giovedì 27 maggio 2010

Allenamenti

Per tenere allenato il cervello, e soprattutto per non perdere la dimestichezza con le parole e con la musica che ne viene fuori, spesso compongo in una lingua che non è la mia. La scelta non è poi così ardua: inglese, latino, greco di rado perché non ho lessico, e tedesco a livello elementare. Lo sforzo di mettere insieme parole di cui non conosco a menadito tutti i significati e il contesto, mi costringe a essere breve, preciso, a ricontrollare infinite volte, a rifare tutto daccapo se non mi soddisfa, e a cercare sul dizionario una miriade di significati per essere veramente sicuro che sto dicendo quello che voglio dire (e per non ridurmi a usare una parola corretta, ma inadatta al contesto). Il contatto con le parole - non con frasi o periodi, ma con le minime parole, lì, presenti nella loro fisicità - mi ricorda con cosa ho a che fare ogni volta che prendo la penna in mano.


Chi di voi ha letto Viaggio al centro della Terra forse non si ricorderà le righe latine che Verne fa scrivere al suo islandese del Rinascimento, Arne Saknussem:


In Sneffels Yokulis craterem kem delibat umbra Scartaris Iulii intra calendas descende, audas viator, et centrum terrestre attinges. Kod feci. Arne Saknussem.


Un punto a Verne per aver simulato benissimo il latino 'di servizio' e dall'ortografia fonetica che verosimilmente doveva possedere uno studioso nordico di quel tempo. Mi sono detto, rileggendola: come sarebbe in esametri latini, magari iscritti su una pietra, proprio sul sentiero che porta allo Sneffels?


E dopo tre ore, due dizionari consultati, e una decina di fogli consumati dall'inchiostro, ecco una prima versione del messaggio di Saknussem:


In Sneffels Yokulis craterem, non tibi notum

Ni tetigisset eum Scartaris uerticis umbra,

Planitierum cum tepefecit Iulius aequor,

Inque suis descende, audax peregrine, calendis:

Attingesque, diu tenebra uolitatus in atra,

Centrum terrarum: ted adloquitur qui fecit,

Arne Saknussem, glacie spatians Islandae.


Mi si perdonerà la costruzione non correttissima di spatior con l'ablativo semplice, il genitivo plurale non attestato di planities, il vistoso arcaismo ted, la i di tepefecit breve, e l'uso disinvolto della prosodia dei termini non latini; ma qualche licenza potevo pur prendermela. D'altronde, questa è solo una prima versione.

martedì 25 maggio 2010

Organi (2)

Non avete idea di come filino le storie con la musica, al buio e da soli. La musica dà il carattere ai personaggi: lo dà generico, tagliato con l'accetta, così che io possa intervenire con la fantasia; non conosce i sofismi e la persuasione, ma la violenza e la calma, le tinte forti e quelle armoniose, le trame complicate e quelle evidenti. Con le orecchie circondate da un'aria di Gluck ho scritto le mie cose migliori, perché c'era dentro la ragione; e la ragione era lì, luminosa, nell'accordo pianamente enunciato all'inizio dell'aria, ribadito dalla linea vocale, e ficcato alla fine, perché dove si è cominciato, lì si finisce. Scrivendo, sapevo le stesse cose della musica. Non avrei scritto mai di morti, di diavoli, di mani che strozzano e di sangue, se non fossi morto a mia volta con Elettra, nell'Idomeneo.

Le orecchie hanno scritto i miei lavori. Hanno visto le trame giacere nel contrappunto; hanno dato parole e ragionamenti all'insolenza di un violino in un concerto per archi; hanno voluto raccontare le apocalissi che la musica lasciava nude di logica; hanno volato ad ali spiegate, fin dove la gabbia dell'occhio era un puntino lontano.

lunedì 24 maggio 2010

Organi (1)

C'è chi coi suoi occhi vede cose impensabili. Qualcuno è annegato nel bblù. Qualcuno guarda attraverso le pareti. Qualcuno vede con la mente e non vede nulla che non gli piaccia.

Ma io dei miei occhi sono schiavo. Non posso vedere altro da quello che effettivamente c'è. Sono prigioniero del reale: i miei occhi non sanno che rapportarsi con quello, e male: non possono non vedere, e quando vedono, spesso odiano, e sempre ricordano, ad anni di distanza, offese, dispetti, umiliazioni. Spesso mi si chiede come faccio ad avere la memoria che ho: facile: quando guardo una cosa, la spoglio, la atomizzo, le succhio via tutto quello che posso prendere – e badate bene, non per forza è uno sguardo profondo: spesso è semplicemente vorace di minimi particolari, specie se quei particolari mi danno ansia o paura, o rabbia. E allora, per forza ricordo: ogni cosa che vedo, se le condizioni sono propizie, mi si incide nel cervello come un solco incandescente.

Non so chi ha detto che gli occhi sono lo strumento dell'invidia; ed è vero: se un Dio sbadato vorrà un giorno salvarmi, temo che mi farò un bel paio di secoli sulla vera montagna salvifica, con due lame di piombo inchiodate sugli occhi.

Spesso mi si vede mentre abbasso la testa, e sembro non far caso a quello che mi sta intorno. E' perché non lo vedo: ho scollegato il nervo ottico dal suo organo, e gli sto suggerendo due cosette con cui potrebbe divertirsi. Ma per immaginare i mondi, devo essere cieco. Non posso inventare con la realtà davanti agli occhi. Devo averla vista e memorizzata, prima; e se tento di renderla quando l'ho davanti, non è un bel risultato.

E il lavoro vero, lo faccio con le orecchie.

[continua]

domenica 23 maggio 2010

Entropia

Tanto per dire due sciocchezze.

Il cristianesimo è nato con promesse stupefacenti di amore e carità e rispetto reciproco, quali fino ad allora non si erano mai viste. Oggi è ancora tutto questo, ma fondamentalmente è anche una Chiesa che in duemila anni ha fatto più male che bene, oltre a negare, in più punti e platealmente, le sue stesse basi ideologiche (ha ucciso, si è arricchita, ha mentito, ha represso).

Le confessioni riformate (calvinismo, protestantesimo, puritanesimo) sono nate con delle premesse straordinarie: nessuna Chiesa, il fedele si accosti alla Bibbia con il suo buon senso, nessuna ricchezza, nessuna ostentazione, morale ferrea e istruzione densa. Hanno contribuito a creare il capitalismo, che oggi soffoca il pianeta con le sue crisi a intervalli regolari, e il perbenismo borghese, l'inferno della rispettabilità, che ha fatto danni a non finire dalla Regina Vittoria fino a nemmeno trent'anni fa. Hanno creato l'America puritana, che è nata su basi talmente paradossali da trascinare il fedele verso il conflitto interiore e l'ipocrisia.

Il comunismo si è proposto di parificare la disparità sociale più terrificante di tutta la storia umana, potenzialmente la maggior fucina di follia e di alienazione dei nostri tempi, e in almeno una regione della Terra si è trasformato in una delle dittature più sanguinarie che siano mai state osservate.

Com'è che tutte le buone idee, i grandi ideali, le missioni ideologiche, che abbiamo costruito nei millenni per sollevare un tantino la testa dal fango in cui nuotiamo, per una sorta di misteriosa entropia sono giunte, almeno una volta nella storia, a negare se stesse nel modo più doloroso possibile, a essere etichettate come bastarde dalle generazioni successive, e a rischiare l'annientamento totale – quando la loro nascita non prometteva che bene?