giorno, rivelando la paglia delle loro pareti, e la mia piccolezza. Guardami, e toglimi questo fumo, e ridammi la mia forma, la mia figura; finché sarò indegno di quell'appartamento, io starò qui, ad amareggiare l'Amministrazione per un dolore che non ha provocato, e a far schiumare di voglia le Furie che mi volano attorno.

venerdì 1 gennaio 2010

Precipitare

Mi capita ormai abbastanza spesso, nei miei giri di volantinaggio, di recarmi in periferia, dove stanno gli edifici più nuovi. E non c'è volta in cui io non mi fermi a guardare, per qualche silenzioso minuto, uno di quei rettangoli di cemento, spessi decine di finestre, che se ne stanno all'orizzonte, a suggerire un'enormità incalcolabile.

Sono mattine d'inverno, quando il cielo è grigio, e la luce delle nuvole mette davanti ai miei occhi la sagoma scheletrica dell'albero che dorme e il grattacelo che vive sempre. Mi fermo e lo fisso. Le grandi altezze sono qualcosa che mi prende dal profondo. Le cerco in solitudine, perché non mi riesce di fissare il vuoto sotto di me in compagnia. Quando mi sporgo su una parete che si precipita verso terra, sono sempre solo. Ho paura, ma mi nutro di quella paura ogni volta che posso.


Non sono mancati momenti di particolare astrazione, in cui mi sono chiesto che succederebbe se una mattina io volassi giù per il baratro. Sul perché, non mi interrogo mai; distratto e goffo come sono, inciampare e precipitare sono avvenimenti sempre in agguato, anche allontanando ogni pericolosa malinconia. Quel che mi rende e mi ha sempre reso perplesso è la conseguenza di questo avvenimento – cessare di esistere.

E una mattina, mentre pensavo a tutti i progetti e a tutte le ansie e a tutte le delusioni, mi ha attraversato la mente – come un fulmine – una risata.

Era la risata conseguente al mio volo. Un fiotto di risate che schizza da chi mi osserva come sangue da un'arteria mozzata dopo una corsa. Eccolo là, il volatore distratto. Ha perduto la sua battaglia, si è rotolato per terra sotto un cespuglio invece di arrivare alla fine del percorso. Ora nulla di ciò che è andrà avanti – tutto quello che era sparisce, e noi lo dimenticheremo, e anche il nostro dolore se ne andrà; lui non potrà farci niente. Rimarrà di lui una sonora risata, nel vedere a cosa conduce la paura, lo sfrenato egoismo, la goffaggine di una breve, ingenua esistenza. Mettiamo uno specchio, là dove lo seppelliranno, il segnale della vanità – così da far capire a tutti che non era un uomo, era un soffio di vento, che neppure si sentiva.

Allora mi ha preso una rabbia immensa. Ooh, nonono. Troppo facile uscire di scena in questo modo. Io detesto che si rida di me, con tutto il rispetto per il prendersi meno sul serio (arte oscena di chi non ha il coraggio nemmeno di respirare). No, io starò molto attento, io baderò con scrupoli infiniti a vivere, giorno dopo giorno. L'essere è motorio: subisce e provoca urti. Un giorno scenderò dal letto e non sarò più ingenuo. Un giorno avrò fatto soffrire io qualcuno, e non viceversa. Un giorno capirò e saprò più cose di quante ne sapessi prima di cominciare a lottare. Un giorno avrò amici, avrò amori, che saranno i miei, e non un po' di grasso sulla strada e le risate di chi ha creduto e mi ha sempre ripetuto che la mia vita fosse prevedibile e la mia morte una liberazione (per me e per loro).

Ho ancora tanti colli da spezzare, tanti cadaveri da calpestare, tante Furie da afferrare mentre mi volano intorno, e quando le avrò prese, strapperò loro le ali,

e le lascerò morire ai miei piedi

al posto mio.