lunedì 30 maggio 2011

Busia Borders (28)

Mi avevano ventilato la possibilità di un caldo porco. Ma nemmeno tanto. Le giornate potevano anche arrivare ai trenta gradi, ma se uno si fermava sotto un albero, tirava un vento delicatissimo che gli impediva di soffrire. Certo, se quell'uno è scemo come me, che cammina con delle falcate che un allosauro di dieci metri troverebbe esagerate, e magari anche sotto il sole alle due del pomeriggio, soffrirà il caldo. Ma non sono tutti scemi, a questo mondo. Le notti erano invece freschine; a inizio settembre parte la stagione delle piogge – e ogni giorno, alle cinque precise, piove che Dio la manda.

In Uganda la pioggia esagera sempre; un paio di volte ho creduto che stesse per arrivare un tornado ed era un semplice acquazzone. Che, tra parentesi, ha fatto addormentare, col suo chioccolìo costante, il piccolo Matthew che tenevo fra le braccia. Temperatura media direi sui 20 gradi, 25, tiè. Credo che dipenda dal nostro essere in collina, o chissà da quale fenomeno metereologico che non capirò mai.

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venerdì 27 maggio 2011

Busia Borders (27)

E tuttavia, un progresso l'ho notato, specie negli ultimi giorni; e mi conforta sapere, che non rimarrà lettera morta. Dopo la mia partenza, Cathy ha preso in mano le mie classi con i testi che avevo prescelto, e siccome rimane fino a Natale, non dubito che saprà completare l'opera. Mi piace l'idea di contribuire in qualche modo, anche se piccolo, alla loro vita futura; credo che dargli due dritte su come leggere ci può aprire la mente e mostrare nuovi orizzonti (trad. piantàtela di leggere la Bibbia e di crederci come dei boccaloni – ma questo non gliel'ho detto), sia utile, anche se a lungo termine.

Sempre che loro, pur di avere un po' di finanziamenti, non facciano finta che anche un singolo giorno puo' apportare un cambiamento (così dicono). Suona sensato, se ci si pensa... l'orrendo occidentale ci finanzia? Ok, facciamolo giocare un po' con le time tables, facciamogli credere che è utile e ridiamogli dietro, così è contento e scuce i soldi e non fa danni.

Però, se ragionassimo sempre così, non costruiremmo niente. Alla fine, questa cosa si può dire di tutti quelli che ci circondano, non solo di loro... e allo stesso modo, sia di loro che di tutti quelli che ci circondano si può dire l'esatto contrario.

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giovedì 26 maggio 2011

Convalido l'iscrizione a Paperblog sotto lo pseudonimo di emilioneoteros.

mercoledì 25 maggio 2011

Busia Borders (26)

A correggere quelle domande mi sono venuti i capelli bianchi. Certe cose erano per me troppo basilari per poterle spiegare. Avrei avuto bisogno di conoscere il Samìa, la loro lingua. Perché il problema, come ho avuto modo di comprendere dopo poco tempo, era appunto l'inglese. Il loro sistema scolastico li allontana dalla lettura, oltre che da un qualsiasi metodo di apprendimento che non sia 'impariamo tutto a memoria', perché è unicamente basato sull'inglese, nel senso che non esiste un dizionario ugandese-inglese, ci sono pochissimi libri in ugandese, e la scuola è fatta solo in inglese, fin dall'inizio. Quando mai ti verrà voglia di leggere un libro in una lingua che non e' la tua e che ti hanno imposto – con tutto quello che hai da fare già di tuo per passare gli esami? Noi almeno la scuola la facciamo in italiano. Non sentiamo un'altra lingua come imposta da fuori. Il risultato di tutto questo era che i ragazzini, abituati a imparare a memoria e a non pensare, non collegavano l'inglese alla realtà. L'episodio della mucca, riportato in seguito, lo dimostra molto bene.

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martedì 24 maggio 2011

Busia Borders (25)

E naturalmente, alla fine della lezione, appioppare loro due domande facili facili sulla parte di testo letta oggi, ti garantirà il quarto d'ora più allegro della tua vita il giorno dopo. Non tutti rispondono alle domande; alcuni si dimenticano addirittura di trascriverle, o le trascrivono sbagliate, per la mia malaugurata abitudine, dura a morire, di scrivere in corsivo, che per loro è come l'arabo. Chi risponde alle domande, di solito individua nella domanda una parola-chiave, la cerca nel testo, e copia tutta la frase che contiene quella parola. La differenza concettuale che passa tra la domanda Are you tired? e Why are you tired? sembra andare al di là della loro esperienza quotidiana.

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domenica 22 maggio 2011

Busia Borders (24)

Le mie lezioni sono andate così così. A sbalzi. Il percorso standard era sempre quello: fare leggere frase dopo frase, una frase per ciascuno; fermarsi al punto; scrivere alla lavagna i termini che potevano non conoscere (e non si poteva dare niente per scontato); disegnare le parole evidentemente fuori dalla loro esperienza quotidiana (àncore, delfini, carri coperti, cavalli); parlare con calma, e ripetere tutto seicento volte – alla peggio, scriverlo. Ah, e ove possibile, dargli due dritte di grammatica.

Ma anche lì, capire cosa sanno e cosa non sanno, è affidato alla tua intuizione, perché la loro consueta difficoltà comunicativa in questa orrida lingua che per loro è l'inglese, impedisce che sappiano comunicarti francamente di cosa hanno bisogno. Per non parlare della loro timidezza. Indurli a scrivere tutto quello che scrivi alla lavagna è se non altro utile a far sì che i tuoi insegnamenti non si perdano nei loro occhi vacui (non perché siano vacui loro di testa, ma perché tra il loro inglese e il tuo, l'entropia della comunicazione è fortissima).

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venerdì 20 maggio 2011

Busia Borders (23)

Quanto ai loro metodi educativi, quando mi dimostreranno che bacchettare gli studenti con una canna da zucchero, deriderli se sbagliano, sbraitare a casaccio se si è nervosi, e raccontargli l'aneddoto di nonna Pina per spiegargli gli errori dei loro paper, sono pratiche educative efficienti, non tarderò ad adottarle. Il tipo che fa gli orari, cioè appunto la timetable, ha le idee confuse, dice una cosa e poi si rende conto che e' una cazzata e la ritratta (ma intanto tu ti sei svegliato alle cinque per andare a una lezione che non c'era). E ride. Mr. Abdallah era uno che rideva un sacco.
"Domani farete lezione alla tale ora."
"Ma non c'è nessuno alla tale ora."
"...oh. Eh, eh, eh."
"Mr. Abdallah, non c'è nessuno."
"Eh, eh, eh. Yes. Dobbiamo dire agli insegnanti di presentarsi, ora che ci penso. ma glielo dico, eh, Voi venite."
Noi veniamo, e non c'è anima viva. Basta la pioggia, o una mancanza di corrente, per far saltare le prime due ore, nel senso che gli insegnanti sicuramente non si faranno vivi in quel caso.

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martedì 17 maggio 2011

Busia Borders (22)

Negli ultimi quindici giorni, ho fatto lezione di inglese con reading, a quattro classi elementari: P4, P5, P6 e P7. Per ognuna di essi avevo scelto un testo da leggere insieme, che gli facesse venire voglia di leggere senza bacchettarli sulle dita, come fanno i loro insegnanti. Il sistema scolastico ugandese è un incrocio tra la Germania guglielmina e il Circo Togni. Gli insegnanti se la prendono molto comoda, non vengono agli orari previsti se è troppo presto, il primo giorno non si disturbano a venire perché non sanno nemmeno in che orari dovranno esserci (la timetable la fanno il primo giorno), e li vedi fumare fuori dalle classe come in attesa di qualcosa. Non si disturbano a sforare nel tuo orario anche di due ore, se devono correggere un paper di inglese - sono i temutissimi papers con i quali in Uganda gli studenti passano di livello; quando si parla di un paper, tutto il resto viene per secondo.

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sabato 14 maggio 2011

Busia Borders (21)

Un pomeriggio mi sono spaccato la schiena a far fare volavolavola a una decina di bimbi – li manda ai matti. Per non parlare di quanto adorano starti in braccio – mi è toccato, un giorno, portarne tre contemporaneamente, perché guai mai che capiscano il concetto diuno alla volta, se non quando è ovvio. Il bello della cosa è che se non ottengono attenzione perché sei lì a consolare uno che piange o stai facendo altro, o partecipano a quello che fai, o fanno altro. Insomma, si adattano in fretta alle frustrazioni – almeno, i più grandi. Se i più piccolini piangono, non la tirano mai troppo in lungo; spesso basta allontanarli e cullarli in braccio per un'oretta (e si addormentano). E lì vedi subito chi è il bambino più triste o problematico: quello che fa più bordello quando gli viene negata una cosa. Quello che tira le sleppe, insomma (come dimenticarsi il piccolo Kerry? Ed è bastata una passeggiata di mezz'ora, in braccio a me, per farlo sorridere un po').

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