giovedì 30 giugno 2011

Busia Borders (37)

Un giorno che mancava l'acqua ho beccato per strada Hope ed Abby (la piccolina, la figlia minore del pastore Fred, sette anni) che portavano alcuni barili pieni di acqua dalla cisterna fino a casa (un trecento metri). I miei tentativi di dar loro una mano prendendo qualche barile hanno generato risate a non finire e ringraziamenti. Un uomo non si occupa della casa, e non porta certo l'acqua – tantomeno un ospite. Il giorno dopo mi sono intestardito ad andare con Brenda (una ragazza del NH che viveva in casa con noi) e Olivia (la figlia di un cugino di Ken nonché amicissima di Becky) a prendere altri barili direttamente alla cisterna, e me lo hanno permesso; ma non mi hanno permesso di lavare i miei vestiti, e quando gli ho spiegato che a casa mia di solito cucino, se ho degli ospiti, hanno trovato la cosa molto divertente.

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sabato 25 giugno 2011

Busia Borders (36)

Uncle Giulio, you are crazy! mi dicono, quando infilo qualche stupidaggine da musungu in un inglese imparato leggendo Jane Austen.

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giovedì 23 giugno 2011

Busia Borders (35)

Sono rimasto impressionato quando una bambina mi si è avvicinata e si è inginocchiata nel toccarmi la mano; mi sono inginocchiato a mia volta, e Becky, la ragazza che mi accompagnava (la primogenita di Augustine), mi ha fatto alzare, spiegandomi che solo le ragazze si inginocchiano, quando pensano che chi hanno davanti sia un personaggio da rispettare. I maschietti, invece, non sono tenuti ad inchinarsi. Quella stessa sera mi sono reso conto del perché Sharon ed Abby offrano la spremuta a Fred, il loro babbo, inginocchiandosi. Io pensavo che lo facessero perché fosse più comodo – e stavo quasi per complimentarmi per la buona educazione posturale: inginocchiarsi e rialzarsi tenendo la schiena sempre dritta è un consiglio che i fisiatri ripetono da decenni.

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martedì 21 giugno 2011

Busia Borders (34)

La gente del circondario mi apostrofa come musungu, e i bambini si eccitano come caimani quando passo, urlando musungo! hau ar iu'? Quando gli rispondo in ugandese (blungi), ridono come scimmie. Specialmente i più piccolini sono divertitissimi dal mio passaggio per le strade di campagna. Alcuni mi corrono incontro per stringermi la mano – toccare il musungu porta fortuna, o quantomeno soldi. D'altronde è risaputo che noialtri musungu siamo tutti dei milionari annoiati e afflitti dai sensi di colpa. Mi è stato spiegato che musungu non vuol dire bianco nel senso di 'colore', ma indica un tizio che va in giro e fa domande e ficcanasa ovunque. Cioè, quello che hanno fatto i bianchi dalla loro prima apparizione all'Equatore – missionari compresi.

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sabato 18 giugno 2011

Busia Borders (33)

Ho avuto qualche dissidio con i ragazzi dell'orfanotrofio quando gli ho detto che non credevo in Dio; ci sono rimasti male e hanno detto che pregheranno per me. In compenso ho resistito a una discussione sulla Bibbia in cui gli ho con molta calma esposto le mie convinzioni sull'evoluzione, sul passaggio dall'inorganico all'organico e sul valore simbolico e antropologico della Bibbia. Qui credono davvero che se sei malato e preghi, Dio ti salva: e prendono la Bibbia come un documento storico, per cui Adamo ed Eva sono veramente esistiti. Il NH è un'organizzazione cristiana, per cui non c'è nulla di che stupirsi; ma a volte temo francamente che sperare con tanta tenacia che, per quanto soffri quaggiù, verrai comunque ricompensato lassù, sia un modo per evitare di sbattersi sul serio quaggiù perché la tua vita migliori. La cruzade, di cui dirò, è stato l'esempio più infelice di questo modo di pensare.

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martedì 7 giugno 2011

Busia Borders (32)

Quanto agli insetti – altro punto che mi preoccupava moltissimo – era in fondo 'na roba normale. Eccetto un ragno enorme, un orrendo scarafaggio grande come una piccola rana, un'orrenda cavalletta verde lunga come una tavoletta di cioccolato, e tante, tante formiche. La zanzara tigre, da che mondo è mondo, risede in zona. La malaria è in effetti la prima causa di morte in Uganda; l'AIDS è sceso all'ottavo posto – al sesto ci sono gli incidenti stradali. Dormono tutti con la zanzariera, e ogni sera io spruzzo la mia con insetticida. E prendo delle medicine ogni giorno. Non escono mai quando fa buio, loro, e giustamente, perché dopo il tramonto la zanzara tigre diventa piu' aggressiva; in particolare, noi musungo, noi bianchi, non è consigliabile che usciamo quando fa buio, perché qualcuno potrebbe approfittarne. D'altronde lì il buio è il buio: di illuminazione stradale non se ne parla nemmeno. E vabbé che siamo in campagna. Però non è proprio il buio di Ozzano Emilia, ecco.

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domenica 5 giugno 2011

Busia Borders (31)

Era diventata per me un'abitudine girare con la mia bottiglia di minerale. E grazie: l'acqua da bere non la devi bere, senno' dissenteria. Non ti ci puoi nemmeno sciacquare la bocca. Tutta l'acqua usata in casa per fare il cibo o la spremuta e' ovviamente bollita prima, per riguardo a noi – per non ammazzarci, insomma.

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venerdì 3 giugno 2011

Busia Borders (30)

Veniamo al cibo. Loro mangiano con le mani: in casa ci sono le forchette, è vero, ma capisci che le forchette sono lì per noi volontari, quando fai caso al fatto che non mangiano ad un tavolo, ma prendono il cibo nel piatto, si siedono in poltrona e lì lo consumano. Quando però tu, tenero volontario che non oserebbe mai fare un appunto ai modi di vita del prossimo tuo, sei costretto a mangiare un osso di pollo solo con una forchetta, senti la disperata mancanza del coltello: una forchetta ha senso solo se c'è un coltello, cosa che non esiste se non per spalmare il burro la mattina. Da questo particolare capisci che le forchette sono delle aggiunte per noi, che loro capiscono a malapena.

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mercoledì 1 giugno 2011

Busia Borders (29)

Ero a casa. In molti sensi. Ma il più evidente era che questa gente ha un concetto del contatto fisico che è praticamente identico al mio. Si abbracciano, si stringono la mano, te la prendono e te la stringono quando camminate per strada, ti saltano addosso e tu salti addosso a loro, gli tiri il naso, gli fai il solletico – che li manda regolarmente ai matti – e poi vorrebbero, specie i più piccini, starti in braccio tutto il giorno. Ogni sera spiavo, seduto sulla mia poltrona, l'arrivo di Hope, una robusta cinna di tredici anni dai non chiarissimi rapporti di parentela, come avrò a dire. Lei compariva sulla porta di casa, mi guardava, socchiudeva gli occhi con aria furbetta. Io scattavo. Lei correva. Io l'afferravo, la sollevavo, la buttavo sul divano (gentilmente), e dài con il solletico. Lei ride come una scema e contemporaneamente fa le sue lamentazioni di rito (Aaaaah! Uncle Giulio, you're disturbing me! I'm going to cry! Maaammaaaaa) seguite dalle mie risposte (You deserve it!! You are STUBBORN! STUBBORN!! HOPU!). Hope era anche mia allieva (va in P4): era l'occasione per ricordarle che doveva fare i compiti per il giorno dopo. Due giorni dopo il mio arrivo, la gente si riferiva già a lei come alla mia little sister. E in effetti mi rendo conto di avere sviluppato nei suoi confronti un attaccamento molto più fraterno e protettivo del mio solito. Sta di fatto che al mio ritorno, la prima sera, la casa mi è sembrata molto vuota senza lei che tentava di evitare i miei catturoni.

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