martedì 30 giugno 2009

Elegia imperiale

[da qualche parte, a settecentocinquanta milioni di chilometri da Sole. Marcetta trionfale]

GIOVE (solenne) Amici, pianeti, meteore: fate silenzio e udite la parola di chi tiene lo scettro del Sistema Solare.

[silenzio]

Ehm. Come mai non rispondono?
IO (strisciando nella sua orbita) Avranno sentito male, signore.
EUROPA  (idem) Scusateli, signore.
GANIMEDE  (idem) Sono infimi, signore.
CALLISTO (idem) Pietà per gli infimi, signore.
GIOVE (magnanimo) Giusto, giusto. 



AMALTEA (con un piccolo inchino nella sua orbita) Con tutto il rispetto, Maestà: sapete ormai da miliardi di anni che il Sistema Solare è popolato da pianeti strani, che non si rivolgono quasi mai la parola. E così, è normale che quando parlate non vi ascoltino.
GIOVE (perplesso) Ma è per il loro bene. Devono pure ascoltare gli ordini del loro sovrano, altrimenti non potrebbero eseguirli. E' per la mia naturale umiltà che ho la bontà di comunicarli prima, per render loro più facili le cose.
IO  O virtù.
EUROPA  O giustizia.
GIOVE Ganimede, staccati dalla tua orbita e dirigiti verso Urano: ho urgente bisogno che rivolga a me la sua attenzione.
GANIMEDE  Vado, signore. (tenta di staccarsi dall'orbita con tutte le sue forze)
CALLISTO  Che intenzioni avete, signore?
GIOVE (puntando l'indice) Non mi vanno certe sue oscillazioni orbitali troppo audaci. Potrebbe dar fastidio a Nettuno e a Plutone, e io non voglio tafferugli nel mio regno.
EUROPA (sarcastica) Oh, signore, ci preoccupiamo anche dei pianetini?
GIOVE (didattico) Sii più rispettosa nei confronti di Plutone, giovane Europa: egli, esterno, raccoglie e instrada nella sua fascia di pianetini tutti gli asteroidi che la mia magnanima gravità respinge dai pianeti interni, come Marte o la Terra. E dunque anche egli, all'apparenza insignificante, collabora al mio Grande Disegno.
IO (gallinamente) Ma Ganimede non vuol partire!
GIOVE (severo) Ganimede, che hai?
GANIMEDE (in lacrime) Signore, non riesco a muovermi.
GIOVE  (stentoreo) Come no? Non sai più spostarti nello spazio?
AMALTEA (sospirando) Ovvio che no, signore. Come lei ben sa, i pianeti non si muovono da soli: è un complesso e fragile gioco di forze gravitazionali che porta alla stabilità della loro orbita. Al massimo possono correggerla un pochino, ma fine. E' del tutto impossibile che Ganimede prenda e se ne vada su Urano. Al massimo potrebbe farlo se Urano ci passasse a due metri di distanza, e allora non solo Ganimede, ma tutti noi verremmo strappati a Giove. Il destino di un pianeta, chiunque sia, è di andare dove lo portano.
GIOVE  Ma questo non vale per Giove.

[Tebe passa dietro ad Amaltea, in orbita molto veloce]

TEBE  (ridendo) Oggi ti va di perdere tempo col reuccio, Amaltea?
AMALTEA (zittendolo) Buono, tu. Ne parliamo dopo, quando siamo sul lato buio.

[Tebe scende verso i Poli ridendo sguaiatamente]

GIOVE (solenne) Mia buona Amaltea; molto mi deve il Sistema. Con la mia massa, che è superiore a tutti i pianeti del Sole, attraggo meteoriti e pianetini vaganti su di me - ma a me non fanno alcun male - e li allontano dalla fertile Terra, dall'indifeso Marte e dal tormentato Venere. Regolo le orbite di Urano e Nettuno con maestria ed eleganza, e ormai sono miliardi di anni che le tengo stabili. Freno e limito le prepotenze del Sole sul debole Mercurio. Perfino una nova a duecento anni luce da qui ha dovuto chiedere il mio permesso, prima di esplodere.


CALLISTO  Qual era l'oggetto dei vostri ordini, oggi, signor nostro?
GIOVE (dolcemente) Ebbene, mia splendida Callisto, ho preso la decisione di tramutarmi in stella.

[stupore generale]

Immagino come questo vi riempia di sbigottimento, miei cari: ma è tempo di scelte. Avrete ormai osservato che la mia composizione fisica è identica a quella del nostro Sole: idrogeno ed elio. E non vi posso nascondere che nei primi tempi della nostra formazione questo sistema avrebbe potuto diventare binario. Ma io lasciai al Sole l'onore di accendersi e l'eternità dell'indifferenza; e rimasi qui, a badare a tutti gli altri. Finora tutto è andato bene, ma ora sento il bisogno di qualcosa di nuovo, di nuova vita.
CALLISTO  Vita, signore?
AMALTEA (rimugina) In effetti ce n'è pochina. Qualcosa sulla Terra, e un tempo anche su Marte e Venere. Ma immagino che fosse tanto casuale quanto inevitabile.
GIOVE (fiero) La volontà di Giove elimina il caso, mia buona Amaltea. Ora io comprimerò l'idrogeno in me, e produrrò elio: mi accenderò, come il nostro Sole.
IO  E a noi che succederà?
GIOVE  Ho provveduto a tutto, miei fedeli compagni di orbita. Al nostro vecchio Sole lascerò i pianeti tellurici, spostandone l'orbita: e così Venere e Marte ospiteranno, fra milioni di anni, la vita. Alla Terra non accadrà nulla, non se ne accorgerà neppure: avrà solo due soli in cielo, e notti brevissime, e un clima più caldo: ma non sarà egoista davanti ai bisogni dei suoi due fratelli sterili. Voi andrete a far da satelliti a Venere, che non ha nulla.
EUROPA (con uno scatto di vanità) Oh, io non voglio essere il satellite di Venere! Io sono il primo satellite di Giove!
GIOVE (paterno) Pazienza, mia piccola, pazienza. Bisogna saper vedere oltre il proprio piccolo orizzonte. Io mi allontanerò da qui, terrò per me Saturno, Urano e Nettuno, scaldandoli cento volte tanto: asciugherò la loro atmosfera grumosa, scioglierò la loro acqua ghiacciata, e chissà che un domani su uno di loro non rinasca la vita. E così il nostro Sistema avrà calore, luce e acqua ovunque e per tutti.


AMALTEA (rassegnata) Signor nostro, questo vi fa onore: ma siamo pianeti. Andremo dove ci portano altre forze: ma nulla potrà essere deciso da noi.
GIOVE (irato) Giove non è un pianeta qualunque! Giove è l'Imperatore del suo quadrante!
TUTTI I SATELLITI (invasati) Gloria! Gloria!
AMALTEA (secca) Non la gloria: il buio! Non provateci, signor nostro! Non avete abbastanza massa per diventare una stella, e anche se ce l'aveste, non ne avreste quasi nessun controllo. Non tentate, o soffrirete. Ciò che siamo, quello rimarremo, finché piacerà al caso.

[e ripresero le loro regali orbite.]

domenica 28 giugno 2009

Elegia delle cose lontane

[da qualche parte, a quattro miliardi e mezzo di chilometri dal Sole. Pioggia di meteore dalla fascia di Kuiper. Tritone, satellite di Nettuno, prende a oscillare]

TRITONE  Ooops! Per poco non uscivo dall'orbita!
NEREIDE (urlando) Che ti prende?
TRITONE  Cosa?
NEREIDE  Dico: che ti prende?
TRITONE  Ah, scusa, non ti sentivo.
NEREIDE  Aspetta, mi sto avvicinando... ecco. Mi senti?
TRITONE  Ora benissimo, grazie. Com'è che sei già così vicina?
NEREIDE (saltellando nel vuoto) Sono passata accanto al Polo Sud del nostro signore e padrone. Tende ad accelerarmi l'orbita. Ma tu che avevi da oscillare tanto?
TRITONE  Ho incontrato un paio di asteroidi che mi hanno destabilizzato per un attimo.
NEREIDE  Asteroidi? Siamo già più lontani di Plutone?
TRITONE  L'abbiamo appena sorpassato. Mi pare di aver sentito Caronte che imprecava.
NEREIDE  Quei due finiranno con l'impazzire, a star sempre lì da soli.
TRITONE (allegro) Allora, che facciamo? Si fa una gara a chi raggiunge prima l'Equatore?
LARISSA (arrancando sulla sua orbita, da sotto) Non ve lo consiglio. Oggi la Macchia è un po' su di giri.


NEREIDE (curiosa) Vieni da lì?
LARISSA (scrollandosi di dosso ammoniaca) Si, e per poco non ci cascavo dentro. Quel maledetto vortice.
TRITONE  Il nostro signore e padrone ha un'atmosfera poco tranquilla.
LARISSA (borbottando) Roba da matti, che col freddo che fa gli elementi non se ne stiano quieti.
NEREIDE (urlando) Parlate un po' più forte, mi sono già riallontanata!
LARISSA (esaltatissima) Guardate! E' giorno! E' giorno!
NEREIDE  Sono già passate sedici ore??

[alba nettuniana. Una lucina molto densa si accende in lontananza. I satelliti splendono]

LARISSA  Guardate! Guardate! Il sole sulla neve!
NEREIDE  Oh! Come brilla!
LARISSA  Neri, sei sempre stata così storta?
NEREIDE (ride) Eh, sai com'è, a esser di ghiaccio, ci si schiaccia un pochino, dai che ti ridai. (a Tritone che si allontana) Ohè! Tritone, ma dove te ne vai?
TRITONE (accelerando) Cado verso l'equatore! Il nostro signore e padrone ora osserva le stelle, ed io parlerò con lui, già che la gravità mi ci porta.

[scivola lento]

Si, però così mi avvicino troppo all'atmosfera... ih, che razza di nubi, son stracci più lunghi di me... ci vorrebbe un po' di massa a tirarmi su...
ALIMEDE (si incrociano)  Tipo me?
TRITONE  Grazie, caro.


Oh, eccomi sull'altro lato del nostro signore e padrone. Dormite ancora, signore Nettuno?
NETTUNO (piano) Non dormivo, Tritone: buon giorno.
TRITONE (scende nel buio) Signore Nettuno, sono ormai due orbite che non dite nulla e ve ne state al buio. Credevamo dormiste.
NETTUNO  Parlavo.
TRITONE  Con chi, signore?


NETTUNO Con le stelle. Più è lontano il mio interlocutore, più piano mi arriva la sua voce, e meno voi potete sentirlo. E' riposante parlare in silenzio.
TRITONE  Di che avete conversato, signor nostro?
NETTUNO (piano) C'è una grande galassia, che viene ad incontrarci.
TRITONE  Ma pensa. Quale?
NETTUNO (gliela indica) Guarda laggiù, in quel gruppo di stelle. Una è lei, la più fioca.
TRITONE  (la riconosce) Andromeda! E voi potete parlare con lei?
NETTUNO  E' difficile. Tutte le sue parole mi arrivano come un sussurro di neve nelle tempeste della mia atmosfera. Sono sottili come vapor d'acqua e bianche come ammoniaca. Ma penso di aver capito che viene da noi.
TRITONE  Lontano dal Sole?
NETTUNO Non tanto lontano. Direi nei nostri pressi. Sarà uno strano evento. Un po' tutte le stelle di questo lato della Galassia ne parlano. (pausa) Senti? Orione saltella sulla sua purpurea Testa di Cavallo; Aldebaran e Tau Bootis bruciano d'elio; Alpha Centauri danza con le due sorelle, in ellissi eterne.
TRITONE (curioso) Come siete riuscito a comunicare tanto in là, signor nostro? Non era più facile tentare un approccio con i pianeti vostri fratelli?
NETTUNO (dispiegandosi nell'orbita con un'enorme sfera) Ti risulta che rispondano mai, quando li chiamo?
TRITONE  Il nostro sistema è un po' strano. E' silenzioso.
NETTUNO  I discorsi delle stelle saettano da un buco nero all'altro, s'infrattano nelle nebulose, graffiano i fluidi dei soli neonati. Ma che potevo fare io, Tritone, buttato in un'orbita esterna, lontano da tutto, a fracassarmi nel vuoto, e per di più solo? Mi son messo a guardare le stelle. E' una cosa che ti viene naturale, quando sei ai margini di un sistema. Le contavo la sera, davo loro dei nomi, le chiamavo. Ero pieno di gioia. Un giorno mi rispose una nana bianca, impaurita dall'oscurità che aveva intorno, e io le dissi di stare tranquilla. Così cominciò. 
TRITONE  Anche Andromeda parla con voi?
NETTUNO (tendendosi) Andiamo lentamente, ma andiamo bene. Lei, a sua volta, parla con tante cose ancora più lontane, e me le porta vicino, ed io parlo sempre più piano. Voglio sapere cosa c'è più in là di tutti i confini. Oh, presto non sentirò che idrogeno e silenzio. Fin laggiù non vedrò mai. Spero di poter ascoltare ciò che succede.


[e ripresero le loro remote orbite.]

giovedì 25 giugno 2009

Il fatto è che

le molte persone che conosco, e che mi vogliono bene, si potrebbero legittimamente offendere se sapessero - e probabilmente l'hanno capito - quanto poco, a volte, il loro affetto incida sull'onda instabile del mio umore. Ora si innalza, e sono felice; ora si ritira, e sono triste: e non credo dipenda da me, ma neppure da loro. E' che riesco a vedere le cose solo quando l'onda è calma e la battigia piatta.

Ma che io vada in giro a dire di essere solo è francamente offensivo. Lotto per conseguire trionfi che poi non vedo una volta che li ho raggiunti: mi sembra di essere un po' cretino.

Bisognerà, prima o poi, che lo scriva, così da avere una prova di raggiunta lucidità.

domenica 21 giugno 2009

Come dire

Centinaia di volte, nella mia vita, mi sono sentito ripetere di essere spontaneo. Certo, curare lo stile sempre, darsi un po' un tono: ma sostanzialmente, sii te stesso, scrivi di cose che conosci. Nel seguire con serenità ciò che ti interessa troverai una dimensione di agilità e leggerezza e tutti magicamente ti leggeranno.

Basta. Non ci credo più.

Esistono sensibilità che allo stato naturale non possono esprimersi. Non in un contesto umano. Insomma, guardatemi in faccia. Nessuno di voi si è mai veramente goduto i miei post sui dinosauri quanto ho goduto io nello scriverli. Non sono riuscito neanche con lo stile perfettamente livellato, denso e rapido nello stesso tempo, emotivo e distaccato - uno stile di cui mi vanto, il frutto di venti anni di vita - neanche con le mie energie mobilitate al massimo, le mie passioni schierate in campo con la massima sincerità - neanche con tutto questo voi avete capito i miei mangiafelci mentre pensano e vivono. I più si rassegnano nel vedervi celati i misteri della mia involuta interiorità; i meno li leggono con fare divertito pensando a quante cose strane il mondo offra. E invece no, io li scrivo perché godiate a leggerveli, senza retropensieri e controriferimenti, perché i vostri occhi danzino sulla mia bella scrittura. Non lo fanno: non lo faranno mai. Questo mio essere spontaneo è un fallimento.

E Dio solo sa quanti me ne aspettano. Sono stato un bambino solitario e perso nelle sue fantasie. Faccio un'enorme fatica a ragionare per gruppi di persone e mi rapporto veramente bene con due o tre persone alla volta. Ne ho ricavato che non ho il senso dell'umorismo, non so mai cosa pensano gli altri, non so far ridere né dire battute, faccio cose per me insospettabili e normalissime e la gente si caccia a ridere, e io continuo a non capirne il perché, e il mondo mi si squaderna davanti popolato da scimmie sadiche che ridono a casaccio di un filo d'erba, di un cubetto di porfido, di una patatina fritta, di me. Le cose di cui scrivo fanno presa sul mio mondo interiore: per tutto il resto dell'umanità non sono niente. Leviatani, angeli, diavoli, bambole e dei, stelle e giganti, chi sono? Cosa dicono? Vi muoiono davanti, vi strangolano e voi rimanete gelidi. Cosa devo fare per portarmi a voi? Cosa mi manca per tirarvi un ceffone e farvi sentire la pelle che brucia, e pensare "Ecco, questo era Giulione, ho sentito la sua presenza, è vivo, esiste"?

mercoledì 17 giugno 2009

L'acqua, la sera, il buio

chi sei tu

chi sei tu

tu sei simile a me

no, voi due siete simili


"quella piccola testa è la mia, quei denti a tagliola sono miei, è mia quell'anca che mi permette di abbassarmi tanto, sono mie quelle unghie disperate, l'occhio che galleggia, barchetta aguzza in un mare di ambra - la polvere, il sangue della giornata mi hanno portato qui - c'è un disco rotondo incandescente che brucia il collo e la coda - la palude è piena di schiamazzi e acque fracassate - e qualche fruscio di uno che entra in acqua"

io li guardo nascosto sotto il terreno verde ed umido

quell'occhio enorme che scivola come un rasoio sul greto del fiume
quelle orrende anche che si flettono e si contorcono
io non so a cosa pensano
io li odio
mi sono svegliato in preda al sudore del panico, avevo freddo
sentivo un gracchiare acuto, ed erano lì
ed io mi sono fatto piccolo, piccolo...

che sto tra un filo d'erba e un gambo di pianta, a scrutare senza essere visto, e finché non se ne andranno (cosa pensano? cosa pensano?) non potrò dormire sotto la mia terra verde.

giovedì 11 giugno 2009

felicità

Molte volte, guardandomi indietro, mi accorgo che ho recitato una parte per compiacere un pubblico che probabilmente era solo nella mia testa. Quella capacità di osservazione minuta dei gesti e delle espressioni di chi mi è vicino, che fin da piccolo è stato il contrassegno dell'eredità materna (e, lo ammetto, non funziona sempre a dovere come nella sua fonte d'origine), spesso, travolta dalle mie emozioni senza freno, mi conduce a vivere come scollegato da quella realtà sulla quale proietto lo spasmodico desiderio di comprendere.

Fin da piccolo sono sempre stato molto ossessivo: se volevo una cosa, non smettevo di tormentare il mio prossimo per ottenerla, e tutte le mie energie erano dirette a quello. Quando ottenevo ciò che volevo, tutti mi guardavano, aspettandosi che esplodessi in una danza sfrenata, urlando e rotolandomi per terra - perché pensavano che un tale desiderio, espresso con tanta energia, dovesse per forza dar luogo ad una soddisfazione enorme e incontrollata. Mi guardavano, e se non avessi urlato di gioia, avrebbero pensato che non volevo ciò che avevo voluto, che ero incoerente, che ero incapace di capire ciò che volevo. Così sentivo la spinta fortissima a fare quello che si supponeva facessi, e mi rotolavo e saltavo e gridavo. Ne avevo nausea, stanchezza e mal di testa quasi subito, ma mi sforzavo di continuare fino al raggiungimento di un limite di verosimiglianza.

La felicità, in me, si accompagna alla quiete, alla tranquillità, alla serenità. Io non danzo quasi mai di gioia: se mi muovo, è in atto un conflitto, c'è un dovere, un'imposizione. Quando sono felice, sto fermo e contemplo il mondo intorno a me funzionare come deve, le persone intorno a me nel rapporto che vorrei che avessero con me, in un meraviglioso stato di non aggressione e di pace interna - la quiete che mi permette, sola, di pensare e di scrivere. Non ho mai fatto niente di buono quand'ero in ansia o in conflitto. Le cose migliori sono venute quand'ero sereno. E così è quando ottengo una cosa voluta da tanto: cerco di gustare fino in fondo la pace, obiettivo ultimo di buona parte dei miei desideri.

Ho provato a strappare da me questo desiderio di pace, per paura che diventasse - no: che si dicesse che era noia, desiderio di non-vivere, immaturità, egoismo. Ma non ci sono riuscito. La mia vita è al suo scorrimento più docile e dolce quando io scorro con lei, lentamente e in sicurezza, mentre la piena luce della chiarezza invade le cose.

martedì 9 giugno 2009

Poi uno dice la saggezza degli antichi

- Io diventai discepolo di Soteride: fu lui che, quando Nicomede, che distava dal mare dodici giorni - e si era in pieno inverno - desiderava da morire una sardina, ebbene, per Zeus, riuscì a portargli una sardina, e tutti gridarono.
- Oh! Ma questo come è stato possibile?
- Dopo aver preso una rapa fiorente, la tagliò in parti piccole e lunghe: imitando la forma della sardina, le fece bollire, ci versò dell'olio, ci mise del sale ad arte, e sopra le cosparse di quaranta semi di papavero nero: così fece cessare quel desiderio. E Nicomede, mangiandosi la rapa, cantò per gli amici un elogio della sardina. 

Vedi, il cuoco e il poeta sono identici: per entrambi, l'abilità sta nell'inventiva.

Eufrone fr. IV 494 M

sabato 6 giugno 2009

Post all'insegna dell'happening

"In effetti, Giulione, mi sono accorta che prenderti in giro crudelmente non fa si che prima o poi tu ti abitui, impari a riderne e a prenderla alla leggera; peggiora solo le cose, allontanandoti sempre di più dalla serenità."

Brava, Ila. In vent'anni, sei la prima che se ne accorge.

[una serata finita bene, all'incrocio con la mia via]

BABS  Non ti preoccupare, Hulio, io torno a casa da sola.
IO  Sei sicura? Non è che fai dei brutti incontri?
BABS  Ma no, dai. Siamo in via Murri.
IO  Si, vabbè. Metti che accampata fuori dal tuo cancello trovi la banda di disperati in motocicletta che ti squadra e ti urlano "Ciao, figa"...
BABS  E io risponderei: "BAZZA!"

Rector adest. Iubilo consurgite, iouenes, omnes,
Sonitet Iuani nomen et omen: amen.
Nutui terribilis capitis spectabit acerbo
Alma mater: surgunt tempora noua nobis.
Vota precesque tamen digneris soluere, Rector:
Paruis et incipitur uertere Italia.

[...da quanto tempo non buttavo giù distici elegiaci? E per Dionigi, poi...]