sabato 28 febbraio 2009

MOCKBA

ELENA  Sai Giulio che ho superato il test dell'Overseas? Vado a Mosca!
GIULIONE (shock) ...cosa?
ELENA (gasatissima) Vado a stare a Mosca!
GIULIONE (con voce rotta) ...ma...ma... per quanto?
ELENA  Sei mesi di sicuro, ma io spererei un anno.
GIULIONE  Ma cazzo, no! Così perderai ogni cosa che hai qui!
ELENA  Soccia Giulio, non esagerare... Mica parto per sempre...
GIULIONE (singhiozzi) Ma siiii, ma un anno è lunghissimo... siiiigh...
ELENA (sempre più scettica) Giulio, non è che muoio....
GIULIONE  Ma non tornerai mai più, io me lo sento...
ELENA  Ma va là, che torno...
GIULIONE  No che non torni! Ti conosco, lo so come ragioni! Te finisce che ti fai piacere tanto quel posto che ci resti per sempre! Conosci un bel russo coi capelli rossi e te lo sposi, e addio che t'amavo.
ELENA  Giulio, non è che i russi siano 'sto granché, e...
GIULIONE  Ma chissenefrega, te ti innamori di Dimitri e poi sforni tre figli, che non vedi l'ora, io te ti conosco, ti mettono incinta come fare il biglietto dell'autobus!... e poi ogni anno mi tocca, ad agosto, fare 'la visita a Elena' e scapicollarmi a DNIEPROPETROVSK! Tre piccoli russi ciccioni, imbottiti di birra, e farai queste orrende foto di famiglia con te e Dimitri e i tre barili di lardo russi imbottiti di birra!!!
ELENA  Semmai di vodka...
GIULIONE  Perfetto, e poi diventi un'alcolizzata, perché tanto lì che fai? Ti inzuppi di vodka e poi quando mi vieni a prendere all'aeroporto, con tutto quello che ti bevi, ci avrai le caldane, e sarai praticamente nuda, e ti denuderai e mi urlerai "VIENI GIULIO, CORRIAMO NUDI NELLA STEPPA!" 

[singhiozzi ripetuti, Elena fa per vomitare]

venerdì 27 febbraio 2009

Charvolant

(una bella mattina di maggio, su una strada polverosa in mezzo alla piana verdeazzurra, la Compagnia avvista lo Charvolant.)

FEDERICO  ...E questo coso si muove da solo?
GIULIONE  Io ne dubito. Nulla può funzionare, nulla.
MARTINA (rotolandosi nel verde prato) Io ne dubiterei, ma sono troppo impegnata a fare le capriole.
MINA (librandosi in aria) Siii, Marty, danziamo! Danziamo!
CATERINA  Credo funzioni con l'aquilone. C'è lì un aquilone attaccato.
BEATRICE (saltellando felice) Non va avanti con i nostri desideri? Quelli possono far levitare qualunque cosa.
BOC  No, nel senso che l'aquilone tira lo Charvolant. Non sembra male. Chissà dove andremo. Non è che mi interessi, avevo giusto voglia di andare via.

(Laura dovrebbe dire la sua, ma sta rubando un cucciolo di scoiattolo ed è occupata)

EMA  Eh, ma l'aquilone chi lo tira? Perché mi sa che da soli... mah.
MARTINA  Io spingerei, ma ho qui una birra e non ho sei mani.
MARTA  Io spingo volentieri, è un po' che non mi faccio una corsetta con i pesi attaccati! E poi c'è una bella aria fresca!
ELENA (sente l'aria col pollice) Direi che lo spingerà il vento. Poi non so dove andremo a scatafasciarci, però muoverci ci muoveremo.
GIULIONE (ride) Bah! Inaffidabile.
TUTTI (seccati) Pensi di poter fare di meglio?
GIULIONE  Mio caro Sacchini, è il suo momento.
ANTONIO SACCHINI  Non vedevo l'ora.
FEDERICO  Io però volevo Catalani.

(parte l'overture campestre, non si sa da dove nè con quali strumenti; però la campagna si riempie di musica. Giulione salta dentro, e dopo di lui tutti. Giulione decolla, prende l'aquilone, e si slancia verso l'alto, alta sulle colline, e lo Charvolant si mette in moto, divorando la strada polverosa, per pianure immaginate)




[i miei post diventano sempre più multisensoriali]

giovedì 26 febbraio 2009

Binari

Sono stato ad una festa, e c'è stato davvero da ridere. Non conoscevo nessuno, e lo stato degli invitati era tale da mettermi, sulle prime, un po' in ansia, perché mi imponeva un ritorno al passato. E' ormai stabilito in me, dopo anni di esperienza, un criterio molto razionale riguardo all feste: il successo delle medesime non dipende da quanto mi diverta io, ma da quanto il divertimento degli altri venga o meno danneggiato dalla mia incapacità di divertirmi, o dalla mia semplice presenza. La prima mezz'ora è stata un tripudio. Mi muovevo, rigido come un palo, su un binario fisso - il tragitto tra il tavolo del cibo e quello delle bevande - che non riuscivo ad abbandonare neanche per fare una curva e poi ritornare. Di preferenza stavo dietro il tavolo, e per non saper che fare, mangiavo, ma senza alcun godimento, perché era un buffet esclusivamente composto di verdure. Ennò, cazzo. Il tortino di spinaci, no. Lassù qualcuno mi odia. Se casomai mi fermavo, lungo il tragitto tra le due stazioni, sul mio binario, per guardare in altre direzioni muovevo la testa e il busto rimanendo completamente bloccato com le gambe: avevo i piedi fermi nelle stesse impronte. Credo di aver sollevato la testa a dare un'occhiata complessiva alla stanza un paio di volte. Ma siccome erano tutte persone molto ammodo, hanno tollerato che io dessi un'occhiata alla Torah, a una monografia su Purcell e ad una serie di studi sociopolitici - in inglese - sul centrosinistra in Italia nel 1996. Una casa ben fondata intellettualmente si riconosce subito. Comunque l'arrivo dei dolci e il naturale sciogliersi dei ghiacci eterni del mio spirito ha consentito come mi rilassassi e scambiassi anche due cortesi parole con altre persone. Via, ognuno coi suoi tempi e i suoi modi, no?

martedì 24 febbraio 2009

Com'è luminosa camera mia, quando torno a casa col buio.

lunedì 23 febbraio 2009

Nunzia's

CHIARA (estatica) Perché capisci, Giovine... tu abiti a venti metri da lei... io invece no... sono a mezz'ora di macchina da Gianlo...... non so se ti rendi conto di quanto sia importante...
IO  Me ne rendo conto eccome, Chiara.... Pensa a Casalecchio!
CHIARA  Ma avevi la macchina!
IO  (seccato) Il primo anno no, frescona. Due autobus!
CHIARA  Eh, vabbè. Il discorso resta quello. Pensa se lui vivesse nella mia via! Così una notte che mi sento sola, sento un sassolino contro la finestra... la apro... (con voce baritonale) OH, CARO!! MA SEI TU! AHAHAHAHAHAHA! SALI! E DIAMOCI ALL'AMMORE!!!

[Nunzia's è una garanzia]

Il fulmine


Stamattina mi sono svegliato che ero un tuono ingolfato in quattro pareti di una membrana filamentosa, tipo medusa. Mi muovevo medusescamente, fluttuando per l'aria carica di lucine mattutine, e dentro il mio testone privo di neurotrasmettitori - si sa che non ho cervello - brillava il tuono, e il fulmine rideva prima di scaricarsi da qualche parte. Ho perduto due ore di epigrafia romana, rinunciato a quattro ore settimanali di tedesco e strangolato - affettuosamente - Maria Mailadovìa per avermi costretto ad assistere allo spettacolo di Ella, che mi guarda sdegnosa nel suo corpo tubolare di pesce senza mascella e nuota allegramente sfruttando la sua colonna vertebrale - si sa che non ho ossa. Ho inoltre realizzato che Cami mi ridurrà a pezzi la schiena e che una pagina wiki potrebbe strapparmi lacrime di sangue. Tutto il giorno a galleggiare a pelo d'acqua, e senza poterla mordere - si sa che non ho denti. 

Perché deve entrare in azione la Macchina. Giorni, ore, quantità di lavoro da fare, ed incrociarli in una tabella perfetta. Tirocinii, arcadicocipriota, Cavini, Hap, xml. Una volta che la mia mente di medusa avrà abbracciato tutto il da farsi fino al 10 luglio, ecco che le ossa mi spaccheranno la membrana, i denti scenderanno a neri fiotti di sangue uno dopo l'altro enormi, filamenti eterni nuvolosi come cavi di buio e di luce si accenderanno nella mia testa, e il fulmine scoccherà - colpirà - e cadrò a terra per la terrificante salvezza.

domenica 22 febbraio 2009

Elektra di nessuno.

[questo è lungo, ma non è sui dinosauri]



Ho scovato per caso questo video su Youtube: non è importante che lo ascoltiate, perché di per sé stesso, con la sua presenza, contiene un concetto: la crescente imponderabilità del passato rispetto a noi.

Il signor nessuno che compose questa brillante overture per la sua Elektra nella Svezia del 1787 - e neanche a Stoccolma: a Drottningholm: si, neanch'io so pronunciarlo senza inchiodarmi la lingua - non ha fatto la storia della musica come probabilmente sperava. Basti dire che il 1787 è l'anno del Don Giovanni. E però l'asprezza, il tuonare degli archi in accordi inevitabili, quel pianto frettoloso del flauto dritto sopra il vibrato dei violini, l'inseguirsi dell'orchestra, mi rendono questa musica molto gradevole. Sapeva fare il suo mestiere, dai. Ora, da alcuni anni a questa parte chi ascolta musica antica, e non solo, sta assistendo all'espandersi vertiginoso di compositori, che come libri buttati nel fondo di un baule risalgono alla luce e vengono rieseguiti. Compositori bellamente fuori dal canone. Oggi su Radio 3 ho scovato un concerto di Dell'Abaco. Ma chi cazzo è? Un contemporaneo, veronese, di Vivaldi: tende ad imitarne lo stile, lavora a Monaco ed è parecchio stimato. La sua musica non è geniale: ma è terribilmente gradevole, stimolante, godibile al mio orecchio allenato a percepire le minime sfumature di questa musica tardobarocca apparentemente così tutta simile a sé stessa. Sembra che negli ultimi anni i signori nessuno stiano emergendo dalle tenebre come i topi per le viuzze di Costantinopoli. E l'accoglienza è ottima: la nostra overture, qui sopra, ha fior di commenti positivi, e il buon Dell'Abaco è stato molto coccolato dai suoi esecutori.

Quando un modo di fare musica finisce, è il momento di vederlo nel suo insieme. La musica classica non esiste più: bene, ora pensiamo a sentire tutto quello che si compose ai suoi tempi, e inscriviamolo in un progetto compiuto: in un vortice di lusso, concediamoci anche i Dell'Abaco e non sono i Vivaldi. Il passato diventa imponderabile: i nostri genitori avrebbero storto il naso davanti a qualunque compositore che non fosse Beethoven o che non sfondasse i muri del teatro con qualche titanico sforzo del pianoforte: noi, oggi, andiamo matti e per il titano romantico e per il gorgheggio barocco e per la limpidezza classica e per il delirio pantonale e per il truce polifonismo rinascimentale. Può arrivare a piacerci tutta, la musica classica, nei suoi autori maggiori come nei suoi minori. Per questo dico che è imponderabile: il veto di un critico ad un compositore non è sufficiente a non farlo amare da una manciata di pazzoidi in rete, me compreso. Amiamo musica in contrasto con la sua posizione nella storia, proprio come facciamo nella vita normale con i musicisti moderni che ascoltiamo in fondo senza fare caso al giro di accordi: se la musica nasce per darci piacere e per accompagnarci, bè, che lo faccia.

Dell'Abaco o Haeffner non sono, come direbbe qualcuno, "roba da specialisti". Gli specialisti, dopo due battute, hanno già capito che il compositore in questione non è storicamente interessante e smettono di prestargli attenzione. Gli ingenui, come me, danno retta al piacere provato; anche se non si sognerebbero mai di mettere Haeffner sopra Mozart, trovano tempo anche per Haeffner, se gli piace, se calma il nervosisimo e lo schianto dopo una giornata passata correndo qui e lì. La diversificazione degli uomini, l'esaltazione della loro individualità, influenza la scelta dei musicisti antichi, che da pochi titani si espandono anche a individui meno bravi, meno geniali, più pigri, però che dicono qualcosa, nonostante tutto, e se non a tutti, a qualcuno sì.

[pure il finale è strepitoso]


mercoledì 18 febbraio 2009

Evidenziamo l'affetto.

[in famiglia]

ZIA PULLET Cara, perché non porti la veste che ti ho regalata io?
MAGGIE E' così bella ed elegante, zia. Credo che per me sia troppo vistosa.
ZIA PULLET Certo, sarebbe una sconvenienza, se non si sapesse bene che tu hai dei parenti in condizioni di regalarti cose simili... quando a loro non servono più.
MAGGIE Bè, ma vaffanculo, zia.

George Eliot, The Mill on the Floss, parte quinta, cap. V.

L'ultima frase Maggie non la pronuncia davvero, purtroppo.

Come abbia fatto questa donna a concentrare tutte le sfumature della grettezza e della stupidità in un solo romanzo, è cosa che desta in me una continua meraviglia. I suoi personaggi li odio praticamente tutti, e tuttavia non posso fare a meno di star loro attaccato per la perfezione della loro caricaturale fattura.

martedì 17 febbraio 2009

Strani incontri si fanno sui colli.

[su una collina erbosa, dalle parti di Siracusa, ma molto in mezzo alla foresta. L'Etna che fuma in lontananza - come è noto, l'Etna è visibile da ogni punto della Sicilia e se non c'è la nebbia anche dalla torre Asinelli. Persefone se ne sta seduta sul prato a raccogliere fiori e a girare la carne sulla brace. Proprio mentre sta per ingoiare un pezzo di bistecca, emerge fuori da una voragine sulfurea Ade.]

PERSEFONE Si?
ADE (arpeggiando con la sua cetra) Giovane figlia di Demetra, rossofiorente sangue di freschezza, emergo fulmipotente dalle squallide ripe d'Acheronte onde involaaaaAAAAAH! (inciampa in una crepa del terreno e cade a terra di schianto)
PERSEFONE Oh. Mi dispiace. Verrei ad aiutarla, ma mi si fredda il castrato.
ADE (rialzandosi dolorante e con una punta di sottile ironia) Per carità, non si scomodi... guai mai che le si sgualcisse la crinolina...
PERSEFONE Cosa fa, scherza?
ADE (scuotendosi la terra di dosso) Noo. Dicevo? Ah, si. Persefone, poche storie. Raccogli le tue carabattole e sali sul mio carro. Ti trascinerò per i capelli, urlante, giù agli Inferi.
PERSEFONE E poi che succede?
ADE (tenebroso) Ti renderò mia sposa.
PERSEFONE (strabuzza gli occhi) Ehi, ho diciassette anni.
ADE (esasperato, le mima ciò che intende dire) E' un modo di dire, babbea! Violerò il tuo onore!
PERSEFONE (indispettita) Oh, santa pazienza! Ma non potresti provarci come chiunque altro, che ne so, lasciami un commento sul blog, chiedi a Elena se ci presenta, sii carino, fammi dei regali... vedrai che fai meno fatica.
ADE (massaggiandosi la testa) I miei nervi.
PERSEFONE (spallucce) Dai, se proprio devi, vengo. Se non altro è una scusa per non studiare.
ADE (fregandosi le mani) Alè. Splendido. Tu comincia ad andare verso la voragine, io prendo il fornelletto.
PERSEFONE (stupita) A cosa ti serve il fornelletto?!?


ADE Lo so io. Su, vai. Ti raggiungo.
PERSEFONE (allertata) Cosa fai? Ma... ma... STAI MANGIANDO?
ADE (chomp chomp munch crunk) Gno. Cofa te lo fa pemfare?
PERSEFONE (irata) LA MIA FIORENTINA, BASTARDO! MOLLALA!

(lottano, e nella mischia cadono a entrambi le maschere. Stupore.)

MA TU NON SEI ADE! Sei Phornos, l'apprendista citaredo!
PHORNOS (irritatissimo) Se è per questo neppure tu sei Persefone! Sei Chiaras, quella che impiastrocchia acqua ed estratti di pietre e piante insieme coi filosofi giù al porto. Ti sei di nuovo travestita da Persefone per attirare uomini!
CHIARAS (cacciandosi la mano sulla fronte) Oh, cazzo! E io che speravo di essere stata davvero rimorchiata da un dio!
PHORNOS (seccato) L'hai detto. Sarebbe stato splendido saltare addosso a una dea, e mi sembravi pure abbastanza allocca da cascarci! E invece eri la triglia lessa del villaggio.
CHIARAS (con l'indice) Attento a come parli, sai.



Forza, finisci la carne. A questo punto ti invito a pranzo. E poi ti riaccompagno a casa... tua mamma sarà preoccupatissima... l'altro giorno mi ha chiamato alle due di notte perché non sapeva dov'eravate tu e il tuo gemello. Perché, perché devo farvi da balia???
PHORNOS Senti, oca, adesso non pensare che solo perché...

[bla, bla, bla. Mangiano, ridono, cala il tramonto e tornano a casa giù dalla collina, a Siracusa.]

Immaginarseli vivi (2)

Certo, uno non può aspettarsi di rianimare in vita gente defunta da duemila anni e presumere di avere capito praticamente tutto, di poter mandare in automatico il modello ed essere sicuro che la realtà era così. Tante cose noi non possiamo che inventarcele o presumerle.

Ad esempio: la maledizione di Artemisia.

Sappiamo che in Egitto, poco prima che arrivasse Alessandro, abitava una vitale comunità di Greci, probabilmente Ioni e Cari, discendenti di mercenari reclutati un paio di secoli prima dal faraone Psammetico I. Ne abbiamo avuto una prova ritrovando un papiro dove una donna, Artemisia, scrive (o fa scrivere) una maledizione contro il padre di sua figlia, e la deposita poi in un tempio affinché faccia effetto.

La maledizione è incompleta, e non spiega chiaramente l'antefatto, che dovremo sforzarci di capire da soli. "O signore Oserapis, e Dei che sedete insieme a lui, io, Artemisia figlia di Amasi, vi prego contro il padre della mia bambina: egli l'ha privata dei funerali e della tomba. E se a me e ai miei figli egli ha fatto cose non giuste, poiché dunque egli ha fatto cose ingiuste a me e ugualmente ai miei figli, Oserapis e gli Dei che gli siedono vicino concedano a lui di non ottenere sepoltura dai suoi figli né che i suoi genitori possano ricevere sepoltura da lui, finché questa imprecazione resterà qui [nel tempio]". Seguono altre maledizioni.

...ma è verosimile che un padre si rifiuti di far seppellire la sua bambina?

Le ipotesi fin qui:

1) In Egitto, secondo Erodoto, c'era una legge, per cui chi contraeva un debito doveva dare in garanzia la mummia di suo padre; e, se non restituiva il prestito, perdeva la mummia e tutti i suoi averi. Dunque: il padre contrae un debito ed è costretto a dare in garanzia la mummia della sua bambina; e dopo non è più in grado, o non vuole, riottenerla. La donna lo maledice davanti agli Dei per fargli pressione psicologica. Ma la legge citata da Erodoto parla di mummie paterne, e poi non si vede come mai Artemisia debba maledire il padre di sua figlia per una cosa che evidentemente lui non può controllare. Dal tono della maledizione, si capisce che Artemisia ritiene che la situazione sia risolvibile mediante un intervento del padre.

2) Artemisia è una concubina, e il padre di sua figlia si rifiuta di seppellirla perché è una figlia illegittima. In effetti Artemisia non parla mai dell'uomo chiamandolo 'marito', ma sempre 'padre di mia figlia'. Però, se l'ambiente culturale è greco, una sepoltura non la si nega a nessuno. Possibile che Artemisia sia una specie di Antigone del Nilo? Ma noi non abbiamo idea di quali fossero le usanze e i costumi di questa comunità greca che per due secoli abbondanti visse nel profondo Egitto.

3) C'è chi ha argomentato che thèke, 'sepoltura', nel greco parlato in Egitto non vuol dire 'sepoltura', ma 'mummia', 'mummificazione'. Il padre vorrebbe dunque seppellire la sua bambina secondo l'uso greco, cioè inumandola; ma la madre protesta perché vuole che la bambina sia seppellita secondo l'uso egiziano, cioè mummificata e sistemata in in sarcofago. Un contrasto di tipo religioso e di costume, che ben può scatenare la sacra ira della donna; ricordiamo che invoca Oserapis, che ha forti connessioni con il regno dei morti.

Bene: immaginateveli vivi, e inventatevi voi qualcosa, se volete.

Immaginarseli vivi (1)

Una cosa che molti mi chiedono spesso è come faccio a passare buona parte della mia vita a studiare personalità e scritti di gente defunta. Non che ritengano che sia stupido, ma trovano difficile mettersi in sintonia con questa modo di essere. Bè, è normale. Come potrei rispondere? Diciamo che mi piace immaginarmeli vivi, e capire sempre meglio cos'era la loro vita.

E questo lo permettono discipline come la papirologia o l'epigrafia, per esempio. Non sono tutti dei Senofonte, quelli che mettono mano al calamo. Molto spesso non sanno scrivere benissimo, sono incerti, ripetono le cose, abbreviano, sono irrilevanti, proprio come noi. Proprio ieri dando un'occhiata a un'epigrafe onoraria che un villaggio del Lazio aveva dedicato a Silla ho beccato un grosso errore di flessione:

L. CORNELIO SVLLAE FELICI DICTATORI VICVS LACI FVND.

"A Lucio Cornelio Silla dittatore (dedica) il borgo del Lago di Fondi."

LACI? Ma sarà ben LACVS il genitivo! Argh! Sulle prime mi son detto: branco di fessi; poi ho pensato: dai, succede. Ora so che c'erano delle persone vive che pronunciavano quella parola, perché se non l'avessero pronunciata tutti i giorni non l'avrebbero storpiata e quotidianizzata, e non avrebbero finito per declinarla secondo un tipo di flessione che era più naturale per loro. Dev'essere andata più o meno così:

(lo scalpellino sta lavorando al suo pietrone in una bottega con una grande porta aperta. Panorama: le accidentate verdeggianti colline della Ciociaria. Una bella mattinata di sole)

SCALPELLINO  Laaa laaa laaa.... du - du - duum... un colpetto qui... uno lì... Perfetto.

(entra il decurione del villaggio)

Oh, salve, Lucio Calatino!
DECURIONE  Salve, Novio. Come va il pietrone?
SCALPELLINO  Oh, direi bene. Ho finito adesso di scrivere FUND.
DECURIONE  ...FUND?
SCALPELLINO Si, sta per 'Fundanii'. Abbrevio, se no non mi ci sta nella riga e non posso andare a capo. Non è per nulla elegante e Silla è uno che sta attento ai particolari.
DECURIONE  Dimmi qualcosa che non so. Fa' un po' leggere... 

(trasecola)

...Novio?
SCALPELLINO  Si, Lucio Calatino?
DECURIONE  Novio, tu hai vagamente presente che noi usiamo cinque declinazioni?
SCALPELLINO  Cinque che?
DECURIONE  Novio, tu dove hai studiato grammatica?
SCALPELLINO  Da un maestro greco a Praeneste, Mike 'o sarracino. Ammirevole personaggio.
DECURIONE  Ti sembra un nome greco, Mike 'o sarracino?
SCALPELLINO (colpito) Oddio, non saprei. Non ho capito neppure dove sia la Grecia, in effetti. Comunque mi ha insegnato un sacco di cose di grammatica... tipo il verbio, l'annome e come si fa la focaccia di orzo salato.
DECURIONE (sudando freddo) Come declini lacus?
SCALPELLINO  E dàlli. Cosa vuol dire declinare?
DECURIONE  Si, dai, come esce la parola??
SCALPELLINO  Aah, ok. (rimugina) Fammi pensare... c'è lacus, che lo uso quando voglio dire che il lago fa qualcosa... poi quando dico che qualcosa gli appartiene, dico laci... poi...
DECURIONE  Non laci, Novio, imbecille! Lacus!
SCALPELLINO  Ma è uguale all'altro!
DECURIONE  No che non è uguale! C'è la lunga!
SCAPELLINO  La Lunga? La prostituta giù a Falerii?
DECURIONE  La sillaba, sottospecie di babbeo!!
SCALPELLINO  Le sillabe sono anche lunghe?

(disperazione generale)

[pare, da forti indizi, che la popolazione rurale nei dintorni di Roma avesse perduto la coscienza della durata della sillaba già in età tardo - repubblicana. Per non parlare delle semplificazioni che incorrevano nella flessione dei nomi, della perdita dell'aspirazione incipitaria, della semplificazione dei dittonghi, e via così.]

venerdì 13 febbraio 2009

Redenzione


A tredici anni sono stato sporcato da un'accusa. Certi conoscenti mi hanno sorpreso nella mia cameretta, mentre praticavo una distratta innocenza; mi hanno trascinato in tribunale ridendo; e la corte ha avanzato il sospetto che io fossi una persona sostanzialmente troppo aliena ed egoista per poter veramente amare.

Ho cercato di difendermi, ma ero muto, a quei tempi, e i miei avvocati mi disprezzavano. Fui condannato con formula piena; con un'aggiunta: che non ero neanche in grado di suscitare un affetto profondo, per la mia eccessiva stranezza.

Ho scontato cinque anni di galera. Fui scarcerato per qualche mese a sedici anni, per aver tenuto una condotta umile ed affettuosa; ma finii dentro di nuovo, dopo due settimane in Inghilterra, per aver creduto di potermi armonizzare con qualcosa che non fosse una brughiera di notte.

A diciotto anni sono uscito, perché qualcuno mi ha detto qualcosa che dimostrava che le accuse non erano più attuali. Nessuno dei miei conoscenti ci ha creduto, ma il tribunale si.

Sapete cosa fate, quando mi dimostrate che conoscete il mio affetto? E che potete ricambiarlo, senza volermi correggere?

Mi redimete.

Mi chiedo:


...quanto è legittimo, per me, 

essere?

Perché certi ricordi e le opinioni di certe persone mi si appiccicano addosso con la loro versione di me, ed è una versione che non mi fa onore, e vorrei solo rimpiattarmi in un buco nel terreno, e passare tra tutti gli abitanti della Terra con un vassoio in mano, distribuendo cibo e bevande, senza che nessuno abbia da rimproverarmi alcunché. Io non esisto, e se esisto non darò fastidio a nessuno.

Questa è la mia garanzia per il permesso di essere.

giovedì 12 febbraio 2009

La macchina

Tutte le storie che racconto cominciano con la stessa scena, nella mia testa: un teatro affollato, dieci minuti prima che si alzi il sipario. Io sono nel buco dell'orchestra, meditabondo, che guardo la gente sedersi, alzarsi, chiacchierare e sovrastare gli strumenti che si accordano.


Voglio raccontare qualcosa a questi spettatori. Per me non ci sarebbe niente di più divertente che spingerli a levarsi la bauta, a smettere di provarci con le coriste, a piantarla di giocare d'azzardo nel ridotto, e a costringerli a guardare la scena, cosa che fanno terribilmente di rado. Voglio che stiano fermi a guardare. Voglio che subiscano quello che devo dire loro, e che ne provino pietà e terrore. Certo il compito non è facile, e gli spettatori un po' contorti. I vecchi manichini li annoiano, ma sono convinti della loro validità, perché in scena ci son sempre quelli; e pagano la loro convinzione ignorandoli da generazioni, nel profondo. 

Ma i miei manichini, saranno pronti per la scena? Dovrò mettermici d'impegno e presentare qualcosa di decente partendo da... che ne so, questo:


Al momento non so nulla di questi quattro, escono vuoti dalla mia fantasia. Ma forse, se riempio le loro giunture di olio, cammineranno, docili al filo, senza scricchiolare. Forse, se muovo meglio l'argano, il cielo di legno azzurro, trapunto di stelle, girerà con meno sforzo, e con soavità porterà il suo moto agli altri cieli di carta che ho costruito. Forse la macchina funzionerà se il pubblico si aspetta che la donna dica qualcosa, e invece la dice uno dei due uomini, o il nano. Forse qualche mare in tempesta, o incendio di pianura, o esplosione nucleare, insaporiranno le mie piccole parole.

Troppo tardi per pensare ancora. L'orchestra ha attaccato la Sinfonia Avanti L'Opera. Quando l'ultimo accordo sarà suonato non avrò più scuse; dovrò davvero inventarmi qualcosa.


Giro di boa

Credo che la persona che sono ora un po' si debba a cambiamenti che sono sorti spontanei lungo il cammino che ho fatto e sto facendo tuttora, e un po' a miei volontari cambi di rotta. Di tanto in tanto la mia pigrizia cede il passo a un delirio mutaforma. Il più delle volte sono piccoli cambiamenti di abitudine, per cui nessuno ci fa caso. Ma c'è stata una volta che, a mio parere, è stata decisiva.

Sono arrivato a quindici anni senza fare particolare attenzione a quello che succedeva all'esterno. Vedevo la gente a scuola, tornavo a casa, ed era come se non esistessero più. Ricomparivano il giorno dopo come dal nulla. L'estate era come se il mondo si svuotasse di tutti i suoi abitanti meno io e i miei. I miei coetanei si vedevano, facevano amicizia, uscivano, si conoscevano; io a malapena sospettavo che succedesse; e quando me ne rendevo conto, non avevo idea di come introdurmi nella cosa, e, ad essere sinceri, poca voglia. Non conoscevo nessuno. Non è che fosse solo timidezza, o paura, perché me lo ricorderei; era proprio distrazione. Non ci facevo caso. Pensavo che fosse normale il fatto che sì, ci vediamo a scuola, poi spariamo, poi ricompariamo, come se ognuno avesse una sua fase lunare e dovesse nascondersi a tutti per un po'. Anche le rare volte che uscivamo, tornavo a casa e li dimenticavo, e non pensavo ad invitarli a casa mia o a telefonargli. In compenso, tendevo ad attaccarmi morbosamente a due o tre persone che mi stavano particolarmente a genio in quel momento.

Ma per uno come me, che tarda a capire, però coglie gli indizi, la fine era vicina. Orecchiavo già da un po' che esisteva, fuori del Galvani, una vita sociale che non mi comprendeva. Ma mi confortavo con le briciole di pane che mi davano in classe, perché non avevo voglia di approfondire alcunché. Tanto, era difficile che trovassi qualcuno che volesse e potesse comunicare - e non è facile gestire l'alienazione quando hai quindici anni. Un pomeriggio andai a far visita ad un ex compagno delle medie con cui avevo avuto, per qualche mese, una certa dimestichezza - ovviamente, appena uscito dalle medie, era sparito, per me. Facemmo due chiacchiere. Era molto più cresciuto di me. Fumava già le sue brave canne, beveva, vedeva ragazze, aveva amici con cui uscire il sabato sera, e me lo metteva davanti con spavalderia. Alla parete della sua stanza era appeso quel famoso cartello che girava anni e anni fa, in cui stava scritto che l'alcool elimina sì le cellule del cervello, ma solo quelle deboli e malate, e quindi più bevi più hai il cervello in efficienza. Io ero - e sono - astemio. Proprio quello che serviva per deprimermi: la furba confidenza col mondo di un adolescente ben integrato. Inoltre mi faceva domande sulla mia vita, su con chi uscivo, e io proprio non sapevo che rispondere. Ad un certo punto saltò fuori che il sabato sera tendenzialmente stavo a casa, e questo lo fece ridere molto. "Il sabato sera? Naaa!, che depressione. Io se non trovo nessuno con cui uscire il sabato sera, mi intristisco. Cerco a tutti i costi di farlo. Sennò sai che noia."

Tornando a casa, ebbi vergogna di me stesso e della mia inerzia maledetta. Cos'ero? Niente. A quindici anni vivevo una vita che era un decimo di quella di un qualunque mio coetaneo. Non conoscevo nessuno e non sapevo nulla. Avevo fatto persino un corso di teatro, che diamine, di gente nuova ne avevo conosciuta, però non ci uscivo. Erano scomparsi tutti dopo lo spettacolo, non li avevo più cercati. Bisognava che qualcosa cambiasse, e subito.

Uscire il sabato sera. Era il simbolo di tutta la mia età. Sfruttare il giorno libero per stare fuori la serata. Così maledettamente semplice. Eppure io non lo capivo, e stavo a casa quando gli altri uscivano e si conoscevano. E quanti dovevano avere riso di me senza che io lo sapessi, perché non uscivo. E quanti mi avrebbero giudicato malissimo, con disprezzo, se avessero saputo che non uscivo il sabato. Ah, questo no. Non potevo permetterlo. Non si doveva assolutamente dare agli altri spago per isolarmi ancora di più. Così dichiarai guerra a me stesso. D'ora in poi, mi ordinai, tu ogni sabato sera che Dio manda in terra USCIRAI. Non importa con chi. Non importa se ti sta simpatico o no. Non importa che tu ne abbia voglia o no. Tu uscirai il sabato sera: TUTTI i sabati sera. Siccome hai voluto fare lo schizzinoso, ti punirò facendoti uscire con gente di cui non ti frega nulla, perché potevi trovarti gente simpatica, ma non l'hai fatto: e ora ti prendi quel che passa il convento. Siccome cominci solo ora, ti punirò con la frequenza obbligatoria: se manchi solo un sabato sera, e non sei inchiodato al letto malato, io ti darò l'inferno della colpa e della solitudine, tutto quello di cui sono capace.

Agii. Già da martedì mattina cominciavo ad aggirarmi per la mia classe tentando di trovare qualcuno che mi gettasse un po' di carne andata a male, qualche monetina, una gomma da masticare. Sventolavo il mio cappello logoro in cerca di pietà. E l'ho pure trovata. Non ricordo più niente di quelle sere passate con gente con cui mi annoiai e mi annoiai e mi annoiai ancora. Ricordo solo il senso di trionfo, di serenità - non di felicità - che ricavavo quando tornavo a casa: avevo eseguito gli ordini: non sarei stato punito. A forza di cercare, trovai qualcuno con cui uscire che non mi annoiasse; il resto lo sapete. E come uscire divenne un fatto naturale, allora ritirai l'ordine a me stesso, e mi concessi un po' di spontaneità.

Fino al prossimo ordine, almeno.

domenica 8 febbraio 2009

Il sogno

Un pomeriggio, il sole è rispuntato fuori dopo un po' che era nervoso e non usciva mai. Quel pomeriggio, una stessa nuvola poteva essere tre nuvole. Come un transatlantico, una nuvola solcava il mare sopra la mia finestra. E la dorava il sole, scintillante, lassù, dove vedeva il cielo senza nient'altro sopra. E la ingrigiva e la appesantiva la pioggia, nel ventre furioso. E il sereno la sfilacciava e la frustava di bianco su azzurro, di gesso su cielo sgombro, ai confini con altre nuvole ed altri cieli. 

Mi sono addormentato nel mio letto sotto questo cielo, ed ho sognato che andavo in giro, di notte, per strani portici, e città deserte e buie. Era con me ... chi? Forse Hap Collins, sicuramente Francesca D., una ragazza all'università con me. Sembra allegra, parla poco, e nel sogno non sembra fare caso a quello che dico - ma del resto non dico quasi nulla. E andavamo su per una salita, al buio della notte, verso la casa di Maria. A metà strada un terremoto terrificante ci faceva cadere e rotolare giù, e faceva a pezzi la casa in cima alla salita. Io, stremato dal panico, penso che Maria è sola in casa, e magari è sotto un blocco di roccia, e magari la sto perdendo per sempre e sono a cento metri da lei mentre se ne va via per sempre. Strattono Francesca D. - siamo rimasti soli - per correre in su e salvarla, se si può ancora, ma già sono disperato. E poi sono in un altro luogo.

A casa di Hap Collins, ma non è davvero casa sua. E' una stretta camera dalle pareti beige, e siamo insieme in un letto freddo, con una porta a vetri attraverso la quale so che suo fratello cerca di entrare. Gli zii e le zie sono nell'altra stanza, illuminati da una luce spettrale sul tavolo della cucina, che parlano con la madre di Hap e Andrea. Anche nella nostra piccola camera fredda c'è una luce di candela che fa le ombre più spesse e sfilacciate. Qualcuno passa fuori dalla porta e parla forte.

E mi sono svegliato. Era buio anche fuori. Ma ho cercato con le mani e con le labbra, un respiro che dormiva accanto a me, e una realtà che era in fondo migliore del sogno.

Divagazioni


[in un ampia sala con finestrone. Un collegio femminile esclusivo, dalle parti di Steventon, nel 1803. La signorina Falsingham, direttrice del collegio, se ne sta seduta nella poltroncina vicino alla scrivania, e contempla in panorama alla finestra. Entra Hap Collins in silenzio.]

HAP  Volevate vedermi, signorina Falsingham?
FALSINGHAM  (si volta con improvvisa severità) Si, signorina Collins. Sedete, prego.

(Hap si siede)

Sono disgraziatamente incaricata di riferirvi delle brutte notizie, signorina Collins.
HAP  Sarebbero?
FALSINGHAM  Il direttivo del collegio non è soddisfatto del vostro comportamento qui.
HAP (ride) Oh!... Terribile.
FALSINGHAM  Di nuovo quel contegno spiritoso. Ma dovrà finire.
HAP  Ah, si?
FALSINGHAM (secca) Si. La vostra condotta non è all'altezza del vostro rango e dei vostri doveri. Ridete in continuazione, non sapete mettere due parole in fila se siete imbarazzata, e girate in continuazione con quei due assurdi gemelli. 
HAP (protestando) Ma senza di me non troverebbero i calzini, signorina!
FALSINGHAM (secchissima) Miss Collins, voi siete in un luogo che forgia le migliori signorine eleganti e beneducate d'Inghilterra. Dovete mantenere un contegno che si addica alla compostezza e alla moderazione del vostro ruolo sociale. Tralasciando le vostre frequentazioni maschili, anche quelle femminili sono poco adeguate al contesto. Quando si è qui non si frequenta la figlia del parroco del villaggio, anche se è tanto sveglia e dalla conversazione amabile.
HAP  Se vi riferite alla signorina Austen, io frequento chi mi pare. E poi mi porta a ballare un po' dappertutto e io avrò pur bisogno di svagarmi un poco.
FALSINGHAM (scandalo) Ma benedetta ragazza!... La signorina Austen è povera! E farebbe bene a scegliersi le amicizie all'interno del proprio rango!
HAP (con l'indice puntato) Attenti a cercare di modificare me per adattarmi al contesto sociale. C'è caso che io mi incazzi e modifichi il contesto sociale per adattarsi a me.
FALSINGHAM (diventa isterica) Ho capito, sai, stronzetta, che non ti va di obbedire! E allora sarai punita!
HAP  ...signorina?
FALSINGHAM (afferrando un bastone) Ora spogliati nuda e piegati in due, così ti percuoto con questa verga. Dopodiché conto di eccitarmi come un caimano.
HAP  Ma...
FALSINGHAM (vomitando fiamme) SPOGLIATI, ZOCCOLA! Non costringermi a venire lì di persona!
HAP  Signorina Falsingham, io non vi riconosco più!
FALSINGHAM (non la ascolta) Lo so cosa dicono nei dormitori! Dicono che sono un uomo! Ma non è vero! Io sono una donna... una calda donna viva... e quando sei entrata in questo collegio, e io ho visto quei capelli ricci fluttuare al vento, ribelli, così sozzamente derisori... mi son detta che siiii, SIIII, VOGLIO PECCARE CON QUEI CAPELLI CONTRO L'ORDINE SOCIALEEEE
HAP (sudando freddo) Ok. Mi sto spaventando.
FALSINGHAM (brandendo la verga) ...RAAAAAAAAH! QUI, VIENI, QUIIIII!

(la signorina Falsingham prende ad inseguirla. Girano in tondo attorno alla poltroncina. Ad un certo punto Hap apre il finestrone e decolla nel cielo. Non fa neppure due metri che quasi va a sbattere contro l'Ilaria.)

HAP  Ops! Scusate.
ILA (che fluttua, olimpica) Di nulla.
HAP  Ehm...
ILA  (con calma suprema) Si?
HAP (si impappina) Io... Io...
ILA  (sempre con calma suprema) Si?
HAP (con gli occhi che schizzano qui e lì) E' che la mia amica Jane mi aspettava, stasera, a Chawton, perché c'è il ballo delle signorine Andrews.
ILA  Oh, bene. Potremmo farci un salto.
HAP  Ma così in linea d'aria non so dov'è.
ILA  Vi ci porto io. Ho sempre desiderato conoscere delle persone; chi me ne dà l'occasione è benvenuto.

(la prende per mano. La sua lunga mano magra e affusolata prende le dita paffute di Hap Collins. Vola via, tenendola per mano, tirandola delicatamente)

HAP  E se non ci va di andare al ballo? E se dopo il ballo c'è ancora tempo?
ILA  Allora vi porterò ovunque.

[volano via, sulla campagna dello Hampshire]

martedì 3 febbraio 2009

Figata barocca

Questo è per Hap Collins, ma non solo per lei.

OCCHI NERI

Luci caliginose, Ombre stellate,
Luciferi ammorzati, Esperi ardenti,
Orioni sereni, Orse turbate,
Mesti Polluci, e Pleiadi ridenti.

Soli etiòpi, e Notti illuminate,
Limpidi Occasi, e torbidi Orienti,
Meriggi nuvolosi, Albe infocate,
Foschi emisperi, ed Erebi lucenti.

Ottenebrati lumi, e chiare Ecclissi,
Splendide Oscurità, tetri Splendori,
Firmamenti in error, Pianeti fissi.

Demoni luminosi, Angioli mori,
Tartarei Paradisi, eterei Abissi,
Empirei de l'Inferno, Occhi di Clori.


BARTOLOMEO DOTTI (1651 - 1713)

lunedì 2 febbraio 2009

Ma...!

"L'eutanasia è una via sbagliata di uscire dalla sofferenza (...) L'amore deve vincere ogni dolore, ogni agonia (...) Nessuna lacrima dovrebbe essere risparmiata al Signore."


dal discorso di Bendetto XVI, 01 / 02 / 2009


E chi sarebbe il Signore per avere degli interessi specifici su una sofferenza tale da impedire persino di pensare a Lui? Qualcuno mi spiega perché il Signore si dovrebbe compiacere della mia sofferenza? In nome di quale ideale?

A me tutto questo sembra solo insensibilità.