sabato 27 novembre 2010

Busia Borders (13)

La prima lezione non è andata granché bene; nel senso: loro sembravano un po' perplesse e lente, e io ero nel panico, e pioveva a dirotto per cui non si sentiva un cazzo – i tetti del New Hope sono di METALLO, per cui quando piove, sembra un concerto di metal norvegese – ma in fondo, nessun problema grosso. Il giorno dopo abbiamo saltato lezione perché ha ripiovuto di brutto e loro sono tornate da scuola alle sei, che era un po' tardino, ed erano messe maluccio quanto a impegni. Io per parte mia ero disperato su come riuscire a far loro piacere il testo.

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giovedì 25 novembre 2010

Busia Borders (12)

Così mi è venuto di pensare; e dal 30 di agosto, lunedì, ho cominciato a fare le mie lezioni serali a sei ragazze tra i quindici e i diciassette. Ero speranzoso: Sofocle, anche con quella orrenda traduzione inglese, rimane Sofocle; la storia mantiene intatta la sua potenza arcaica; e se salto i cori e vengo subito agli episodi centrali, andrà benone. Confidavo che avrebbero guardato a questa tragedia – non conoscendo alcun genere letterario – con la stessa umile curiosità con cui guarderebbero un catalogo di bestemmie su San Gioachino, e se si fossero annoiati, almeno la loro noia non sarebbe stata dovuta al pregiudizio che qui da noi accompagna ogni libro scritto dopo gli anni Ottanta. Ero convinto che far leggere a loro il testo, spiegando poi le parole che non sapevano, le avrebbe coinvolte di più.

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domenica 21 novembre 2010

Busia Borders (11)

Nel Resource Centre c'è una bibliotechina, e li ho trovato, tra le altre cose, alcuni classici inglesi: Romeo e Giulietta, La perla di Steinbeck, Un nemico del popolo di Ibsen, una raccolta di opere teatrali della Penguin. Ho personalmente integrato questa collezione, già di suo non disprezzabile se pensiamo a dove sono e con che disponibilità, facendo un giretto per le librerie di Busia... che chiamarle librerie è far loro un complimento, sono buchi sudici che vendono librini casuali e impolverati dove il prezzo per il musungo di turno e' sempre il doppio di quello reale. All'inizio avevo pensato a testi come la Fattoria degli Animali, o l'Ispettore generale di Gogol'; ma poi ho dirottato sulla raccolta di opere teatrali, dove un titolo (il secondo dell'elenco) mi è all'improvviso balenato sotto gli occhi come una promessa di salvezza: l'Edipo tiranno. Questo è il testo che leggerò per i seniors che vorranno darmi retta. In fondo è la storia di un orfano. La Grecia micenea non è poi tanto diversa dall'Uganda oggi: bigottissimi, la famiglia e la tribu' vincono su tutto, tanta tanta sfiga e bimbi che pagano per le colpe dei genitori. E poi, che diamine, si suppone che io me ne intenda, di questa roba. Senza dire che è breve, non ha troppi personaggi, e posso cavarmela in una settimana, per non far troppo soffrire i miei alunni.

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mercoledì 17 novembre 2010

Busia Borders (10)

Augustine è il responsabile del microcredito. Va in giro per le campagne di Busia a spiegare a donne povere in che modo possono lavorare per guadagnarsi da vivere. Poi gli ammolla una banconota da dieci scellini, e via. Credo che il suo successo dipenda dal modo che ha di porsi; immaginatevi Fonzie, nero, a cinquant'anni, alto due metri e venti e calvo. E con un sorriso invincibile, che non cala nemmeno quando posa lo sguardo sul figlio minore, malaticcio e non molto allegro. Come a dire che passeremo anche questa. Io, se mi cadeva lo sguardo sulle macchie nelle gambe del piccolo Conaston, ridevo pochino; ma io sono un musungu.

E' stato Augustine, comunque, a ripetermi un proverbio che sull'Equatore va molto di moda: se vuoi nascondere qualcosa ad un africano, mettilo in un libro.

La loro cultura libresca, vessata dall'obbligo di spararsi tredici anni di scuola in inglese, umiliata dall'inesistenza di libri in ugandese, e costretta comunque ad una tempistica che sia rispettosa delle necessità materiali che ancora li premono molto più di quanto non premano noi, è quasi inesistente. L'unico libro che aprano senza averne una stretta necessità per un esame in corso, è la Bibbia, il che la dice lunga sulla vastità dei loro orizzonti.

Ken e Fred sembrano rendersene conto. Fred da grande voleva fare il biblista, e nella sua stentorea figura di pastore protestante, è ancora in grado di citarmi qualche parola greca. Sta di fatto che da un po' di anni meditano sull'endemica debolezza culturale del loro paese. Ken mi ha chiesto che ne pensavo di una creative writing class... che avrei anche tenuto volentieri, se non che:

1) Per la scrittura creativa non ammetto scuole di sorta
2) Vogliamo creare l'ennesimo inglese letterario-coloniale? L'Ugandese è la loro lingua vera, quella che usano quando parlano tra loro. Non amano l'inglese, non lo sanno usare, non se lo godono. E' in Ugandese che dovrebbero scoprire la scrittura.

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lunedì 15 novembre 2010

Busia Borders (9)

Dai dodici anni, dopo il settimo livello delle Primaries, i ragazzini, se dimostrano di sapere a memoria una serie di nozioni sull'inglese, passano alle Seniors, che durano sette anni. Lì, chiaramente, non potevamo intervenire. Mi sono visto a spiegare chimica davanti a una lavagna muta ed è stato abbastanza inquietante.

Cathy era ben contenta di insegnare ai bimbi delle elementari; oltre all'inglese, ne sapeva anche di matematica. Per quanto riguardava me, se la logica del volontariato è che metti sul piatto quello che hai... cosa potevo avere, io, a parte una forte dimestichezza con qualsiasi tipo di testo scritto nonché una buona dose di gaudiosi misteri linguistici?

Ma insegnare alle sole elementari non pareva sufficiente a Ken, il direttore dell'orfanotrofio (Becky, la figlia di Augustine, lo ha definito overlord. Non avrei saputo dir meglio); tanto più che le elementari cominciavano a dieci giorni dalla mia partenza. Nella settimana che precedeva le elementari, che si poteva fare? Mi è stato quindi chiesto di procedere ad un reading di una settimana, da tenersi a beneficio di alcuni dei seniors del NH, quando fossero tornati da scuola; cioè, dalle cinque e mezza fino alle sei e mezza, che è più o meno quando cenano e fanno il bagnetto ai più piccini.

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sabato 13 novembre 2010

Busia Borders (8) - Cathy, sweetie, how I miss you.


L'altra volontaria, Cathy, e' una bella ragazza del Maine, una sociologa di 22 anni, molto brava coi bambini e molto energica. Ho colto nel suo aspetto certe curiose somiglianze: capelli ricci – mezzi biondi, sorriso aperto, occhi che vanno a mezzaluna quando sorride;per completare il quadro ci vorrebbe il naso a becco, ma purtroppo non c'era; c'era invece un naso normale, elegante e mai invadente. Cathy è quel che si dice una ragazza di campagna; quattro fratelli, una famigliona adorabile di contadini, e una laurea in Sociologia. Ad Harvard. Quando si dice che la gente vuole farti sfigurare.

Ci sa fare coi bimbi per vocazione e anche un po' per professione; abituata a gestire di tutto e sempre piena di idee in testa. Adesso sta probabilmente dissodando dieci metri quadrati di terreno al NH per farci un giardino dove piantare certi frutti commestibili, per avere un'altra fonte di cibo. Ci sa fare molto anche con la zappa, come dirò. Mi ha dato suggerimenti preziosissimi per capire cos'è un bambino e di che cosa ha bisogno; e credo che, nel corso del nostro mese, siamo arrivati a parlare con una certa franchezza. All'atto di partire ci siamo inconsapevolmente scambiati una lettera di arrivederci-tu-che-vai e arrivederci-tu-che-resti; la mia deve esserle piaciuta, immagino; penso che custodirò la sua per sempre nel cuore.

Tra parentesi, un bel giorno le ho chiesto com'è il mio inglese. Lei non sta troppo a pensarci su. Uhm... sometimes I realize we use the same word with a different meaning, but... basically, very good.

E non dovrei sposarla?

giovedì 11 novembre 2010

Busia Borders (7)

In seguito potrebbe accadere di tutto: potrei andare alla Computer School, dove controllo le email, dò una mano a Busiesi nei guai con i computer, e fotocopio i testi per le lezioni; o potrei andare al New Hope a giocare coi bimbi o a rimettere in ordine la bibliotechina dell'orfanotrofio, o a chiacchierare coi ragazzi grandi, e le stesse cose fa Cathy. Pranzo a casa, poi le medesime cose fino alle 5:30, ora in cui i bimbi fanno il bagno e poi mangiano. Noi torniamo a casa, relax, cena, chiacchiere, e alle nove io dico buonanotte a tutti. Non e' andare a letto presto, per loro: mi seguono nel giro di una mezz'ora. Doccia fredda in un bagnuzzo minuscolo, denti, pigiama e nanna, con un buon libro e una torcetta. Naturalmente, in tempi di scuola, la mattina e il primo pomeriggio sono occupati da lezioni; il resto del tempo lo dedichiamo ai bambini.

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martedì 9 novembre 2010

Busia Borders (6)

Svegliarsi è qualcosa di molto strano, lì. Non mi sono mai svegliato, che io ricordi, al canto del gallo; ma qui tocca farlo, perché il distretto è una specie di gigantesco pollaio, ed è impossibile non sentirne gli abitanti gracchiare a tutte le ore del giorno. E davvero gracchiano quando vedono la luce; apro gli occhi, e vedo dalla finestra la campagna soffusa di questa luce azzurrina, come se il fresco della notte si fosse posato come un velo sulle cose, e stentasse ad abbandonarle.

Appena sveglio, mi vesto, vado in bagno, mi sciacquo la faccia, cerco di rendermi presentabile davanti allo specchio, per una manciata di secondi – e poi vado nella sala principale della casa e aspetto che la colazione sia pronta. Fanno tutto le donne; tu, come uomo e come ospite, sei dissuaso a sberleffi dal fare alcunchè. A poco a poco arriva gente, si sistema sui divani o sulle poltrone, chiacchiera e prende quello che vuole dal tavolo dove viene servito il cibo (che per colazione comprende pane, burro, marmellata, te' caldo).

Il concetto di riunirsi a un tavolo per mangiare non esiste: tutti mangiano seduti da qualche parte, senza coltello e senza tovagliolo, una mano a reggere il piatto e una la forchetta.

C'è anche il latte, a colazione. Sono stati abbastanza fuori di cranio da propormi il cacao nell'ACQUA, ma gli ho detto quelle seicento volte che VA CON IL LATTE, e dopo un po' l'han capita. Come tutte le cose africane, la colazione prende qualche ora, spezzettata com'è in chiacchiere, giochi a carte coi bimbi di casa, lettura o appunti. In tempi di scuola, semplicemente si salta la colazione e si va all'orfanotrofio per fare lezione ai ragazzi, con profonda sofferenza di zia Gladys, la cuoca, che ci tiene tanto che noi mangiamo i vagoni di roba che prepara.

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lunedì 8 novembre 2010

Busia Borders (5)

La mia giornata tipo è molto varia. Tendenzialmente mi sveglio tra le 6 e le 7 del mattino nella mia cameretta; quando non c'è Peter, sto solo, essendo io l'unico volontario maschio in circolazione. Una mattina, spinto dal senso del dovere, e ancora non avendo compreso concretamente i meccanismi dell'Africa, mi sono svegliato alle cinque per poter fare lezione alla sei, come da orario. Dirò poi com'è finita: c'è da ridere. In genere mi ritiro nella mia stanza dopo cena, alle otto e mezza, e alle nove e mezza – dopo una doccia breve e fredda, cui però non manco mai – sono sotto le coperte con un buon libro, naturalmente sovrastato dalla mia zanzariera, che guai se non ci fosse, e tanto insetticida (mi sono addormentato per un mese con un sapore di dolciastro in bocca). Non è un problema coricarsi presto; qui lo fanno tutti, e poi in genere arrivo a cena che sono uno straccio.

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domenica 7 novembre 2010

Busia Borders (4)

Sono stato lì per un mese, cioè a dirla tutta quattro settimane e quattro giorni; bisogna distinguere essenzialmente tra le prime due settimane, in cui non c'era scuola, e le ultime due più i quattro giorni; di queste due, la prima ha visto cominciare le Senior schools, il liceo – e in questa terza settimana ho dato lezioni a dei seniors fuori dall'orario scolastico; la seconda, che per me era la quarta, più gli ultimi quattro giorni, sono cominciate le Primaries: le elementari, e anche lì, per una decina di giorni, ho potuto fare lezione, stavolta all'interno dell'orario ufficiale. Nelle prime due settimane, quando non c'era scuola, mi sono rotolato nel prato con una ventina di bimbi. Non che dopo le cose siano andate diversamente; però avevamo, sia io che i bimbi, meno tempo di rotolarci.

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venerdì 5 novembre 2010

Busia Borders (3)

Infine, nel centro di Busia, a Majanji Road n. 37, sta la Computer School.

E' stata un'idea di Chris, il biondo nordamericano che e' stato qui pochi anni fa, quando ancora l'orfanotrofio era un nulla che lottava per sopravvivere.

E' capitato qui per caso; è rimasto folgorato, e si è dato al New Hope. Nel senso che è tornato in America, ha chiamato una frotta di sponsor, e ha organizzato, con quei soldi, la costruzione del recinto dei maiali, del pollaio, dei campi, della scuola e della Computer School. D'altronde Cathy è qui perché lo conosce, e dopo la mia partenza, sarebbero calati in Uganda quattro volontari dall'Arizona – in un paesino dove i musungu sono rarissimi, e gli italiani, credo nemmeno mai stati. Mi hanno raccontato che Chris è tipo il quarto studente più sveglio d'America; il suo viaggio in Africa era garantito, come i suoi studi, da una borsa di studio speciale dell'esercito. L'ho anche conosciuto – era di passaggio a Busia in quei giorni. E' un ragazzone biondo, con una voce stentorea, più della mia (sarebbe stato un buon baritono), alto due metri, dalla parlantina svelta ed energica, e con, a quanto pare, un unico difetto – vota repubblicano. D'altronde, per sua stessa ammissione, ha scelto di aiutare il New Hope perché ammirava lo spirito cristiano sviluppato dai ragazzi, che si aiutavano tra di loro.

La Computer School è a una quindicina di minuti di cammino dalla casa e dall'orfanotrofio, e serve da raccoglitore di fondi, nel senso che paghi la connessione e le fotocopie che devi fare e il ricavato va al NH. In più, per gli studenti o i Busiesi che sono interessati, c'è una scuola per computer con parecchi livelli.

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mercoledì 3 novembre 2010

Busia Borders (2)

Al New Hope ci sono orfani dai 3 anni ai 22 (quando stanno per andare all'università, a Kampala). Hanno una matron,una donna, che li segue e cura i più piccoli: non ho idea del suo vero nome, o non me lo ricordo; per noi è sempre stata Mama New Hope. Con le loro braccia coltivano un campo di mais e uno di patate a venti minuti di macchina dall'orfanotrofio; tirano su un pollaio e un recinto di maiali; hanno un "Resource Centre" che è nei fatti una bibliotechina, con giocattoli di ogni sorta - e prima che arrivassimo io e Cathy, l'altra volontaria, ridotta da fare schifo. Dormono in due ampi dormitori, uno per i ragazzi e uno per le ragazze, rigidamente separati. Il resto del terreno occupato dall'orfanotrofio comprende un vasto prato, un coso informe di mattoni che hanno il fegato di chiamare "aule", dove i bimbi dell'orfanotrofio, e altri bimbi che vengono da fuori, ricevono le lezioni da insegnanti i cui stipendi vengono, immagino, pagati dagli school fees degli studenti non-orfani. Della cucina e della pulizia si occupano più o meno tutti, ma le ragazze sono le privilegiate. Sono anche generalmente più curiose e meno timide rispetto ai ragazzi, che tendono a starsene sulle loro.
Nell'orfanotrofio non c'e' spazio per i volontari, anche se molti bambini ogni sera ci chiedevano/ordinavano: You sleep here. A pochi metri dalNew Hope c'e' una casa, non ho capito esattamente di proprietà di chi, sempre rifornita di cibo e con una decina di posti letto, dove mangiano e dormono tre famiglie: quella di Ken, il direttore dell'orfanotrofio (con moglie e due figli); quella diAugustine, il responsabile del microcredito (moglie, che non c'era quasi mai, e sette figli; ne ho visti concretamente quattro); quella di Fred, un pastore protestante e buon amico di Ken (moglie e due figlie); e in piu' amici, orfani e parenti a casaccio. Li' sto io, spesso in camera con Peter, il bambino mai cresciuto.

Mi viene in mente che per descrivere le aule ci vorrebbe un immagine.


...ecco qua. Tu prova a perdere un gessetto nell'aula P5. A titolo informativo, credo che la ragazza nell'angolo sia Hadija che dà due dritte a Gerald su come rispondere alle domande che avevo dato il giorno prima.

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lunedì 1 novembre 2010

Busia Borders (1)

Càpita, a volte, che uno dica per anni che farà una certa cosa. Lo dice e lo ridice duemila volte, un po' a chiunque. Gli amici cominciano a non farci più caso, e sarebbero pronti a scommettere che non è un suo vero desiderio, ma un po' di fumo che cerca di fuggire dalle rovine in fiamme dell'adolescenza, e salire al cielo. Lo dice tante di quelle volte, che ormai è quasi certo che non la farà, questa cosa.

E il giorno dopo averlo detto per la duemileunesima volta, eccolo sull'aereo.


Mi hanno sistemato al New Hope Orphanage, che sta a Busia, un villaggio – ma dirlo villaggio è duro. E' una strada con delle case intorno, alte non più di un piano, unte, calde e strette – ed è al confine tra Uganda e Kenya. Siamo comunque in Uganda, anche se a pochi metri dal border. Mi dicono che in Kenya è un altro mondo, ma non ho mai avuto modo di appurare. In particolare, m'informano che il Kenya è un pezzo di roccia, mentre qui è Bengodi. Quando sento sotto i miei piedi la terra rossa del Nilo, che si gonfia e crepita se ci metti una goccia d'acqua, e tutto il verde che ho intorno, capisco cosa intendono dire.


Busia è il villaggio che dà il nome al suo distretto, il Busia District, appunto, dove stanno qualcosa come 49.000 orfani a piede libero (non negli orfanotrofi). La regione è un distretto di contadini e commercianti, in alcune zone piuttosto benestante; ho visto gente in giacca e cravatta, una banca e un supermercato; ma appena ti inoltri un po' più in giù per la strada principale, trovi cose un po' più problematiche. Sul bordo della strada c'era un mucchio di spazzatura e oltre alle mucche, vi sedevano come su una sdraio a prendere il sole, delle persone. I ragazzini di strada corrono in giro; uno mi si avvicina, e un altro gli cammina addosso, travolgendolo. Per tutta risposta, l'altro fa per tirargli una pietra grande come una mano. Mi è stato impedito di vedere il seguito; ma mi hanno chiarito che probabilmente non sarebbe successo niente di che.

Per essere la prima settimana, ne ho viste, mi son detto.

[continua]