lunedì 26 aprile 2010

Il confine di Eden (3)

Caino, guardando il cielo, non vide che la Luna immobile. Del suo invisibile padrone non c'era più traccia. C'era solo il fumo, che penetrava lo spessore delle nubi; il resto del cielo era sgombro; e blu, profondamente blu, come

– come se fosse stato felice.

Caino guardò Abele. Non faceva più le capriole. Giocherellava con i pezzi di legno mezzo incenerito che stava sull'altare. Tentava di farci qualcosa che sapeva solo lui. A volte, con il lato carbonizzato di un pezzo di legno, disegnava spirali e pupazzetti sui lati dell'altare. La pietra era ruvida e chiara, e si prestava bene al gioco. Ghignava. Eh, per forza, pensò Caino, quando il tuo invisibile padrone è con te, di cosa vuoi dolerti.

Non stette nemmeno a pensarci troppo. Nella sua testa, una catena di simboli si agganciò ad un'altra, e Caino agì. Afferrò la sua vanga, corse verso Abele, gli fu addosso, lo rovesciò sul dorso, e prese a squarciargli il ventre, colpo dopo colpo, fracassandogli tutte le ossa, e non smise, finché non fece caso al fatto che Abele non si muoveva più.

Dal petto in giù era una cloaca di sangue e viscere, ma la sua faccia pulita, dai capelli chiari, dalle belle labbra non troppo evidenti, e i canini un po' appuntiti, che gli davano un'aria così sveglia, quando sorrideva – tutte quelle cose c'erano ancora, nemmeno tanto pallide, come colte da un sonno necessario. E Caino non aveva colpito a caso. Si mise in ginocchio, con una selce appuntita che usava per sbucciare la frutta; e con pazienza si diede a incidere i lati della testa di suo fratello, per poi sollevargli delicatamente la faccia, ridotta ad una maschera di pelle spessa. La pulì con la sabbia e la cenere, la raschiò; se la mise addosso, se la premette sulla faccia, e le sue lacrime, impastandosi col grasso e con la cenere, gliela fecero star su.

Poi sollevò la fronte, verso il blu, e gridò:

"Io sono Abele! Adesso" e prese un gran respiro "adesso, puoi amarmi?"

sabato 24 aprile 2010

Il confine di Eden (2)

Il fumo di Abele salì alto, roteò nel cielo, si sparse a colorare le nuvole, e fu da loro accolto, come un oceano capovolto che accogliesse il fiotto di una cascata. Il fumo di Caino non arrivò ad un metro da terra e imbrattò tutta la radura.

Abele, come suo solito, non disse nulla, e cominciò a fare le capriole sul prato, come faceva quando era contento. A Caino tremarono le mani. Drizzò la fronte verso l'alto e chiese a gran voce al suo invisibile padrone, cosa mai gli avesse fatto.

"Fatto? Niente. Dovevi fare qualcosa?" rispose lui.
"Non lo so, Signore: sta di fatto che tu accetti Abele e rifiuti me, quando fino a ieri, Abele non sapeva nemmeno cosa fosse un sacrificio, ed il mio fumo arrivava fino alle stelle. Mi pare che tu dirotti le tue preferenze a casaccio."
"Non è affatto vero. Io ti stimo."
"Ma non accetti le mie offerte, signore – il che per me è molto, molto doloroso."
"Non sono obbligato ad accettarle, Caino. A lungo andare, quando ci si propone ad uno che non ci desidera, si diventa fastidiosi. Ti metto in guardia fin da subito dal diventarlo."
"Almeno una spiegazione, signore. Io sono Caino, tu sai chi sono, sono quello che ti venera, che sacrifica per te il suo lavoro, che sa chi sei e che non chiede altro che di vivere nel tuo ordine. Abele, gli abbiamo dovuto spiegare perfino cos'era una zappa."
"Non trovi che Abele sia meraviglioso? E' così dolce, Abele. E poi mi fa tanto ridere, quando fa le imitazioni degli animali."
"Ma, signore, tu ora preferisci Abele!"
"Boh, si."
"Perché?"
"Non lo so. Ti prego, non stressarmi oltre, ora."
E tacque.

[continua]

martedì 20 aprile 2010

Pretese

[da una conversazione al telefono, qualche tempo fa...

– Maria... ma... a rigor di logica... io sono dannato.
– E chi lo dice?
– Ma, se stiamo alla lettera!... Secondo te?
– Ti salva, Giulione.
– Sicura?
– Giulione, non dire boiate! Dai mo', che ti salva!]

fra, spero, molti anni, in mezzo a delle nubi luminose.

L'ONNIPOTENTE Eccoti salvo.
GIULIO Non ci credo!
L'ONNIPOTENTE Cosa vorrete mai capirne, voialtri. Vieni, gioisci con noi.
GIULIO Signore, protesto. Non sono un – voi mi capite.
L'ONNIPOTENTE C'è gente più cattiva di te, bello mio.
GIULIO Ma – ma – questo è il regno della gente che si ama – e io ho molto odiato e molto invidiato. Dovrei starmene là sotto.

si apre, in basso, una voragine a cono, in fondo alla quale c'è un trono con il diavolo sopra.

SATANA No. Tu qui non ci vieni.
GIULIO Ma come!, fida immagine della mia adolescenza?
SATANA Mettiamola così. Per quale peccato tu pensi di dover finire qui sotto?
GIULIO (ci pensa) Per aver desiderato, quando tutti erano felici, insieme, e godevano della reciproca compagnia, di starmene da solo, imbronciato, a pensare e a guardare l'immensità del mondo, perché trovavo tutto questo essere felici una cosa incredibilmente stupida.
SATANA E avresti tollerato, in quei momenti, di avere qualcuno tra i piedi?
GIULIO No.
SATANA (ringhiando) Ebbene, siccome quello che per te è stato un momento, per me è l'eternità di un sentimento che non cambierà mai, per favore, visto che qui sotto io mi crogiolo nella mia perfetta solitudine, non osare nemmeno avvicinarti, e vattene con il tuo invisibile padrone a gioire nell'Empireo.
GIULIO Capisco e m'involo, Maestro.
SATANA Bah.
L'ONNIPOTENTE Eh!...

[Gloria in excelsis Deo.]

domenica 18 aprile 2010

Il confine di Eden (1)

Caino, la schiena curva per il carico e le mani nere di terra e fuliggine, percorse a balzi il viottolo polveroso che divideva la sua tenda ed il suo piccolo campo dalla grande radura in mezzo alla foresta. Le ombre del primo pomeriggio erano costellate dallo sfrigolìo delle cicale, e veniva dal recesso più scuro del bosco un lieve vento. L'illusione dell'eterna estate si sarebbe rotta in capo a poche settimane. Ma Caino, che non ci pensava, seguì il sentiero fino alla radura, dove stavano due piccoli altari di pietra, e dove, nei tramonti estivi, attraverso uno squarcio tra i tronchi ed il sottobosco, si vedeva, ad occidente, il confine di Eden.

Lì, circondato dal verde e dal silenzio, liberò la schiena, e buttò sulla catasta di legno i frutti del suo orto, irrigati a sangue e mezze bestemmie; vi appiccò il fuoco; un po' le scintille, un po' il vuoto della giornata, gli presero via qualche lacrima.

Anche ad Eva, in quel momento, dovevano sfuggire delle lacrime; non si sarebbe stupito, Caino, di scovarla rimpiattata contro le pareti di casa, la testa fra le ginocchia, a respirare a fatica, come tutti i giorni di fine estate. Adamo li aspettava sulla porta, assorto a pasticciare con dei pezzi di legno ed una pietra con la punta. Caino aveva un'idea più che vaga, di tutto questo; e guardò, con un gran sonno addosso, la colonna di fumo che si innalzava verso il cielo, ed il suo invisibile padrone. Non dubitava di riuscirgli gradito; e sebbene quell'anno i meloni fossero un po' intristiti dalla poca acqua, erano comunque saporiti al punto giusto. Comparve Abele, senza troppo chiasso; tornava in quel momento, probabilmente, dalla cima della collina, dove portava il suo gregge tutte le mattine – e come lui, sacrificò al suo invisibile padrone. Tra i due fratelli corse il solito silenzio.

Ma quel pomeriggio, le colonne di fumo non si alzarono allo stesso modo.

[continua]

venerdì 16 aprile 2010

Il Diavolo

Ogni persona, tra quelle che ci circondano, è in sé stessa una parodia della Trinità. Consiste infatti:

1. In quanto lei stessa dice.
2. Nel peso che noi attribuiamo a quello che dice;
3. In quello che dice la sua Voce.

Ogni persona ha dentro di noi una sua personale Voce. E così, insieme alle chiacchiere degli esterni, dentro di noi, da mattina a sera, il chiasso infernale delle Voci raddoppia, capovolge e sfotte il chiasso che ogni santo giorno ci propina naturalmente.

E' difficile comprendere la natura delle Voci; la mia personale teoria è che constino di due parti: da un lato, incarnano la persona di riferimento nel suo punto più basso (meschinità, difetti, cattiverie, che noi ben conosciamo); dall'altro, vengono da una zona oscura della nostra mente, uno spazio cui potremmo dare il pretenzioso nome di Diavolo.

Non è difficile individuare l'ambito di argomenti di una specifica Voce, se si conoscono le caratteristiche della persona che quella Voce rappresenta. Se un nostro amico è sveglio, agile, rampante, la sua Voce dentro di noi sarà incessantemente occupata a farci notare come noi siamo lenti, scarsi, noiosi. Un nostro amico fidanzato avrà una Voce che sottolinea come noi siamo incapaci di corteggiare una ragazza. Se una nostra amica è appena tornata da un Erasmus in cui si è trovata bene, la sua Voce non farà che ripeterci che dovremmo andare anche noi, in Erasmus, perché siamo morbosamente attaccati a casa, perché ci annoiamo, perché se non partiamo moriremo, perché gli amici che abbiamo non sono importanti e dunque di loro ce ne deve fregare poco, e via dicendo. Lascio immaginare cosa ci potrebbe dire la Voce di una nostra, o di un nostro ex, specialmente se la persona fisica dell'ex è ora coinvolto in un nuovo amore. Naturalmente, anche il rivale o la rivale avranno una loro Voce neonata. I nostri nemici, ovviamente, hanno una Voce uguale a loro, se non peggiore; solo, che mentre i nemici spesso tacciono, la loro Voce non sta mai zitta.

Lo scopo ultimo delle nostre Voci, lettori miei, è di farci morire. Fisicamente, o spiritualmente, importa poco. Liberarsene, o metterle a tacere, è imperativo. In questo atto, la nostra vita si consuma, piano, piano.

mercoledì 14 aprile 2010

Sfumature

Una distinzione fondamentale da fare, quando un predatore vi attacca o fa mostra di attaccarvi, è capire se ha fame, o se è semplicemente incazzato con voi.

E' una cosa che le mie prede abituali capiscono al volo. Non è difficile, in fondo. Se le mie intenzioni sono di mangiarvi, non mi vedrete se non due secondi prima che vi infili le mascelle nel collo; o in ogni caso, mi vedrete che corro verso di voi. Se invece sono solo incazzata con voi e voglio che ve ne andiate, faccio un po' di scena – ruggisco, agito la testa, calpesto il terreno coi piedi – in modo che vi spaventiate e vi leviate dai piedi. Sono dinamiche semplici.

Ecco, l'anchilosauro è uno che queste dinamiche, proprio non le capisce.

Vive solo; e chi ha bisogno di una mandria, con quella corazza? E non è molto sveglio. Ancora: chi ha bisogno di un cervello, con quella mazza ossea alla fine della coda? Domande inutili, come vi avrebbe detto mia madre, che quando vedeva un anchilosauro, ruggiva e faceva dietrofront. Quando mi piazzo davanti a lui e cerco di spaventarlo, perché voglio che si levi di torno, lui non ci arriva e crede che io voglia mangiarmelo; soffia, mugghia, solleva polvere e rotea con violenza la coda.


E sta lì, fermo come un paracarro. Se mi avvicino, carica – e un colpo di quella coda basterebbe a spezzarmi un femore. Dopodiché, chi gli tiene dietro ai miei tre piccoli mostriciattoli?

Eh, grazie. Secondo voi, perché sto come 'na scema davanti ad un anchilosauro infuriato? Perché dall'altra parte dell'anchilosauro stanno i tre sopravvissuti della mia ultima covata – una delle più sfigate di tutti i miei sedici anni (son vecchia).

E se questa bestiaccia corazzata cogliesse certe sfumature, io non starei correndo questo rischio.

lunedì 12 aprile 2010

Vogliamo andare random (2)?

Ecco, mi pare che la reazione della Terra andrebbe notata, se un giorno uno storico dovesse andare a ripescare il mio volume per una sua monografia sulla Guerra Pazzesca. Prima o poi andrà di moda riferirsi a questo periodo come un periodo di grandi significati e torridi fermenti. Dirò dunque anche questo. Gli ambasciatori della Repubblica Terrestre, non appena ebbero la notizia della partenza di Adina per il fronte, furono caldamente invitati a formulare una dichiarazione davanti all'Assemblea delle Colonie – che era ormai in procinto di spaccarsi in due. E gli ambasciatori, dopo aver ammesso che la violenza era in effetti condannabile in tutte le sue forme, abbandonarono l'edificio, s'imbarcarono sulla loro navetta, e in capo a due ore erano nello spazioporto di Trieste. Nelle ore successive, la Terra ritirò al suolo le sue stazioni orbitanti, sospese i commerci, gli studi e le missioni, richiamò i cittadini sparsi per il Sistema Solare, interruppe tutte le comunicazioni, alzò il grande deflettore planetario, e stette così, in attesa di vedere chi rimaneva in piedi.

O Antigone o Ismene, si sarà detta la Terra. Questo è almeno quello che penso. Fatto sta, che dalla Guerra Pazzesca uscì relativamente incolume. Tutti i suoi progetti di ricostruzione dell'ecosistema le avranno preso la mano; fatto sta, che in un Sistema Solare ridotto ad un cumulo di rottami, il nostro pianeta natale esibiva il verde sano, né troppo chiaro né troppo scuro, ed il blu oceano, che doveva avere prima che arrivassimo noi.

giovedì 8 aprile 2010

Macy's!



ovvero, la fabbrica dei sogni.

Tralasciamo il fatto che ci sono nove piani. Tralasciamo che è più alto dell'Asinelli. Puntiamo direttamente al nono piano: articoli per la casa. Ho fatto una cinquantina di fotografie. Per poco non cedevo alla tentazione di sdraiarmi sul letto e leggere, come faceva metà della clientela.



Scopri una cosa, in quel pezzo di cemento nel cielo. Scopri cos'è una casa. La scopri attraverso gli oggetti che la compongono. E' in fondo la parte meno complicata di mettere su casa, e qualcuno potrebbe dirti che ha poco senso girare per letti a due piazze, salotti, divani e camerette, se non sai chi ci entrerà dentro. Ma ora che tu sai, perché lo hai imparato – imparato alla brutta, con una striscia rossa sulla guancia, che di notte è ancora calda – che cosa è un rapporto umano, che cosa sono le persone – allora guardi il letto a due piazze, e sogni di metterci dentro il calore di una persona; tocchi il divano, e sogni di berci con gli amici, fino al mattino; passeggi per i salotti, e pensi che ogni giorno quel salotto resterà in piedi perché tu lavorerai. Un giorno, forse, sarai in un posto simile a questo, a pensare a come arredare casa tua. Un giorno, sarai una persona, e dovrai agire nel mondo, e costruirti un luogo tuo, perché quelli che ti daranno non andranno più bene. Ma solo qui hai l'illusione di un tempo senza tempo, di un mondo dove la tua unica responsabilità è scegliere il letto, perché la persona che ci dormirà con te è felicemente, luminosamente data per scontata. Quante illusioni, al nono piano.




In quella cameretta ci metterai un figlio. Pensi mai ad averne uno? Senti mai dentro di te qualcosa di nuovo che si agita, qualcosa che ama, che desidera generare? Io saprei già che fiabe raccontargli. Non mi manca l'inventiva, in tal senso. Qualche dinosauro, un villaggio di campagna, uno scienziato pazzo, e il gioco è fatto.

martedì 6 aprile 2010

Ok.

Con questo, fanno 400 post.

Dei quali, sono piaciuti:

a Laura, 1.
a Fabri, 2.
a IlaToppe, presumibilmente una quindicina.
a Glenda, 1.
a Hap, lo sa Dio. E' l'unico con cui effettivamente parli.
a Nunzia's, 5 o 6. Tutti lunghi una decina di righe massimo, immagino.
a Gianlo, forse una ventina.
a Maria, tiè, 20? Includendo i dinosauri, dei quali, insieme a Gianlo, è estimatrice. Tecnicamente, gli estimatori sono solo loro due. (...sono circondato da bifolchi)
a Babs, 3. Forse più. Vallo a capire.

...di altri lettori, ignoro o non ricordo i pareri specifici.

...Whew.

E' dura!

[dice il saggio: Bits of Ivory, two inches wide, on which I work with so fine a Brush, as produces little Effect after long Labour.]

domenica 4 aprile 2010

Gibigiana

Per non so quale motivo, basta che qualcuno – che ne so, tagli una pizza mentre io lo osservo

quando inizia a tagliare la fetta, lo guardo con la mano che trema e del marmo sul torace, credendo – per i fatti miei – che tutto sia orribile ed ingiusto

e poi, quando la fetta è stata tagliata, sento come uno strano sollievo, e mi dico "lasciali andare", e mi corre in testa una metropolitana di ricordi, e mi chiedo perché mai abbia pensato che tutto sia orribile ed ingiusto

salvo poi alzare gli occhi, e ripiombare nella miseria mentale

ed uscirne, cinque minuti dopo, senza motivo apparente, pensando in fondo a tutta la serenità del mondo.

E così vivo in questo tornado silenzioso, ora da un lato ora dall'altro, senza capire come stiano le cose, e come stia io.

venerdì 2 aprile 2010

Vogliamo andare random?

E andiamo random.

E' una verità universalmente riconosciuta, che una situazione di forte tensione, in cui vengano coinvolti elementi singolarmente imprevedibili, e nella quale siano coinvolti numerosi interessi non immediatamente comprensibili, debba per forza degenerare in un bordello unto e delirante.

Dunque, rimandando ad un momento più propizio la ricerca delle cause, affermo – e tengo per certo – che la dichiarazione di guerra tra le Colonie Esterne e le Interne fu fatta via radio. Notizie su un eventuale incontro faccia a faccia dei rispettivi ambasciatori, mi sentirei di smentirle. I contendenti non si videro nemmeno in faccia, perché il contatto non prevedeva una videochiamata; probabilmente il visore era rotto. La dichiarazione constò in effetti di una fiammata rossastra: il getto a piena potenza del propulsore di Adina, la Prima Colonia Interna, che dalla sua tranquilla orbita attorno a Mercurio, puntò dritta verso gli Asteroidi. Chi la vide avanzare, lanciata a 0.72 c, non capì, sulle prime, perché tremolasse, e perché alle sue estremità passasse dal nero al verdeazzurro. Era il Campo, che impediva alla sua massa di trasformarsi in energia. Durante il viaggio, i Coloni caricarono diligentemente le armi; richiamarono le Colonie loro vassalle al fronte di Marte; inviarono alle più deboli, rimaste nelle retrovie tra la Terra e il Sole, gli ordini di produzione per i cinque anni successivi; e attesero, immobili nello spazio, l'arrivo inevitabile delle nemiche.