martedì 20 gennaio 2009

Buon vicinato.

Siccome un po' rischio di perderne la memoria, un po' voglio autopunirmi della mia dabbenaggine, consegno a questo post il ricordo di un racconto.

Erano gli ultimi di maggio del 2002 ed ero in quarta ginnasio. O era la quinta ginnasio? Ero comunque una caricatura di adolescente, che meno ricordo e meglio è. L'ultimo tema di italiano di quell'anno prevedeva che noi scrivessimo un racconto a tema libero. Penso di avere fatto, dentro la mia testa, una specie di doppia piroetta. Nutrivo all'epoca ingenue ambizioni, che mi sorridevano come bambole dagli angoli del mio computer - cinque romanzi non arrivati alla ventesima pagina. Ce li ho ancora, tra l'altro. E non vedevo l'ora di mettere all'opera il cervello e scoprire cosa usciva fuori in quattro ore di fantasia e foglio protocollo. Così mi misi all'opera. Elisa, ovviamente, diede il meglio di sé con quello che era il prototipo della Tessitrice di anime; sia detto a suo onore, conservò la storia veramente interessante a suo uso privato, da sistemare in un suo romanzo che non scrisse mai. Un giorno racconterò anche quella storia, la storia di Lord Dyva e della sfortunata Tessitrice. Quel giorno di maggio, la mia quasisorella si attenne ad una versione della storia credo meno elisesca e più attinente a Poe e al suo Uomo della folla - chi desidera, le richieda la malacopia. Io non ricordo se feci la malacopia, fatto sta che finii e consegnai con fierezza.

Era la storia - divisa in due parti - di una crescita obbligata. Non mi ricordo neppure il suo titolo. Come tutte le mie prime storie, era povera d'intreccio e carente di meccanismi causali, ma gonfia di descrizioni, ambienti, personaggi e scontri di caratteri. Nella prima parte misi in scena un fertile pianeta coperto di foreste, colonizzato di fresco da una non precisata compagine interstellare. All'arrivo dei primi coloni, vengono erette le prime case e le fattorie, e la campagna prende il posto della foresta in larghi tratti. Un giorno, proprio sopra uno spuntone di roccia vicino ad un laghetto, al centro di una radura, compare Satana, volato fin là dal suo palazzo all'Inferno - cioè, ai confini dell'universo, dove si è imposto un volontario esilio dopo i dissapori avuti con la corte celeste. Non specificai - lo ricordo bene, questo - il motivo per cui quel giorno Satana fosse di pessimo umore, né perché fosse volato proprio su quel pianeta; ricordo che rimasi sul vago per rendere il tutto più affascinante e meno dettagliato. Si, perché tinteggiava bene il personaggio: un demonio preso da stress, ansia, collera, vagabondo e paranoico, consumato dal suo continuo essere contro qualcosa. Non il principe del sangue e dell'orrore, ma un viaggiatore solitario, astioso e umorale, che ha per casa la Materia, in blocco.

Ebbene, mentre Satana, corrucciato, si guarda intorno senza vedere, qualcosa attira la sua attenzione. Sulla riva del laghetto, una giovane donna sta giocando con un animale. Evidentemente il suo animale domestico, un autoctono del pianeta; so per certo che lo avevo immaginato come una lucertola delle dimensioni di un cane e con una larga vela dorsale - gli animali fantastici erano ai tempi la mia ossessione. La giovane si sta rilassando: è coi piedi a mollo, schizza ridendo il suo compagno di gioco che arranca a mezz'acqua tentando di schivare i colpi e fa un gran chiasso. Qualcosa nella ragazza attira inesorabilmente Satana, che si dimentica del suo cattivo umore e prende a fissarla con uno strano germoglio di sentimento. Forse è la pace che lei emana ad attirarlo, forse è la bellezza di lei, forse è la sua serenità. E qui, finiva la prima parte.

La seconda parte si apriva su un pianeta ormai saldamente umano - ma colonizzato nel rispetto dell'ambiente, e dunque florido e pulito. Satana ha sposato la giovane donna, e ne è rimasto vedovo da pochi anni; abita, con i due figli che ha avuto da lei, in una piccola casa in una cittadina di campagna, al limitare della grande foresta pluviale. Lo raffiguravo mentre faceva qualcosa di molto poco diabolico: tirava fuori dal forno i biscotti. Si, perché tanto è stato l'impatto non tanto dell'amore, ma di tutto quello che l'amore coniugale (Satana si è sposato, ricordiamolo) comporta - stabilità, rispetto, serenità, compromesso, affetto - che il nostro solitario Principe degli Inferi, per quanto ormai senza legami, ha affrontato il dolore per la perdita della moglie ed è rimasto accanto ai suoi bambini, come un padre qualsiasi; e come un padre di famiglia qualsiasi, sta preparando dei biscotti per ringraziare la sua vicina di casa di avergli prestato lo zucchero, o qualcosa del genere. Adempie ai suoi doveri di buon vicinato. Tutti lì lo credono un giovane vedovo tranquillo e schivo, forse un po' troppo silenzioso, ma adorabile con i suoi ragazzi. Paradossalmente, è più sposato di prima, ora che è vedovo. Dell'amore per la ragazza non ho parlato, perché a quindici anni non sapevo parlare di amore quando scrivevo; forse non lo so fare neppure adesso. Come sempre, l'ho lasciato intuire nel ricordo, nella malinconia, nel tempo che passa, nei suoi frutti. Satana ha due bambini; li ha cullati quand'erano piccoli.

I suoi ragazzi sono una lei che avrà avuto quindici anni, e un lui che ne avrà avuto due o tre di meno. Sono due piccoli ficcanaso che adorano cavalcare un lento rettile corazzato (un regalo di poco tempo prima) e condurlo nella foresta profonda, per vedere cosa c'è. Una specie di cavallo, ma più largo e un po' più alto, ben protetto dai predatori e ottimo deterrente per chi lo cavalca, essendo che il suo dorso corazzato è tre metri dal suolo, e il pianeta, che ha una fauna abbastanza primitiva rispetto - per dire - alla nostra, non è ancora in grado di provvedere un predatore abbastanza grande da attaccare quel carro armato dagli occhi tondi e piccoli.

Un giorno, Satana esce di casa, chiude la porta, attraversa il giardino antistante cui dedica amorevoli cure, esce per strada, entra nella foresta, chiama i suoi figli. Lentamente, il rettile corazzato si avvicina, e sulla groppa ha due ragazzini dall'aria furbetta. Del dialogo che seguiva ricordo solo queste due battute:

"Oh, eccovi qua, voi due. Ma perché il vostro Scutosaurus ha la bocca sporca di rosso?" chiede Satana.
"Andavamo a cercare more e lamponi selvatici per mangiarceli, papà; poi noi ci siamo puliti; lui, no." gli risponde la figlia con un sorriso.

La soavità del quotidiano. Una famiglia. Che inquietante desiderio proibito, per Satana. Già a quindici anni avevo una vaga idea di come fosse divertente rovesciare i ruoli e mettere in scena l'improbabile. Ma il sangue chiama, e Satana non è umano: ha dei doveri verso i suoi figli che altri padri non hanno - non in questa misura. Si rivela a loro per quello che è, e mostra loro, in una terrificante, gloriosa visione, l'Inferno; la visione doveva essere qualcosa di interessante, peccato non ricordarsela. So per certo che finiva con la visione, all'orizzonte infuocato, del tremendo palazzo del Pandemonium, la residenza di Satana; e poco prima che uno stormo di diavoli si abbatta sui due ragazzini, il loro padre, con voce tonante, grida: "No! Devono avere la possibilità di scegliere!" Lo stormo si dilegua alla voce tremenda del Principe degli Inferi; la visione cessa: i due ragazzini si ritrovano, svenuti, nella foresta, dove Satana li aveva chiamati.

La coscienza di sé ha fatto il suo trionfante ingresso nella vita di due giovani, che dovranno imparare a sopportare un peso non indifferente dovuto alla loro origine - primo fra tutti, scegliere se aderire o meno alla propria natura di diavoli. Ma sono vivi, e hanno ancora un padre. E tutto finirebbe qui. Se non fosse che improvvisamente, quasi si spezza loro la schiena, e due paia di ali da pipistrello, spiegate e nere, si fanno largo per la prima volta. 

La natura ha dato la sua prima spallata.

Avrei potuto essere furbo, e fotocopiare quel tema. Mi sarebbe tornato comodo. Ma non l'ho fatto, e quando sono tornato, anni dopo, a chiederlo, lo avevano già bello che incenerito nei sotterranei del Galvani. Non mi è rimasto che il ricordo. Che, come si vede, invoglia (me) a rileggere qualcosa che non è più.

1 commento:

Gian Lorenzo ha detto...

No, dovrebbe esserci ancora, devi solo fare richiesta che venga tirato fuori dall'archivio. Credo che venga tutto conservato per 10 anni, se ti hanno detto che l'hanno distrutto ti hanno mentito per non prendersi degli sbatti. Oggi passo e mi informo.