sabato 31 gennaio 2009

Confitebor tibi Domine

"L'architrave del mio pensiero è un conservatorismo garantista".

Questa l'ho detta a sedici anni. Ma è bene confessare tutte le colpe, anche le più infamanti.

Lexis arcaica.

Mi stavo rileggendo. In particolare, l'inizio del Don Farnace. Oh, avevo tredici anni, ma quante cose sono rimaste simili, o vengono riconosciute invece per la totalità del loro cambiamento.


"Il sole era allo zenit in quella scarsa pianura desertica.

Imponenti massicci montuosi, aridi e spogli quanto puntuti, isolati nel bel mezzo di uno scenario veramente deprimente, si stiravano quasi a toccare il cielo azzurro, in un desiderio inappagato di altezza. 

Rocce e sassi, sabbie e polveri giacevano da innumerevoli millenni al suolo, battuti da uno dei soli più cocenti della Galassia; un sole la cui corona emetteva fiammate alle quali corrispondevano sbalzi di temperatura a volte insopportabili. L'astro, una supergigante luminosa rossa come poche se ne vedono oggigiorno, si prendeva crudelmente gioco di quel complesso roccioso che non aveva i mezzi per competere con lui."


Notate solo quanto esagero sempre tutto. Non un deserto, ma una scarsa pianura desertica. Non rocce, ma disperate masse di roccia il cui desiderio di crescere le ha portate ad altezze vertiginose ma le ha frustrate per sempre, perché il cielo non si raggiunge mai. Cielo che, tra parentesi, è azzurro: come dire che un nome senza aggettivo è scandaloso, un nome deve avere a lato il sidecar dell'aggettivo, anche a costo di banalizzare l'intera coppia: e siccome ero epico e trasfigurato, erano pochissimi gli aggettivi che andavano bene con i nomi, e tutti orrendamente generici (tipo 'terso', 'bianco', 'gelido', 'piatto'). Notate come non riesco a far passare l'idea di 'deprimente' senza dirlo esplicitamente: grave errore del principiante. Il sole è il più cocente dell'universo, le sue fiammate e il calore sono insopportabili: sempre l'estremo, sempre il massimo, l'incredibile. Le rocce sono accompagnate da sassi, le sabbie da polveri: un nome non è mai solo, è sempre inscritto in un sistema di nomi connessi per parallelismo o chiasmo, e polisindeto rigorosissimo. All'epoca, come anche ora, curavo la punteggiatura in modo maniacale: la grande, ariosa frase razionaleggiante di descrizione cominciava, faceva una pausa con un punto e virgola, ricominciava puntualizzando o passando oltre, pausava di nuovo con due punti, e finiva con il punto fermo. Altra cosa curiosa: punto e virgola e due punti potevano equivalersi nella funzione, cioè essere puri allotropi, significare entrambi una sospensione non netta. Che razza di strane intuizioni grammaticali dovevo avere.

venerdì 30 gennaio 2009

Incontri

La siccità di quell'anno fu terrificante. E le piogge tardarono troppo. Eravamo abituati a lievi oscillazioni, non a un ritardo così catastrofico. Cominciai a non riconoscere più casa mia.


Ma non potevo spostarmi. La mia stazza me lo impedisce; peserò un'ottantina di chili, per due metri di lunghezza dal naso alla coda; certo le gambe mi reggerebbero, ma non per una traversata continentale, perché di questo in fondo si tratterebbe, se dovessi muovermi. Ci metterei degli anni. Sono fatto per il sottobosco, io, non per le migliaia di chilometri di deserto. Per quelle ci vogliono maggiori dimensioni, quattro zampe e un passo regolare; io, più che camminare, saltello sui miei avampiedi, che per carità, ci si corre benissimo, ma più di tanta autonomia senza cibo non ce l'ho. Così sono rimasto a guardare mentre la mia valle si svuotava, e i migratori gridavano all'imbocco delle rocce per richiamarsi a vicenda. Una mattina mi svegliai ed ero solo.

Una settimana dopo, arrivarono le piogge. Anche loro, al solito, senza misura. Non so come ho fatto a non annegare... credo di aver avuto il buon senso di arrampicarmi su un albero, e mi sono pure spezzato un artiglio, che è ricresciuto senza infettarsi, per grazia della madonna e della buona stagione. La mia valle ebbe un sussulto e riprese a vivere; la mia fame, anche.


Mesi e mesi di metabolismo rallentato mi avevano ridotto al lumicino. Non so come feci ad uccidere di nuovo; sopravvissi. Non avevo più intorno a me che animali più corti di mezzo metro, e di quelli dovetti vivere; di quelli, e di silenzio. La mattina prima di cominciare a scorrazzare, e la sera, esausto e col petto che mi esplodeva a ogni respiro, scendevo a bere nel lago. Non sarebbe stato male dormire sulle sue rive; la frescura delle sue piante tempera il calore assassino dell'alba; ma da che sono nato, dormo sempre in collina, dove ci sono meno predatori, e non posso smettere di farlo. Anche se non vedo un predatore da mesi.



Quando la fame taceva, correvo da un lato all'altro della mia valle, una macchia verde e gonfia di acqua. E raggiunto l'altro lato, tornavo a riguadagnare il punto di partenza. E poi di nuovo. Vi ho pur detto che a correre son bravo; è vero: non tanto per inseguire le mie prede, che in genere sono più lente di me; quanto piuttosto per dare la polvere al mostro con la bocca lunga tre quarti di me che ogni tanto tenta di saltarmi addosso da un buco nel fogliame. Un colpo di quei denti e mi spezzerebbe la colonna vertebrale. Anche se tra i miei simili mi vanto di essere abbastanza grande, questa cosa è molto relativa. Ma in questi verdi mesi silenziosi nessuna mascella ha strappato il fitto dei rami. E il mio nido sul picco della collina, al centro di un cerchio di tronchi, non ha sofferto troppo per le alluvioni. Spesso gironzolo intorno alla cascata vicina, per vedere se qualche pesce è a portata. Sto imparando a pescare. Non è così difficile, basta usare le mani. Gli artigli fanno il resto.


Più passava il tempo, meno mi soccorrevano le consapevolezze antiche. La macchina del mio corpo non funzionava più: avevo nausea e debolezza la mattina, e faticavo ad alzarmi in piedi. Nella corsa, la coda non si irrigidiva più così bene, come deve fare, per farmi da contrappeso. Un giorno scivolai su un sasso vicino al fiume e per lo spavento avrei dovuto ruggire, ma dalle mie fauci non è uscito niente. Cioè, qualcosa è uscito, una specie di colpo di tosse. Si, lo so che ruggire ha senso quando sei dieci o dodici volte più grande di me, ma i miei versi avevano sempre avuto un che di rispettabile, almeno per le creature del sottobosco.

E poi la solitudine. Sono solo da quando sono nato, è assurdo che io mi sentissi privato di qualcosa. All'inizio pensai che fosse semplicemente fame - in fondo la valle si era svuotata - poi fu chiaro che era noia. E correvo e correvo, e non bastava più, e non ero più semplicemente indifferente. E l'azzurro della mia testa e il verde di ghiaccio del mio corpo si confondevano e si separavano mentre mi specchiavo nelle eterne albe del lago. Vedevo due piccoli occhi annegati nell'ambra rossiccia, ed una pupilla nera, sottile come un dente. Un giorno compresi che quella faccia era la mia, e presi a correre nella direzione opposta. Mi tuffai giù per il ripido pendìo di una collina, dove non c'era un metro di terreno piano, solo arbusti, rami, pietre, tronchi. Ma io so correre bene, non peso nulla, e il terreno mi scorre sotto come rallentato. Gamba - piede - coda, gamba - piede - coda, un passo, un altro, un altro ancora, salto sopra un roveto, atterro sul morbido - e lo sapevo - e ricomincio, e prendo velocità. Sto inseguendo qualcuno, e me ne accorgo solo adesso. L'istinto è tornato? Una piccola goffa creatura rotola giù per la collina tentando di sfuggirmi. E io so benissimo cos'è. La conosco. Io sono il terrore di quelle come lei. Arrivati sul piano, la creaturina ebbe un istante di indecisione su dove fuggire, e io con tutto me stesso saltai, e la coda fu rigida come doveva nel salto, e le mie mani si protesero, e la mandibola con uno schiocco si spalancò, e io dovevo uccidere ancora. E mi vidi a nutrirmi di lei.

Mi vidi; ma l'istinto non è così affidabile come speravo. Stavo per avventarmi, e la creaturina non si muove, no, sono io che di colpo mi fermo.

Ho sbattuto contro qualcosa. Qualcosa di morbido. Gli occhi si serrano, agito a vuoto gli artigli, sento la creaturina che scappa. Dio, nella mia furia scannerei qui anche il mostro della grande bocca. Chi mi ha tolto il pane dalle mascelle? Chi si è permesso di impedirmi di tornare alla mia vita? Chi? E' qualcosa di filiforme a bloccarmi. Qualcosa di riccio, che vaga ondivago attorno a me - mi annoda gambe e braccia - con delicatezza stringe il mio collo, e sfrega sui miei fianchi con la sicurezza della gabbia.

Riaprendo gli occhi, non c'è intorno che foresta.


Ma là in alto, sulla vetta di un ramo, qualcuno sta sussurrando. Ah, si. Lo sento benissimo. Se solo capissi cosa sta dicendo. Il fatto è che non sono abituato a guardare sopra di me. Il mio sguardo è fisso al suolo, a scovare tane di cinodonti, tracce di arcosauri minori, di stagonolepidi, di desmatosuchi; osservo con timida ferocia l'intrico delle fronde per trovare due occhi enormi di rauisuchide che mi fissano, o la sagoma di un dicinodonte, o di un piccolo rincosauro che ficca la testa tra le radici delle felci e banchetta con chiasso. E' da terra che viene la mia esistenza. Ad essere onesti, per costringermi a guardare in su ci vorrebbe una fame mostruosa e una libellula distratta che planasse intorno a me. Così, ci metto un po' a incrociare il collo fusiforme e a protendere la bocca verso l'alto. Sulle prime, dove sentivo sussurrare, vedo un ramo e la Luna.


Solamente la Luna. Un disco nebbioso e remoto. Era lei che mandava quel piccolo soffio? Si e no. Guardandola bene, tra lei e il ramo dell'albero, una sagoma appariva e spariva e rifioriva e appassiva e illiquidiva e fumava, concreta, di nuovo. Era, la sua forma, non tonda, ma dolce. Il profumo dei capelli ricci ritornò, e capii. Li vedevo oscillare al poco vento. Mi avevano fermato loro. Mi aveva fermato lei. Ebbi vergogna, ed un profondo scoramento. Sedeva, serena. Aveva due gambe, come me; due braccia, come me; una testa, due mani, due piedi, nessuna coda. La pelle calda e scura, ed io ero caldo, ma meno di lei; colorato, ma con più freddezza. Correva come me, meno veloce, forse, meno allenata al salto, ma in lei nulla era proteso ad uccidere. Si, balzò giù dal ramo e si mise a correre nella foresta ridendo. Rideva come una pazza. Io non so cosa voglia dire ridere, non credo di avere neppure i muscoli adatti; la mia bocca è fatta per intrappolare le risate degli altri. Cerco di spaventarla, soffiando, spalancando le mascelle, mostrando i denti. Lei ride. Non posso guardarla in faccia. Che magra figura, i suoi occhi sui miei. Cosa le dice la mia pupilla - fessura, l'ambra rossiccia che sparisce a intervalli dietro la mia palpebra azzurra, le striature nere della mia testa? Un colpo di quegli occhi tondi, larghi, incandescenti, mi procura uno strazio tale da farmi abbassare la testa.

Non ruggisce, quando apre la bocca. Emette suoni fin troppo limitati e netti. Credo mi stia chiedendo se sono fatto di acqua anch'io, come lei; se anch'io osservo le bolle che si innalzano sullo stagno bollente, e mi ci vedo dentro, se questa valle è la mia bolla, come per lei il suo mondo. Io non capisco, e se capisco, non so cosa rispondere. I miei occhi evidentemente le parlano - le chiedono chi sono. Ma neppure lei risponde. Hap Collins; credo si chiami così. Io che dieci giorni fa non sapevo neppure cosa fosse un nome. E continuerò a non averne uno.

"Vieni con me." dice. Il cielo si spacca in due. Vedo cose ad una distanza che non concepirò mai; quasi si apre in due la mia testa dal dolore e dal panico. Lei mi è vicina e lontana; la sua mano paffuta, dalle piccole dita innocue, dalla pelle scura, dalle piccole unghie, afferra le mie quattro verdi azzurre dita artigliate, accarezza il suo dito la mia unghia assassina, dalla base alla punta, sporca forse ancora di sangue e di terra - l'altra piccola tenera mano graffia senza odio lo spazio senza guancia tra il mio occhio e la mandibola, e io chiudo entrambi gli occhi, e la spaccatura si apre ancora di più. Così, devo andar via anch'io.


E in quella luce terrificante, quando riaprii gli occhi, scorsi, a pesarmi sul torace, l'ombra immane di una città, di una piana arsa dal sole, di due fiumi. Lì, lì fui portato, mano nella mano con Hap Collins. E lì tutto ricominciò.

giovedì 29 gennaio 2009

Il gatto e la volpe

Stamattina, mentre andavo per via Ugo Bassi, diretto verso Bongiovanni con in testa due CD da comprare e poca voglia di dedicarmi alle dorsali indoeuropee, mi sono visto bloccare da una ragazza. Lei e alcune sue compagne se ne stavano all'imbocco del porticato, tipo i bravi ad aspettare un Don Abbondio dopo l'altro. Mi fa: "Scusa, un'informazione. Ti piace leggere?" ...Conosco questa frase, porco demonio. Sono quelli di MondoLibri che cercano di appiopparti un abbonamento a un anno di libri inviati per posta, uno più ciofeca dell'altro. Lo so perché ci sono già cascato: se ti abboni devi fare almeno dieci ordinazioni prima di revocare la cosa. E chiaramente mi si è letto in faccia la vergogna e l'imbarazzo. Così le ho impedito quasi con panico di avvicinarsi mettendo una mano avanti, e ho detto: "Si, ma scusa: ho un po' di fretta." E sono andato via. Dietro di me, le altre ragazze che stavano all'agguato, han preso a cantare: "Quanta fretta, ma dooove corri, doooo - veeee - vaaaai."

...non rincarate la dose, lo so di essere Pinocchio. Ma son già ritornato bambino, per cui importunate qualcun altro.

mercoledì 28 gennaio 2009

Lingue inutili

Mentre studiavo la differenza tra lingue flessive, agglutinanti e isolanti, e sbavavo sul mio libro di Linguistica Storica come di consueto (con i libri con cui studio, e non solo, ho un rapporto molto intenso), mi è balenata in testa una riconsiderazione sul mio rapporto con le lingue. A me piacciono le lingue, o sono un'ameba capace di arrabbiarsi con un eschimese perché non parla un buon italiano?

Perché si, è vero che sono felicissimo di sprofondarmi in greco e latino; è vero che ho guardato con avidità il sanscrito, l'etiopico e il tagico, mi sono tuffato nell'accadico, e ultimamente mi hanno incuriosito il frigio, l'ittita, il birmano e il somalo; ma il francese, il tedesco, l'arabo, il cinese e lo spagnolo? Che fine hanno fatto le lingue vere - vive - utili?

Probabilmente hanno fatto la fine di tutti quei suggerimenti finalizzati che ricevo, e non solo io, dal mondo esterno. Ormai ci riempiamo tutti la bocca con questa cosa che le lingue sono una ricchezza, e che bisogna impararle per forza buttandosi trent'anni in un paese straniero, e che in tempi come questi bisogna sapere almeno sei lingue, e non è che studio cinese perché mi piaccia, ma sai, nel mondo di oggi, e bla bla bla. Una mia limitata conoscente non ha temuto di affermare, dall'alto della sua esperienza del mondo (che mi sbatte sempre in faccia), che entro tre generazioni l'italiano verrà sostituito dal cinese.

Ok: più mi ricordate che certe lingue sono un dovere, più io mi determino in direzione opposta e mi tuffo - che ne so - nel ramo occidentale di una defunta lingua semitica, per pura libidine di apprendimento. Datemi lingue, strane, esotiche, non molto parlate, magari defunte, magari modificate nei secoli, magari solo scritte: allora risveglierete il mio interesse. Perché si, una lingua apre la mente, ma tutte le lingue potrebbero potenzialmente aprirla, e non è che solo perché Racine non era somalo, il somalo passa in serie B.

A conti fatti, so due lingue vive e tre morte. Le prossime lingue che eventualmente io volessi imparare avrebbero eguale probabilità di essere morte o vive: il criterio sarebbe la mia curiosità. Ma non è un problema, per me. Lo diventa quando le minacce dell'esterno cominciano a disturbare il mio futuro, e non solo il mio - e non sono solo le lingue che non so, a disturbarmi: fondamentalmente lo stipendio che non avrò, il rispetto che non meriterò, il lavoro che non mi daranno. E non siate scorretti ricordandomi che i soldi, per me, rischiano di essere un bisogno relativo; sappiamo tutti che non è bello campare con i soldi degli altri, anche se sono i tuoi genitori; non avrei vero rispetto di me stesso, se non lavorassi.

domenica 25 gennaio 2009

Purificazione

Ho lasciato per un paio di giorni la mia casa in campagna, per un rito di purificazione. C'illudiamo che la nostra vita ce la faccia passare liscia. Invece vedo ancora, tra i sogni ed i lampi notturni, la mia città di quand'ero diverso, sulla pianura abbacinata, tra i due fiumi. E le sue fondamenta mi pesano sul torace. No, no, non posso. Devo andare.


Così, ho chiuso casa, ho avvertito le mie figlie, sono andato in stazione. Per strada ogni tanto si vedono i ragazzini che spingono per giocare le carcasse delle automobili, a secco da decenni. I biglietti per il treno li ho pagati la metà dichiarando le mie condizioni di salute: ho portato la peste dentro me stesso, è una macchia sulla mia pelle - e devo strapparmela via. Le mie figlie hanno insistito per accompagnarmi: al massimo, quando saremo arrivati al santuario, se ne andranno in giro per la foresta a curiosare.

Il treno corre in silenzio per le colline, ed è quasi vuoto. Le mie figlie se ne stanno zitte nei sedili davanti a me, e fissano preoccupate la macchia nera che si allarga per le mie vene che da tempo non sembravano più vene. La stanchezza peggiora; la mia antica città svetta lassù, nel cielo, e le sue fondamenta mi schiacciano gli occhi, e i due fiumi scaricano su di me, non nel mare, la loro voragine di sangue, e quel soldato che affogai nel canneto. I miei occhi si fanno due fessure. Sulla collina più alta sta il santuario dove verrò purificato.


Le mie figlie scendono dal treno, evitano la pensilina, si disperdono nella foresta, ognuna in una sua direzione, ma so che finiranno per reincontrarsi. Non le ho allevate per stare da sole, anche se fanno finta di esserlo, a volte. Un sentiero le accoglierà a metà strada, e parleranno. Non mi riguarda, devo salire. Il sacerdote, dalla vetta del colle, mi ha visto e mi chiama; sulla cima, dove arrivo facendomi largo nel sottobosco, non c'è che una piccola ara, una catasta di legno, e in mezzo un blocco di marmo rettangolare. Il sacerdote brucia sull'ara pizzichi di uno strano composto, per ravvivare il fuoco; e mi invita a sdraiarmi sul blocco di marmo. Il cielo si è coperto all'improvviso. Uomo non lento a vedere, non si scompone, questo sacerdote, nel vedere un vecchio dinosauro malato, con la vela dorsale annerita dalla macchia che mi sta straziando le vene, e mi acceca ogni secondo che passa. Pare comprendere. Mi fa accomodare. Tocca la macchia, ne calcola l'intensità, e poi appicca il fuoco alla catasta di legno.

Per i successivi minuti, brucio vivo. Il fuoco comincia a scartavetrarmi la pelle, gonfia e incenerisce le vene, attacca il nero che c'è in esse. La macchia reagisce - si espande - tenta di spezzarmi in due - non ci riesce; si tramuta in liquido nero, svapora via dalla mia pelle. La mia vela dorsale si dispiega ai venti, quando per il dolore terrificante della fiamma mi capovolgo e inarco il dorso, ed agito gli artigli consumati, e non spaventarti, sacerdote che mi purifichi, io ho sgozzato, quando ero laggiù tra i due fiumi, e nessuno sa chi sono, lo sappiamo tu e io, ma io sono un povero dinosauro che non sa di essere estinto, o spera che nessuno se ne accorga.

Il fuoco si spegne da solo, morendo piano; non c'è più nero in me. Scendo dal blocco di marmo arroventato e intorno a me la giornata poco nuvolosa di luglio pare gelida. Il sacerdote fa un cenno di saluto e io ridiscendo la collina, mi tuffo nella foresta, prendo per mano le mie figlie, usciamo dal cerchio di tronchi e aspettiamo il treno.

E quando le porte del vagone si aprono, Renoppia mi prende il braccio, e Calloandra l'altro, e aiutano il mio declino a salire verso i nostri sedili. Mentre il treno corre, loro si preoccupano, e io sorrido, perché sono stato purificato, anche stavolta.

giovedì 22 gennaio 2009

Elegia del silenzio

[da qualche parte, a sette miliardi di chilometri dal Sole. Silenzio, com'è naturale.]

PLUTONE  ...Non lo vedo più.
CARONTE  Cosa?
PLUTONE  Dico che non lo vedo più.
CARONTE  Si, ma che cosa?
PLUTONE  Il Sole. Non lo distinguo più dalle altre stelle.


CARONTE  Sarà che siamo all'afelio. Tu aspetta un altro secolo e vedrai che torna visibile.
PLUTONE  (ansioso) Tu non riesci proprio a vederlo?
CARONTE  No, come faccio? In questo momento per me è in eclisse, ci sei tu davanti.
PLUTONE  Ah. Bè, scusa.
CARONTE  (seccamente) Scusa di che? Come se potessi muoverti per i fatti tuoi. Si può sapere che ti prende?
PLUTONE  ...Ma... niente di diverso dal solito.
CARONTE Io non direi. Hai detto più parole in questi ultimi venti secondi che nelle scorse duecento orbite. E il tuo tono lamentoso mi è nuovo.
PLUTONE (pensoso) E' un po' che l'atmosfera mi dà fastidio. Vedi il biancore sul mio fianco? Probabilmente una tempesta.


CARONTE  Quella non è una tempesta. E' ammoniaca che fluttua qui e lì.

(oscillazioni orbitali. Una grande sfera blu compare sull'eclittica)

Che sono questi scossoni?
PLUTONE  Nettuno che si avvicina. Per i prossimi decenni il pianeta esterno sarà lui.
CARONTE (ringhiando) Maledetta orbita eccentrica. Dovresti dirgli qualcosa.
PLUTONE (sognante) No. Perché? Pensaci. Magari una di queste volte l'attrazione gravitazionale ci traina verso di lui.
CARONTE (allarmatissimo) No, dico, scherziamo?!
PLUTONE  Che c'è di male? Saremmo più vicini al Sole!
CARONTE (seccato) Te ne regalo mille, di soli. Con te proprio non si ragiona. Vuoi barattare la calma ed il silenzio, il nostro essere unici ed autosufficienti, col diventare uno dei venti satelliti di quella specie di sferoide blu? Hai idea di come se la passano Larissa, Alimede e Tritone?
PLUTONE  Non stanno bene?
CARONTE  Stanno com'è presumibile stare quando giri intorno a una bestia di quella stazza. Sono palle di ghiaccio amorfe. Non dico altro.
PLUTONE  ...E noi cosa siamo?
CARONTE (puntualizza) Palle di ghiaccio tonde. Ben levigate, senza strappi o cascatoni. Inoltre tu hai un po' di roccia. Te l'ho vista benissimo. Col fatto che ti giro intorno, capita spesso che ti fissi la superficie.



PLUTONE (incespica) Ma tu, non hai mai... voglio dire, tutto questo non ti sembra... Caronte, insomma, tu non...?
CARONTE  Non ti sto capendo.
PLUTONE  Non riesco a pensare.
CARONTE  Non ti è richiesto.
PLUTONE  No, è che qui... fa troppo freddo.
CARONTE  Da quando in qua tu senti una cosa come il freddo?
PLUTONE  Caronte, tu... non ti senti... non lo so... schiacciato?
CARONTE (spallucce) Può darsi che io lo sia; ma non è che me ne accorga più di tanto. E' vero, ci sono tante cose molto grandi che mi circondano. Ma del Sole, di Nettuno, della nube che sta oltre noi, m'interessa poco - in fondo sono così lontani. Il mio orizzonte sei tu.
PLUTONE  E basta?
CARONTE  C'è altro?
PLUTONE  E tutto il resto?
CARONTE  Io ho te: non ho bisogno d'altro. Per quanto tu sia piccolo, io posso stare benissimo nella tua orbita. Tu a tua volta hai il Sole.
PLUTONE (con disprezzo) Una stella un po' più vicina delle altre. Cioè niente.
CARONTE  Ci sono gli altri pianeti.
PLUTONE  Enormi masse di gas che incrocio solo per caso, e non si degnano né di rivolgermi la parola né di accogliermi nell'orbita.
CARONTE (sbuffando) Oh insomma, e chi ne ha bisogno. Hai una tua orbita personale e nei sei padrone; hai persino un satellite. ...Oh, guarda, non sei più in eclisse. Vediamo se riesco a... eccolo là, il nostro signore e padrone. Ma sai che hai non hai tutti i torti? Se non sapessi dov'è, scambierei proprio il Sole per una stella molto luminosa.
PLUTONE (sospira) Lo hai appena fatto. Quella è Proxima Centauri. Il Sole è un po' più a destra.
CARONTE  Oh, povero me.
PLUTONE  Eh. Capisci quello che voglio dire?
CARONTE  Bè, in fondo non sono tenuto a sapere dov'è il Sole. Sei tu che conduci le danze.
PLUTONE (esasperato) Caronte, mi hai visto? hai visto cos'ho sulla faccia?
CARONTE (elencando) Ghiaccio d'acqua, metano, silicati, azoto, monossido di carbonio. Varie contrafforti montuose. Terreno irregolare.
PLUTONE  Terreno morto.
CARONTE  Bè, più o meno come me.
PLUTONE (esasperato) Si! Me, te, la stessa cosa! Il ghiaccio, la morte, il nulla: nient'altro. Una parodia di giornata che mi regala l'indifferenza del Sole.
CARONTE  Ma, Plutone... è nell'ordine delle cose che noi...
PLUTONE (continua il discorso) Poi cade la notte. Ma chi vuoi che dorma? Senza luce mi sembra di non esistere - di galleggiare nello spazio vuoto senza alcun punto di riferimento. E allora mi si strozza in gola un grido che nessuno sentirebbe comunque. Allora impazzisco, e mi vedo perduto, sconnesso da ogni gravità, sepolto vivo in una tomba infinita d'idrogeno e niente.
CARONTE (panico) Cosa vai a pensare! Guai se sfuggissimo alla morsa del Sole! Vagheremmo nell'eterno buio, per sempre!
PLUTONE (con forza) Sono meglio, duecento anni di orbita attorno a quest'occhio che non arriva a vedere fin qua?
CARONTE  Si. E' meglio del dolore, del vuoto, della follia.


PLUTONE  ...Forse stiamo esagerando. Forse non sarebbe così male sfuggire al Sole.
CARONTE  Non voglio nemmeno sentirne parlare.
PLUTONE (delirio) Pensa se un giorno Nettuno scantona un poco e ci scardina dall'orbita, ma poi si allontana troppo e noi vaghiamo, liberi.
CARONTE (nervoso) Plutone!... Ora esageri.
PLUTONE (elucubra) Pensa se una stella errabonda, una gemella del Sole, si avvicina troppo a noi. Ti ricordi quando le contavamo, prima di dormire, le Stelle Vicine? E quella piccola luce intermittente, che non capivamo se era in orbita attorno a noi o vagava per conto suo? Pensa se si avvicinasse, e ci liberasse.
CARONTE (nervosissimo) Plutone!... Basta!
PLUTONE (esaltato) E allora via, per la pianura interminabile delle stelle.
CARONTE (secco) A morire di terrore.
PLUTONE (sognante) A morire? No. Perché? Mille piccole attrazioni, duemila gravità ci farebbero girare a casaccio, esplorare, vedere nuove cose. Un giorno, lontano, una gravità più forte delle altre potrebbe prenderci con sé. E allora forse sarebbe la morte. Ma possiamo chiamarla morte?
CARONTE  Io direi di si.
PLUTONE (scuote la testa) Troppo semplice. Pensa invece se ci attrae a sé un pianeta vivo. E noi cadiamo, cadiamo verso di lui, corriamo ad abbracciarlo, innamorati del suo verde, del suo azzurro, del suo caldo, di un Sole che non è lontano. L'attrito dell'atmosfera ci scaverà via millenni e millenni di buchi di comete, insulti di meteore, furori dei nostri miseri venti; rocce, che credevano di essere le sovrane dei nostri minuscoli continenti, verranno livellate; e si, il calore sarà tremendo, ma sarà calore, Caronte mio. E poi toccheremo quella terra non inutile, percorsa ed accarezzata da forze che non sono il vento solare, non gli asteroidi, non il gelo; stretta da creature che crescono, che conoscono il tempo e le sensazioni. Parte di noi si abbatterà al suolo, formerà una montagna di detriti. Su di noi si arrampicheranno radici - fiumi scaveranno i loro corsi - foglie gonfie di sole e di acqua sfioreranno la nostra superficie - animali correranno sopra di noi, e col chiasso ed il battito dei piedi c'impediranno, nella morte, il sonno.
CARONTE  E saremo un nulla; non più noi!
PLUTONE  E saremo una cosa viva; ed avremo la luce.


[e ripresero le loro silenziose orbite.]

martedì 20 gennaio 2009

Buon vicinato.

Siccome un po' rischio di perderne la memoria, un po' voglio autopunirmi della mia dabbenaggine, consegno a questo post il ricordo di un racconto.

Erano gli ultimi di maggio del 2002 ed ero in quarta ginnasio. O era la quinta ginnasio? Ero comunque una caricatura di adolescente, che meno ricordo e meglio è. L'ultimo tema di italiano di quell'anno prevedeva che noi scrivessimo un racconto a tema libero. Penso di avere fatto, dentro la mia testa, una specie di doppia piroetta. Nutrivo all'epoca ingenue ambizioni, che mi sorridevano come bambole dagli angoli del mio computer - cinque romanzi non arrivati alla ventesima pagina. Ce li ho ancora, tra l'altro. E non vedevo l'ora di mettere all'opera il cervello e scoprire cosa usciva fuori in quattro ore di fantasia e foglio protocollo. Così mi misi all'opera. Elisa, ovviamente, diede il meglio di sé con quello che era il prototipo della Tessitrice di anime; sia detto a suo onore, conservò la storia veramente interessante a suo uso privato, da sistemare in un suo romanzo che non scrisse mai. Un giorno racconterò anche quella storia, la storia di Lord Dyva e della sfortunata Tessitrice. Quel giorno di maggio, la mia quasisorella si attenne ad una versione della storia credo meno elisesca e più attinente a Poe e al suo Uomo della folla - chi desidera, le richieda la malacopia. Io non ricordo se feci la malacopia, fatto sta che finii e consegnai con fierezza.

Era la storia - divisa in due parti - di una crescita obbligata. Non mi ricordo neppure il suo titolo. Come tutte le mie prime storie, era povera d'intreccio e carente di meccanismi causali, ma gonfia di descrizioni, ambienti, personaggi e scontri di caratteri. Nella prima parte misi in scena un fertile pianeta coperto di foreste, colonizzato di fresco da una non precisata compagine interstellare. All'arrivo dei primi coloni, vengono erette le prime case e le fattorie, e la campagna prende il posto della foresta in larghi tratti. Un giorno, proprio sopra uno spuntone di roccia vicino ad un laghetto, al centro di una radura, compare Satana, volato fin là dal suo palazzo all'Inferno - cioè, ai confini dell'universo, dove si è imposto un volontario esilio dopo i dissapori avuti con la corte celeste. Non specificai - lo ricordo bene, questo - il motivo per cui quel giorno Satana fosse di pessimo umore, né perché fosse volato proprio su quel pianeta; ricordo che rimasi sul vago per rendere il tutto più affascinante e meno dettagliato. Si, perché tinteggiava bene il personaggio: un demonio preso da stress, ansia, collera, vagabondo e paranoico, consumato dal suo continuo essere contro qualcosa. Non il principe del sangue e dell'orrore, ma un viaggiatore solitario, astioso e umorale, che ha per casa la Materia, in blocco.

Ebbene, mentre Satana, corrucciato, si guarda intorno senza vedere, qualcosa attira la sua attenzione. Sulla riva del laghetto, una giovane donna sta giocando con un animale. Evidentemente il suo animale domestico, un autoctono del pianeta; so per certo che lo avevo immaginato come una lucertola delle dimensioni di un cane e con una larga vela dorsale - gli animali fantastici erano ai tempi la mia ossessione. La giovane si sta rilassando: è coi piedi a mollo, schizza ridendo il suo compagno di gioco che arranca a mezz'acqua tentando di schivare i colpi e fa un gran chiasso. Qualcosa nella ragazza attira inesorabilmente Satana, che si dimentica del suo cattivo umore e prende a fissarla con uno strano germoglio di sentimento. Forse è la pace che lei emana ad attirarlo, forse è la bellezza di lei, forse è la sua serenità. E qui, finiva la prima parte.

La seconda parte si apriva su un pianeta ormai saldamente umano - ma colonizzato nel rispetto dell'ambiente, e dunque florido e pulito. Satana ha sposato la giovane donna, e ne è rimasto vedovo da pochi anni; abita, con i due figli che ha avuto da lei, in una piccola casa in una cittadina di campagna, al limitare della grande foresta pluviale. Lo raffiguravo mentre faceva qualcosa di molto poco diabolico: tirava fuori dal forno i biscotti. Si, perché tanto è stato l'impatto non tanto dell'amore, ma di tutto quello che l'amore coniugale (Satana si è sposato, ricordiamolo) comporta - stabilità, rispetto, serenità, compromesso, affetto - che il nostro solitario Principe degli Inferi, per quanto ormai senza legami, ha affrontato il dolore per la perdita della moglie ed è rimasto accanto ai suoi bambini, come un padre qualsiasi; e come un padre di famiglia qualsiasi, sta preparando dei biscotti per ringraziare la sua vicina di casa di avergli prestato lo zucchero, o qualcosa del genere. Adempie ai suoi doveri di buon vicinato. Tutti lì lo credono un giovane vedovo tranquillo e schivo, forse un po' troppo silenzioso, ma adorabile con i suoi ragazzi. Paradossalmente, è più sposato di prima, ora che è vedovo. Dell'amore per la ragazza non ho parlato, perché a quindici anni non sapevo parlare di amore quando scrivevo; forse non lo so fare neppure adesso. Come sempre, l'ho lasciato intuire nel ricordo, nella malinconia, nel tempo che passa, nei suoi frutti. Satana ha due bambini; li ha cullati quand'erano piccoli.

I suoi ragazzi sono una lei che avrà avuto quindici anni, e un lui che ne avrà avuto due o tre di meno. Sono due piccoli ficcanaso che adorano cavalcare un lento rettile corazzato (un regalo di poco tempo prima) e condurlo nella foresta profonda, per vedere cosa c'è. Una specie di cavallo, ma più largo e un po' più alto, ben protetto dai predatori e ottimo deterrente per chi lo cavalca, essendo che il suo dorso corazzato è tre metri dal suolo, e il pianeta, che ha una fauna abbastanza primitiva rispetto - per dire - alla nostra, non è ancora in grado di provvedere un predatore abbastanza grande da attaccare quel carro armato dagli occhi tondi e piccoli.

Un giorno, Satana esce di casa, chiude la porta, attraversa il giardino antistante cui dedica amorevoli cure, esce per strada, entra nella foresta, chiama i suoi figli. Lentamente, il rettile corazzato si avvicina, e sulla groppa ha due ragazzini dall'aria furbetta. Del dialogo che seguiva ricordo solo queste due battute:

"Oh, eccovi qua, voi due. Ma perché il vostro Scutosaurus ha la bocca sporca di rosso?" chiede Satana.
"Andavamo a cercare more e lamponi selvatici per mangiarceli, papà; poi noi ci siamo puliti; lui, no." gli risponde la figlia con un sorriso.

La soavità del quotidiano. Una famiglia. Che inquietante desiderio proibito, per Satana. Già a quindici anni avevo una vaga idea di come fosse divertente rovesciare i ruoli e mettere in scena l'improbabile. Ma il sangue chiama, e Satana non è umano: ha dei doveri verso i suoi figli che altri padri non hanno - non in questa misura. Si rivela a loro per quello che è, e mostra loro, in una terrificante, gloriosa visione, l'Inferno; la visione doveva essere qualcosa di interessante, peccato non ricordarsela. So per certo che finiva con la visione, all'orizzonte infuocato, del tremendo palazzo del Pandemonium, la residenza di Satana; e poco prima che uno stormo di diavoli si abbatta sui due ragazzini, il loro padre, con voce tonante, grida: "No! Devono avere la possibilità di scegliere!" Lo stormo si dilegua alla voce tremenda del Principe degli Inferi; la visione cessa: i due ragazzini si ritrovano, svenuti, nella foresta, dove Satana li aveva chiamati.

La coscienza di sé ha fatto il suo trionfante ingresso nella vita di due giovani, che dovranno imparare a sopportare un peso non indifferente dovuto alla loro origine - primo fra tutti, scegliere se aderire o meno alla propria natura di diavoli. Ma sono vivi, e hanno ancora un padre. E tutto finirebbe qui. Se non fosse che improvvisamente, quasi si spezza loro la schiena, e due paia di ali da pipistrello, spiegate e nere, si fanno largo per la prima volta. 

La natura ha dato la sua prima spallata.

Avrei potuto essere furbo, e fotocopiare quel tema. Mi sarebbe tornato comodo. Ma non l'ho fatto, e quando sono tornato, anni dopo, a chiederlo, lo avevano già bello che incenerito nei sotterranei del Galvani. Non mi è rimasto che il ricordo. Che, come si vede, invoglia (me) a rileggere qualcosa che non è più.

lunedì 19 gennaio 2009

Ops

Ultimamente faccio un balzo di panico ogni volta che ricevo un messaggio e il cellulare squilla di conseguenza.

Forse devo cambiare suoneria.

...Forse devo cambiare cervello.

sabato 17 gennaio 2009

Strani, nuovi mondi

Ho perduto il mio senno; non so dove, nè come; qualcuno me l'ha sottratto, o forse per distrazione l'ho lasciato là dove poi non l'ho più ritrovato. Senza di lui ogni progetto va in pezzi, ed ogni piacere lo sento come un un accecamento. Devo ritrovarlo, anche a costo di andare troppo veloce e troppo lontano verso luoghi che non conosco.


Giù, così, a precipizio, galassia dopo galassia, ammasso dopo ammasso, come una lama a lacerare quel vuoto che ama e circonda e informa di sè tutta la materia. Più veloce, più veloce, tremendamente più veloce di così. Non ho il senno, non posso controllare neppure dove vado e come ci vado, posso solo definire, con l'energia della disperazione, dove sto andando a cercare il mio senno perduto. Non ero mai stato così lontano... eppure già non vorrei ritornare. Perché sono a casa dove conosco tutto, o dove non c'è nulla.


E inoltrandomi in una nube vagante, trovo questo.



Non so come si chiami, nè dove sia. E' luminosissimo, ma la nebulosa che lo ospita oscura il suo splendore; la sua stella, rovente di febbre, divora con pazienza vorace la sua orbita tra i torrenti di idrogeno, le esplosioni di raggi gamma, i pilastri di luce e di gas, gli strappi deliranti delle ipernove neonate. Se ci fosse aria, il rumore sarebbe insoffribile. Ma qui non c'è che silenzio. E dentro di me le ultime voci stanno morendo. Nel terrificante nonrumore, calo, ad ali insanguinate, su questo nuovo mondo; ma sono esausto, e non so più cosa c'è intorno a me. Senza il mio senno non ho niente. E da questo nuovo mondo non potrò volare via per ancora molto tempo. E però la mia tristezza smarrita un po' si consola, mentre le mie ali picchiano e sfrigolano contro l'atmosfera esterna. Potrei quasi scambiare il caldo attrito per amore.

...ricordate che non ho il senno con me.


L'attrito non mi lascia in pace finché non sono a pochi metri da terra, col risultato che atterro sbilenco e sbatto contro la cime di un albero. Si direbbe che questo pianeta tratti un po' male chi si avvicina, così, per partito preso. Va' a sapere che gli è successo in una delle sue prime orbite, quando era ancora un magma influenzabile. Di ramo in ramo, con le ali a frenare la caduta, mi schianto mollemente al suolo.

E riapro gli occhi su questo.


Neanche a farlo apposta, m'è tornato il sorriso. Che, come è noto, mi parte automaticamente quando il senno è nelle vicinanze. Questo tappeto di erba profuma - e il terreno è quasi troppo soffice. Se tocco, si muove; se accarezzo, respira sulla mia mano; se sposto dei rami, o dell'erba, scotta e sussulta. Con un colpetto, le corolle di questi strani fiori sprigionano un soffio incandescente che mi colora le guance - e a loro volta cambiano colore. Nel fitto della foresta, le fronde degli alberi sembrano dolcemente impedirmi la via; le foglie lunghe e ricciute pendono e oscillano, nascondendomi quello che c'è nel sottobosco. Tutto su questo mondo è intimo e nascosto; il vento sembra sussurrarmi qualcosa, ma se prego le orecchie di essere più ricettive, il soffio sembra pentirsi e tace. Eppure sono parole quelle che dice, ma le dice solo quando pensa che io non lo senta. Come se si vergognasse.

Ecco perché questo pianeta è blu: perché è praticamente tutta acqua. Finita la foresta, un parapetto mi avverte del porto. Comodo, caro pianeta: cominciamo a prendere coraggio, quando qualche tonnellata d'acqua mette in silenzio e in profondo le cose che non vorresti dire e quelle che non vorresti sentire; e distrae chi ti guarda, alla fievole luce del lampione, con un leggerissimo incresparsi della superficie. O diamante sparso per mille distanze, sei qui, e sei all'altro capo di questo mare, e di nuovo sei qui. O nulla che sei qua sotto, come hai timidezza di te stesso. Sei tu che nascondi il mio senno? Te lo sei ritrovato nel tuo abbraccio infinito, e l'hai voluto tenere? Allora forse non sono del tutto estraneo, qui, e non vuoi mandarmi via così di fretta.


Lo sto ancora cercando, il mio senno: so che è qui, da qualche parte su questo sgangherato, dolce pianeta. E' lui che me lo nasconde; forse è il suo modo per tenermi qui senza dirlo a nessuno; forse pensa ancora che, ritrovato il mio senno, io me ne andrei. Ma non sa, o non vuol sapere, che col mio senno intatto e ritornato, non andrei da nessun altra parte che qui.

Bisticci.

Rispolverando i miei primissimissimi scritti, roba di quando avevo sei o sette anni, la cosa che balza all'occhio è che mi divertivo un mondo nello scrivere i dialoghi: e nella fattispecie, a mettere in scena i personaggi che litigano.

Litigano sul nulla, ovviamente: un battibecco che non ha vere basi di odio, anche se a volte generava odio per l'assoluta incapacità dei litiganti di venire ad un compromesso; come a dire che già da bambino ero molto pessimista sulla possibilità di una ricomposizione dei contrasti. Certo, io personalmente ero alieno da odiare troppo a lungo, e dopo venti minuti di ira dentro di me partiva una commozione devastante che mi imponeva di cercare la pace con l'aggressore. Ma sulla carta il conflitto non trovava quasi mai riposo, anzi: mi divertivo un casino a farlo andare avanti per ore e ore, giocando con la crescita della tensione, provocando temporanee fermate, riprese, false conciliazioni, riesplosioni improvvise. Tutto, purché l'energia del battibecco rimanesse. In genere la causa scatenante del battibecco era un commento poco gentile di un personaggio ad un altro, o un atteggiamento poco consono, o un rimprovero, o una presa in giro. Bastava questo a scatenare l'inferno. Il che la dice lunga su quanto da piccolo - e non solo - fossi terribilmente suscettibile, permaloso, e pronto ad abboccare come una triglia a qualunque provocazione. I miei personaggi erano tutti un po' così, si incazzavano facilmente. 

Voi provate ad immaginare un dinosauro che fa un commento acido sul fatto che un nuovo venuto cammina in maniera strana. L'altro fa finta di nulla, anzi risponde strafottente. Rissa. Oppure due Ape che s'incontrano su una strada, e uno deve soccorrere un compagno precipitato in un fosso; e siccome uno è agitato e l'altro è diffidente, finiranno per bisticciare. E questa cosa non è sparita con la crescita: che altro fanno Arkham e Satana, nella notte buia, se non sostanzialmente mascherare con frasi complesse e allusioni la profonda aggressività che li anima?

venerdì 16 gennaio 2009

Ho finito "Pride and Prejudice"


e ci sono parecchi problemi di genetica. Da dove saltano fuori due perle come Lizzy e Jane? Non certo da quella madre. E un'ascendenza dallo zio Gardiner mi sembra improbabile. E mr. Bennet non so cosa possa aver passato loro: sicuramente non la sua apatia.

Comunque, sniff. Era solo la terza volta che lo leggevo, in fondo.

[e quando l'ho visto sulla miniscrivania di Hap Collins, mi sono detto: forse sto avendo una pessima influenza su questa adorabile creaturina]

lunedì 12 gennaio 2009

La vocazione.

Non ho più rispetto di quello che sono.


O forse non lo so più.

Dopo due anni e mezzo di università, quando neanche un paio di mesi fa ero un siluro, mi sento terribilmente stanco. Finora avevo superato relativamente indenne le delusioni, i colpi a vuoto, le attese infrante, le speranze volanti - ero arrivato ad accettare che un esame come si deve avesse dietro e davanti a sé una schiera di esami di cartapesta, così, per fare scena. Pensavo che si, dai, siamo in Italia, ma in fondo non faccio così pena, uno stipendio lo trovo, filologo lo divento. Ho chiesto una tesi insormontabile sull'onda di tutto questo: la cavalcavo ancora quando mi sono buttato in questa idiozia del paper su Demetrio e il Sublime. Ma negli ultimi giorni qualcosa si sta incrinando.

Fra tre giorni avrò un esame che non mi ha dato un tubo. Non è il primo, non sarà l'ultimo. Sulla carta dovrebbe essere il traguardo di anni di attesa che le cose diventassero serie; nella pratica, non è stato che l'accumulare informazioni ripetute anno dopo anno e scritte in un quaderno di fitte righe, e il commentare testi leggendo le note. Testi che avevo perlopiù già letto per altri esami. Vado a laurearmi in Filologia Classica e non ho idea di cosa sia uno stemma codicum, e non chiedetemi di leggere un codice. Non so niente. Non esisto. Ho letto due cosine e le ho ripetute. Al diavolo. Non ho fatto nulla. Non so scrivere un saggio, non ho idea di cosa sia ricavare una tesi dalle proprie letture, non trovo spunti a non finire per tesi e controtesi nelle mie letture.

E poi i sensi di colpa. "Ma se volevi davvero diventare un filologo classico, perché sei rimasto a Bologna? Perché non sei andato nell'uni più strafiga e quotata dell'universo? Se era davvero importante, perché non hai voluto il meglio?" "Ma questa è casa ma, ed è una buona uni, in fondo... e poi io non amo spostarmi, e..." "E allora farai la fine che fanno i vigliacchi: e nella tua professione non sarai altro che una confusa mezza tacca, perché davanti alla sfida, non hai reagito." "Ma non era una sfida che volessi cogliere...." "E allora non dire che vuoi essere. Dì che vuoi sopravvivere." "Ma io volevo anche fare lo scrittore, e..." "No. Lo scrittore non è un mestiere. Se tu dovessi davvero far finta, in vita tua, di esercitare la scrittura come un lavoro pagato dal paese, nella situazione in cui il paese è, allora saresti un verme, e non ti specchieresti la mattina per l'orrore. E non saresti che un parassita. Il filologo, quello è un mestiere, o almeno ci somiglia. Tu devi lavorare. Già è abbastanza seccante che tu non debba sporcarti tuti i giorni con la polvere e il sangue, come tutti quei disgraziati che la fortuna, e non il merito, ha escluso dalla tua comoda casa. Ma almeno, quel niente che fai, fallo con coerenza, e accetta l'umiliazione che ne deriva. Se non ti integri in un sistema che sgobba per mantenerti, fanculo, non sei. E non ti meriti un accidente."

Non sono un filologo classico: datemi un codice, non saprò ricreare gli universi sognati da coloro che hanno reso gloria al mio mestiere. Non sono neppure uno scrittore: le mie parole non hanno mi spinto nessuno che potesse farle volare a rileggerle due volte.

E quindi, dopo essermi cacciato una mano sulla fronte, chino il capo e ritorno alla scrivania, a studiare. Daccapo.

Perché una telefonata

Di miss Hap Collins
Ti trascina e riporta nella testa
Onda su onda, la sua limpidità
Sul greto del cuscino.

E rivoltandoti tra le coperte
Come una montagna che sonnecchia
Ripenserai a quella spirale bionda, nel buio.

domenica 11 gennaio 2009

AAA (2)

Offresi Oceano dei mari del Sud per contenere, disciolto, un cuore di acqua.


Estensione virtualmente infinita. Il cuore di acqua potrebbe andarsene dove vuole e spaziare per le sue immensità, senza mai abbandonarlo, anzi appartenendogli più intimamente. Nessuna responsabilità, nessun obbligo, nessun soffocamento; il cuore di acqua, indipendente viaggiatore nell'immensità che gli è donata, conserva tutto sè stesso, e contemporaneamente può scegliere di abbandonarsi all'abbraccio del mare, che con cura ondeggia ed oscilla per accarezzarlo meglio, produce bollicine e oblio per il suo divertimento, guarda con attenzione i suoi saltelli e, se richiesto, non guarda.


In aggiunta, l'offerente aggiunge, per solleticare il cuore di acqua, splendidi atolli; dove il cuore può scegliere, in un momento amaramente solido, di emergere, e scaldarsi al sole; e avrà tutto il tempo che vuole per liquidarsi di nuovo, o altrimenti sparire per sempre. L'oceano è affittuario rassegnato anche alla perdita del suo inquilino; e per quanto lotti, la volontà del cuore di acqua sarà sempre il suo vento - che lo frusti nella tempesta o lo carezzi la sera.

Impazienza

Sono andato a cantare una messa gioiosa per l'anniversario della morte di un musicologo bolognese molto amato, il professor Vecchi. Ad un certo punto della commemorazione alcuni suoi allievi sono saliti sul palco a ricordare certi bellissimi aneddoti. Uno è stato sfolgorante. Pare che il giorno prima di andarsene, il professor Vecchi si fosse girato nel letto verso il muro, e avesse cominciato a fare lezione. Le infermiere non capivano, parlava mezzo latino (lo dominava benissimo) mezzo musichese. Poi si era arrabbiato e aveva esclamato: "Che razza di studenti sono questi, che non mi fanno neanche una domanda?!"

Delirio pre - sonno eterno?

No, ve lo dico io cosa è successo. E' successo che i morti erano così impazienti e vogliosi di una sua lezione, che gliel'hanno strappata anzitempo. Il che depone proprio a favore della sua leggendaria cortesia.

I miei bimbi.

[traducendo una versione di greco, Il sacrificio di Ifigenia]

GIULIONE  Bene... E poi come continua?
RIPETENDA  ...chiedevano... il sacrificio di... chi è Iphigèneias?
GIULIONE  La figlia di Agamennone, quello sopra.
RIPETENDA  Ok. Chiedevano il sacrificio di Figlia di Agamennone.

RIPETENDA  ...tòn theòn... genitivo?
GIULIONE  Esatto.
RIPETENDA  E theòs vuol dire?
GIULIONE  E' il dio.
RIPETENDA  Aha. Dei dii, quindi.

[...adorabili piccoli confusionari.]

Declino.

Ieri sera, davanti ad una pizza e con quattro mani che si accarezzavano, ho messo a parte miss Hap Collins di un problema che è un po' di mesi che mi gironzola intorno. La mia capacità di conversare sta attraversando una fase difficile.

E' ormai cosa nota che mi piace essere brillante, quando parlo, o quantomeno non dire cose stupide - e non è un miraggio: buona parte della mia vita l'ho passata a non sapere cosa dire davanti a gente che invece pareva essere scioltissima. Così ad un certo punto mi son detto che era il caso d'inventarmi qualcosina da dire.

Funziona, finché devo dire scemate brillanti. Poi, quando si tratta di approfondire la conoscenza, mi trovo in braghe di tela. Ascoltare va benissimo, adoro porre domande sempre più personali e intime alla gente.... il più delle volte non si sentono neppure invasi, e rispondono. E dai e dai, alla fine si fidano. Ma quando si tratta di parlare, spesso mi ritrovo a non sapere che dire.

Non valico montagne, non attraverso mari a nuoto, non riempio la mia vita con duecento avvenimenti al minuto. La maggior parte delle cose che mi succedono succedono nella mia testa, e sono davvero troppo intime per poter essere organizzate in discorso, e voi sapete ormai che quando parlo o scrivo, se non costruisco un'impalcatura logica come si deve, mi sento a disagio. Dunque quello che dico deve avere un senso. Le impressioni che ricavo dagli occhi - tizzoni di Hap Collins non le saprei mai spiegare come si deve; se ci provassi, la gente riderebbe della mia ingenuità.

Un po' è anche colpa mia: vado in giro con gente che adora ascoltare. Ilaria penso non farebbe altro, in vita sua, e le nostre serate finiscono spesso con un silenzioso riflettere. Maria adora parlare, ma certe volte francamente vorrei raccontarle le mie piccole vicende con almeno un decimo dello stile che ha lei - ed è frustrante, su Skype, rimanere zitti. Fabrizio mi fa da clown, ma ogni tanto - e con ragione - pretende di sentire la mia opinione. Gianlorenzo è un altro che parla con studiata lentezza. Con Silver mi sono stancato di dire idiozie, ma tutto quello che le dico mi pare di questo livello. Hap Collins non ne parliamo: l'apoteosi della non verbalità: i messaggi me li passa con un po' tutto quello che ha a disposizione (potremmo imparare il morse). 

Meno male che Chiara ha un po' di parlantina come si deve.

mercoledì 7 gennaio 2009

Chi ha orecchie per intendere.

No, voi non siete, o Dei,
Quanto finor credei,
Inclementi con me. Cangiaste, è vero,
In capanna il mio soglio, in rozzi velli
La porpora real; ma fido ancora
L'idol mio ritrovai;
Pietosi Dei, voi mi lasciaste assai.

           Di tante sue procelle
       Già si scordò quest'alma;
       Già ritrovò la calma
       Sul volto del mio ben.

          Tra l'ire delle stelle
       Se palpitò d'orrore
      Or di contento il core
      Va palpitando in sen.

Metastasio, Il Re Pastore, I - 5

martedì 6 gennaio 2009

AAA

Offresi brocca per contenere un cuore di acqua.


Costo zero - è sufficiente la presenza del cuore affittuario. Locazione calda (le pareti della brocca emanano tepore spontaneo), ben protetta e modificabile in caso di sensazione di strettezza o soffocamento del cuore di acqua. La brocca in effetti è progettata per non imporre mai la propria forma sul cuore di acqua, che è anzi libero di giostrarsela come crede all'interno della brocca. Si garantisce contro evaporazione e solidificazione non richieste. E' previsto un crescente livello di stima, confidenza, dipendenza. Attenzione: le pareti della brocca sono autoriscaldate e rischiano, se non riempite con il cuore di acqua, di subire crepe e surriscaldamento.

domenica 4 gennaio 2009

hieròn tmolon amèipsasa thoazo


Cagne velocicorrenti della follia, sul monte portatemi con voi, sbranatemi, ed ogni pezzo di me sarà calpestato da zoccolo, piede, piuma, e sarà terra con terra, e ne attecchiranno foreste che cadranno, inclinate sul ripido crepaccio della montagna, e cadranno sotto il peso dei millenni, che per me saran giorni, e vivrò il perenne mattino e non saprò più nulla.


Fate rumore, devastate l'orlo del baratro, sfrondate i rami, piegate i tronchi, fate schizzare sangue dalle pietre, spaccate l'involucro della Luna e fate colare quel bianco assordante ad allagare il monte. Non posso essere più chiaro di così. Non posso trattenermi più di così.

sabato 3 gennaio 2009

Condanne

Epitteto divideva, non senza acume, le cose del mondo in cose che sono in nostro potere e cose che non dipendono da noi. Non ritenne di specificare, però, che sono le seconde quelle che davvero ci interessano, nella vita. Chiamiamolo un investimento a perdere.

[in un momento di amarezza]

venerdì 2 gennaio 2009

Buoni propositi

1. Diventare uno scrittore che sfonda a cornate ogni ostacolo.
2. Essere una brava persona, che non calpesta né fa soffrire nessuno, potendo.
3. Diventare un bravo filologo classico; con i due corollari:
3a. Fare una tesi da urlo su Filodemo di Gàdara e Pap.Herc. 19/698.
3b. Fare un discreto paper su Demetrio e il Sublime.
4. Mantenere costante e tangibile l'affetto per gli amici che già ci sono;
5. E, se possibile, allargarne il numero, con calma e spirito discriminatorio.
6. Amare senza vergogna...
7. ...Ma ragionare con occhio lucido...
8. ...E calcolare il meno possibile.