mercoledì 31 marzo 2010

Sociopatia

Non mi interessate

Non esistete

Siete oggetti

Ci siete perché mi hanno dato un copione

e mi hanno detto che i colleghi di scena per la prossima festa dell'improvvisazione-a-tema eravate voi. Diversamente, i registi ed il pubblico avrebbero riso di me. E nella commedia della vita io sono attore poco sveglio, ma diligente. Gli ordini, li seguo.

E per quanto mi imbarazzi andarvi dietro

mi è stato ordinato

che noi si metta su (mi avvicino, copione nascosto in tasca, occhio intento, gesti fintamente naturaleggianti, capite bene che il gioco è esteso)

una scenetta come si deve.

lunedì 29 marzo 2010

Suchen

Mi servono responsabilità

Mi servono doveri

Mi serve crescere, correre sempre oltre

canti spettacoli copioni esami tesi scrittura viaggi vacanze serate feste chiamate sabati sera salire in collina a servire da mangiare qualcuno che mi cerchi qualcuno che abbia bisogno di me

mi serve tutto questo, per svegliarmi la mattina, guardare le coperte e fuori dalla finestra il sole e la casa oltre la cima dell'albero

convinto, di esistere

e di avere un (una) fine.

Ecco perché, in un certo senso, non sono mai stato bambino. Perché non sono mai stato del tutto inconsapevole.

Ecco perché, in un certo senso, bambino lo rimarrò per sempre. Ogni mia adultità è in sé stessa morbosa.

[e faccio le prediche ai diciottenni. La pagliuzza e la trave, signori miei]

sabato 27 marzo 2010

Schemi essenziali


Ho paura di te. Tu non sei morto. Tu non morirai mai. I tuoi denti tengono stretti i miei polmoni. C'era un foresta di pietra, e la pietra era verde e traspirava, e si gonfiava e cresceva, ed era umida, e gettava ombre frastagliate. Ti aggiravi dondolando, come una Furia addormentata, in bocca ad un mostro che camminava con gambe lunghe ed a passi distesi. La foresta non aveva fine. Lui era solo e silenzioso, come il dente che è rimasto sulla sua mandibola: gli altri sono rimasti nell'alveolo, a far finta di crescere. Ma dalla pietra non cresce niente. Il mostro guardava la foresta con occhi senza pupille; nella testa non aveva pensieri; nella bocca aveva solo i denti, gocciolanti, lucidi, e la lingua, un torso di carne e sangue. Il dente luccicava, e nel suo bianco arrivò a riflettere un occhio sbarrato. Su quell'occhio sbarrato, una creatura troppo lenta consumò un attimo tanto lungo quanto il tronco dell'albero di cui non potè più nutrirsi. La palpebra di quell'occhio sbarrato calò lentamente, scortata da due gocce di sangue che da ambo i lati ne protessero l'eterna chiusura. Ancora e ancora un artiglio, incastonato in una mano paffuta, sbatteva per terra, attonito per non essere stato usato.

Pensieri del genere mi fanno compagnia la notte.

[si, è una citazione.]

venerdì 26 marzo 2010

La cosa buffa

di tutto questo, è che – ormai da gennaio – scrivo i post almeno un mese e mezzo prima di piubblicarli. A parte questo che leggete, tutto il resto si riferisce ad un Giulione di parecchio tempo fa, emotivamente parlando (le mie emozioni viaggiano ai tre all'ora – adorano fermarsi e guardare il paesaggio, prima di levarsi dalle palle). La mania di pubblicare a programma mi è presa con New York, quando era chiaro che per pubblicare ogni giorno una puntata del mio drammone Il fulmine dovevo affidarmi al fedele automatismo di blogspot. Il che mi ha preso la mano, perché mi sono ritrovato con dei post in anticipo, e poi non potevo certo smettere di scrivere e aspettare di smaltirlo, e quindi... Come direbbe Ilatoppe, sprecate il vostro tempo per un morto. Come risponderei io... lo sa Ilatoppe, e direi che s'è convinta delle mie motivazioni.

Insomma, è così.

[mattine sonnolente]

giovedì 25 marzo 2010

Proviamoci anche stavolta

Va bene, ragazzi, un po' meno casino. Sono sceso di nuovo nel Pozzo! Ehi, mi sentite?! E' il regista, che vi parla! (silenzio) Ooh. Bene. (colpo di tosse) C'è del lavoro da fare. Mi servono i più feroci e appariscenti tra voi, per un lavoro che sto meditando da un po' di tempo.

PLESIOSAURO (curioso) Che tipo di lavoro? Un dramma? Un racconto?

Non saprei ancora, a dire il vero. Lì per lì pensavo a un lavoro teatrale. Sapete che mi vengono discretamente bene, di solito.

ITTIOSAURO (seccato) Ti decidi a scrivere un racconto, omino? Vorremmo che qualcuno si accorgesse di noi, così, di tanto in tanto.

Si accorgeranno di voi quando farete il vostro dovere come si deve, cafoni! Ma si può protestare con il vostro datore di lavoro, nonché locatario?

PTEROSAURO (irritato) E che c'entriamo noi? Mica dipende da noi, il tuo successo. Il regista sei tu. Noi, quello che siamo, lo siamo perché siamo dentro di te – mica l'abbiamo scelto, di non essere capiti dal pubblico.
PLESIOSAURO Se tu avessi nell'anima dei mostri più potabili, o se li scegliessi meglio quando scendi nel Pozzo Oceanico a prenderli, chissà dove saresti adesso.

Voi non siete mostri qualunque. Siete miei. Questo vi rende speciali. Ed io vi imporrò, come tutti quelli venuti prima di me hanno imposto i loro mostri – con pazienza e lavoro duro, perché la gente è pigra, e non si accorge che qualcosa le piace finché non la prendi a ceffoni con la bellezza di ciò che fai. O finché non ti fai un nome, e la costringi a subire quello che fai.

ITTIOSAURO (sbuffando) Ma non potresti piacergli naturalmente?

La gente non vuole farsi piacere le cose veramente belle. La devi costringere. Di suo, andrebbe dietro al primo idiota, credendolo un genio, perché non ha armi, non ha gusto, non ha coscienza di sé. Se noi, lavoratori onesti, non gli dessimo uno straccio di parametri, il pubblico non capirebbe niente, né di sé stesso né di quello che fa. Dunque, al lavoro. Quelli che elencherò si presentino nella corteccia, sezione Elaborazione Testi, entro dodici ore.

[fa l'appello]

martedì 23 marzo 2010

Claustrofobia

Di recente ho avuto modo di osservare una persona in trappola. L'ho seguita per diverse settimane, segnandomi sul blocchetto degli appunti qualche nota interessante. E' un piccolo topo, molto umano.


Le mie osservazioni sono state deludenti. Per lui. Dovunque egli muova un passo, sbatte contro qualcosa, o il piede gli scivola verso il vuoto. Una dopo l'altra, le sue decisioni tornano da lui con la faccia triste di chi si è rotto una gamba saltando un muretto che credeva fosse più basso. Non avverte più il sangue che scorre nelle vene, quando sente una lezione; e non so immaginarmi cosa glielo potrebbe far sentire di nuovo, visto che tra le cose che ha scelto, e quelle che non ha scelto, non sa più quale preferire. Il suo metabolismo si è fatto freddo, e per restare attivo dipende dal calore di qualcun altro. La solitudine lo raffredda silenziosamente, rapidamente – ma più persone frequenta e meno si sente riscaldato. Inutile rivolgersi agli amici, per lui. Mentre gli parlano, si isola; decostruttura rapidamente ogni parola che sente, e i discorsi perdono di autorità e di senso ai suoi occhi. Non può ricevere rassicurazioni – non ci crederebbe; non può ricevere consigli o critiche – li sentirebbe troppo. Sembra, mentre cammina, che vada in giro con due o tre borse dell'acqua calda agganciate sotto i vestiti, perché il suo sangue crolla inesorabilmente verso le zero, mentre chi lo circonda manda dalle labbra la sua serena nuvoletta di vapore.

La mia cura ideale per lui sarebbe una pila iperatomica, dopodiché se la scelga lui, la meta. Ma andare lontano, gioverebbe a qualcosa? Partire, cambiare aria, prima di essersi messo a posto dentro, non gli farebbe solo del male?



Opinioni, eh.

lunedì 22 marzo 2010

Il tappeto inconsueto

Nürnberg, 21. Januar 2010
Liebe Tante Emma,

trotz deiner Bedenken habe ich endlich eine Wohnung in Nürnberg. Sie hat drei Zimmer, die ziemlich klein sind; aber sie ist schön, sehr hell und nicht zu teuer. Möbel habe ich schon einige. Ich habe hier einen geräumigen Schrank, zwei oder drei Lampen, die Mama mir gestern gegeben hat, und einen Herd, und viele Sachen für das Bad; aber ich brauche noch eine Garderobe, weil meine Kleider überall liegen, und viele Sachen für meine Küche. Vor allem, liebe Tante, brauche ich ein Bett, weil ich letzte Nacht auf dem Teppich geschlafen habe. Kannst du mir helfen?

Tschüs,

Giulio.

[bisognava menzionare un tappeto, ma l'esercizio non specificava COME]

sabato 20 marzo 2010

Esistono?

Mi capitò, durante una settimana imprecisata dei ruggenti quindici, di buttar giù alcuni versi che descrivevano una particolare sezione dell'Inferno: quella, cioè, che conteneva una schiatta di peccatori che mi pareva, all'epoca, coincidere con alcuni miei compagni di classe: i Violenti – per – Pensiero.

A dar retta al mio candore adolescenziale, doveva essere un poema in ottave; lascio immaginare che orrendi endecasillabi battessi ai tempi (avevo appena imparato a scriverli); sta di fatto che organizzai tutto in grande stile. La vicenda la narravo io: ero in nave, da solo, in un mare imprecisato, a compiere un viaggio; approdando ad una spiaggia rocciosa, incontravo John Milton (del quale non avevo letto nulla!) che mi informava sulla natura di quella regione infernale e mi avvisava che anch'io spettavo di diritto ai Violenti – per – Pensiero. Non c'erano anime morte, lì, ma anime ancora vive; esse contemporaneamente animavano il corpo sulla terra e subivano una tremenda punizione qui sotto. Cioè, agivano peccando e allo stesso tempo erano consapevoli del peccato e senza un beo stavano sotto le fiamme. Che è poi la natura dell'adolescenza, anche se all'epoca non lo sospettavo.

I Violenti – per – Pensiero sono peccatori che passano in genere del tutto inosservati. Dotati dalla natura di un indubitabile superiorità mentale rispetto al prossimo (superiore intelligenza, sensibilità, attenzione), essi non la rivelano a nessuno; fanno finta di essere semplici, stupidi e impediti davanti a tutta la società; ritengono obbligatorio e inevitabile nascondere la loro superiorità, e questo per il semplice motivo che disprezzano profondamente – per principio – le altre persone, meno intelligenti di loro. Passano una vita da ratti, nascondendosi, pur essendo ben superiori alla media: quando altre persone si rivolgono a loro, dentro di sé odiano, ridono, non ascoltano, compatiscono, ma si dispongono con il massimo sforzo a sembrare inferiori a ciò che sono. E così sono violenti nei confronti del prossimo, perché pur superiori, si negano, radicalmente e senza possibilità di appello; ma la loro violenza è invisibile, ed esercitata unicamente attraverso il pensiero.

Dio punisce questo abominio in molti modi, nel mio poema mai finito; in particolare, una mia compagna di classe, che mi disprezzava, era avvolta in un fiume di sangue; e a chiudere la rievocazione, citerò – per le risate dei lettori – l'orrido verso che le feci dire: Pago in tal rio la violenza mia, con la dieresi su vio.

Ma mi domando:

i Violenti – per – Pensiero, li ho sognati, o esistono?

venerdì 19 marzo 2010

Vacanze

Liebe Margret,

viele Grüße von der Insel Rügen. Ich bin schon zwei Wochen hier, und ich möchte niemals nach Nürnburg zurückkommen, weil dieser Urlaub fantastisch ist. Das Hotel ist mitten im Wald, daher ist es sehr ruhig und ich höre sehr gern das Singen der Vögel. Es gibt ziemlich viel Komfort; die Zimmer sind sauber und nicht zu teuer, daher hat dieses Hotel viele Kunden, aber sie sind nie laut. Es gibt einen Koch und seine Frau ist auch Köchin; sie kommen von der Insel, und ihr Essen schmeckt sehr gut. Es gibt auch ein kleines Orchester, und ab und an kann man tanzen. Das Hallenbad ist geräumig, und hat vier große Fenster, die zum Wald und auf einen Fluss hinausgehen. Ich gehe jeden Tag spazieren: es gibt keine Autos! Abends gehe ich immer ans Meer, dann sitze ich am Strand und sehe die Sterne. Morgen wird Adriana herkommen; sag mal, warum muss ich eigentlich wieder nach Hause?

Herzlich Grüße,

Giulio.

mercoledì 17 marzo 2010

Twins

La modestia della lampada ombreggia e denuncia di luce le minime irregolarità del tavolo di legno. Qualcuno ha allungato il tavolo perché io potessi ricevere un te'; e questa volta sono stato ben attento a chiederlo al latte. Ho scoperto che per i miei bronchi raffreddati è una benedizione. Posso illudermi, come gli antichi, che il liquido caldo scenda direttamente nei polmoni, a bagnarli, a pulirli dolcemente.

Fuori è nero, sotto di me Cesare sta finendo, e i gemelli vanno bene. Vanno quasi troppo bene. Comincio a sospettare che gli amorevoli dizigoti, maschio e femmina, che tengo a questo tavolo di legno lucido, si siano abituati a Cesare a tal punto da ingannarmi sulla complessità delle loro competenze. Questo salotto luccica di silenzio – le parole dei gemelli sono silenziose e basse. Io, dal canto mio, come possedendo il controllo totale, metto lo zucchero nella tazza e osservo il latte che ci cresce dentro, come la polvere di un'esplosione nucleare – strato dopo strato, per geometrie caotiche. Si, tesori, va bene, va bene... Ma c'è ancora una mezz'oretta, e sotto queste sei righe di Cesare mi lampeggia un Curzio Rufo che nelle prime tre righe presenta sei o sette problemi sintattici. Vi aspetto al varco.

Il varco viene oltrepassato come mi aspettavo: con un bel casino. Oh, la calma è assoluta: io non comunico agitazione, sorrido con grazia, corrugo la fronte, e bevo con elaborata lentezza la mia tazza di te' bollente, come al di sopra di un mare in tempesta, in uno strato sereno di etere. Si, lo so che è complicato, perché l'apposizione è messa alla fine. A me risulta naturale, ma giustamente a te ancora no – lo deve diventare – io te lo farò diventare naturale. Trovo curiosa la loro interazione. Lei sembra la più controllata, sa sorridere meglio – e una volta ha afferrato il polso di lui, come a sostenerlo – impacciarlo? – interpretarlo? Lui la osserva e ridacchia pianissimo, a un passo dall'infrasuono, se lei non si ricorda un verbo. Tutti e due tendono a rubacchiarsi le risposte, tendenza che io siluro appena possibile.

Arrivano le cinque; il che significa, che li ho torturati a sufficienza con la sintassi un po' sbronza di questo romanziere sconosciuto. Al prossimo te', quindi.

[somiglia un po' ad uno show autopromozionale, questa roba]

sabato 13 marzo 2010

Madri (2)

Mia sorella e i miei dieci, dodici nipoti saltellano sulle quattro zampe, per superare il fitto sottobosco. I miei pargoli se ne stanno placidi a trottare sotto la mia coda, e ce ne stiamo all'interno del branco, dove stanno le femmine ancora giovani e le nidiate. Eppure io continuo ad essere nervosa.

Mia sorella non è proprio il modello di una che sta attenta alle cose. Se fai il tuo nido accanto al suo per tre stagioni consecutive, te ne accorgi. Non bada alle uova come dovrebbe – si distrae, guarda per aria. Guardatela, come starnazza felice – mentre aspetta che attraversiamo il centro della foresta, per arrivare dall'altra parte. La mandria, in compenso, non sembra del tutto tranquilla, ed io è un'ora che annuso un odore che non mi piace.

L'idea è che quando uno di noi sente o vede qualcosa che non gli piace, manda un urlo: e allora tutti ci mettiamo, come un solo animale, a correre in una sola direzione, più veloci che possiamo. I piccoli sono già tranquillamente in grado di tenere la nostra andatura anche alla massima velocità, e non sono più un freno per nessuno. Ma qui siamo circondati dalle piante, e correre è impossibile. Dall'altra parte della foresta c'è un fiume, dove al massimo potremmo tuffarci – non c'è carnivoro che sappia nuotare.

E' che ho come quest'impressione, che qualcuno ci stia seguendo. E non da poco, ma da giorni e giorni. Qualcuno ci osserva e sceglie con cura il più debole, il meno veloce, il più grasso, il più vecchio, il più indifeso. Qualcuno si sta arrovellando per vincere la nostra allerta. Potrebbero essere tra i tronchi – il loro odore, confuso tra quelli asprissimi del sottobosco, le loro sagome pasticciate in mezzo alla vegetazione – ricontrollo per l'ennesima volta che i miei nati ci siano tutti e siano dietro e di fianco a me – potrebbero essere più di uno, potrebbero essere un gruppo –

e qualcuno di noi forse dovrà

giovedì 11 marzo 2010

Cosa sto facendo?

Quando ho iniziato questa folle impresa che è tenere un blog, non sapevo quando sarebbe finita; a dire la verità, speravo che non finisse. Poi, quando il mio desiderio di scrivere è venuto meno, a settembre scorso, ho creduto che fosse finita per sempre. Poi, all'improvviso, intrappolato dai fantasmi del distacco, quando le emozioni si sono stemperate e le intenzioni sono risorte – ché per scrivere a me servono intenzioni, non emozioni – ho ricominciato. Non so quando finirà di nuovo, né se in seguito ricomincerà. E nemmeno m'importa. Scrivo qui per creare, giorno dopo giorno, lettera dopo lettera,

qualcosa di bello.

Qualcosa di cui godere.

Qualcosa su cui tornare.

Pensate al mare che ognuno di noi è. Pensate ai banchi di salmoni che si agitano, crescono, si infittiscono e si sbattono da un angolo all'altro delle acque sconvolte. Le nostre emozioni non aiutano a scrivere, prese di per sé stesse, perché sono molto egoiste, e purtroppo spesso non parlano che a noi. Pensate al piccolo squalo, che a colpi di pinna fende il banco come un siluro e ne riporta la vita per sé e per quanti da lui nasceranno. Con le intenzioni, si scrive. Le intenzioni sanno dove nuotare, dove andare a pescare, cosa fare di ciò che si è mangiato. Le intenzioni nuotano dritte, col muso a triangolo e la coda che ritmicamente sbatte da un lato all'altro, e ci vedono bene anche nelle acque oscurate dalla notte o per il sangue.

domenica 7 marzo 2010

Gasp

GIULIO (frugando impanicatissimo in un baule contenente i libri impossibili) E questi volumi? Che diavolo sono?
SOCRATE Uhm, quella dev'essere il mio Sulla verità. Sei libri! Eh, c'è voluto un po' – anche perché, santi numi, affidarsi alla scrittura è stato umiliante. Immagino che Adimanto l'abbia fatto sparire. Non ha mai avuto una gran simpatia per il sottoscritto.
CRISTO Per cortesia, non sgualcire il mio Sulla vera divinità. E' in aramaico. Ho dovuto scriverlo anche in greco, perché lo leggessero – vabbé che poi non l'ha letto nessuno, ma... Oh, forse dovevo scriverlo anche in latino. Ma l'avessi mai imparato! Più che altro, vorrei sapere perché nessuno se l'è fumato dopo la mia dipartita.
GIULIO Qui c'è anche un Sull'amore e sull'umanità nuova. Immagino sia vostro, Signore.
CRISTO Puoi scommetterci. Però non è finito – ecco, quello sarebbe stato una bomba.
GIULIO (ansia crescente) Sono allibito, venerabili.
SOCRATE Non crederai mica –
CRISTO – che con tutte le responsabilità che ci siamo presi, non avessimo scritto nulla?
GIULIO E questo qui? Opinioni sul rapporto carnale nel mondo della donna – Ingiustizie e omissioni? Vi siete occupati anche di questo?
JANE AUSTEN (entrando nella stanza) No! Quello è mio. (ironica) Grazie, sorella, di averlo distrutto dopo la mia morte. Mi hai fatto fare la figura della zitella che tu sei stata!
CASSANDRA AUSTEN Oh, insomma. Tu il mio romanzo, nemmeno l'hai voluto leggere!

[opinioni.]

venerdì 5 marzo 2010

Le coinquiline

Gentile locatario,

bisogna dire che con te ci vuole davvero pazienza. Siamo diventate rauche a forza di ripeterti il nostro gentile ma fermo invito – e siamo più che sicure che tu non sia sordo – per cui a te rimane l'umiliazione e a noi il fastidio. Può protrarsi a lungo una simile situazione? Crediamo, onestamente, di no.

Te l'abbiamo fatto vedere più volte, con dovizia di particolari. La tua fervida immaginazione non può non aver colto ogni sfumatura dell'atto e ogni sua motivazione intrinseca. Hai potuto vedere la vasca, il vapore dell'acqua bollente, la luce accecante che dal soffitto entra nei tuoi occhi chiusi, il sangue diluito che indugia e avanza nelle onde microscopiche del bianco oceano, come un predatore che circondi la vittima. La vittima – tu – l'hai pur vista, avvolta nel mantello delle vene.

E' inutile che spegni la luce del bagno e ti rannicchi in un angolo per non vedere. Quello che ti proponiamo è in fondo l'uso più opportuno di un luogo da te sempre destinato, in passato, a scene ridicole. Ti ricordi di quando facevi la doccia al buio, a quindici anni, perché ti vergognavi di esistere – perché ti facevi schifo? Può una persona simile continuare a vivere con dignità?


Non ti fidi di noi? Ma come? Ma se abbiamo la faccia delle persone a te più care. Ma se abbiamo in bocca le loro precise parole, in certi momenti, per quanto un po' travisate. Ma se sfruttiamo i loro limiti per rinforzare i tuoi, e i tuoi per inverare i loro. Eddai, locatario!, vattene – sparisci – muori. Ci è impossibile sopportare anche un singolo secondo della tua trascurabile esistenza. Sogniamo il tuo corpo fatto a pezzi, e la tua coscienza in black out perpetuo. Che possiamo godere il silenzio, una volta tanto. Non puoi vivere, non devi. Se solo tu ascoltassi, una volta tanto. Nell'attesa – che speriamo non sia vana! – siamo sempre

le tue affezionatissime coinquiline,

o – come ci chiami tu –

le Voci.

[ché esser chiamate Furie ci fa un po' tristezza.]

mercoledì 3 marzo 2010

Se avete coraggio, rispondete.

1. Non so cosa tu pensi di me.

1a. Non sono sicuro di aver mai saputo cosa pensi di me.
1b. Nè credo che mai lo saprò.
1c. E' probabile che questo pensiero sia mutato in peggio in un momento che io non posso ricostruire e che a suo tempo non ho né avrei potuto evitare.

2. Qualsiasi cosa tu pensi di me, non sono sicuro che sia buona.

2a. Il fatto che lo sia o meno, non so se dipenda da me.
2b. E comunque, se anche tu pensi bene di me, è assai probabile che tu non sia in grado di comunicarmelo.
2c. Né ora, né mai. Infatti, Il fatto che tu, avendo affetto per me, voglia o possa comunicarmelo, è vincolato alle tue capacità comunicative.

2c1. Capacità che potresti non voler implementare.
2c2. O che potresti non esser capace di implementare. Insomma, non si può obbligare la gente ad andare oltre i propri limiti.

3. Non sono nemmeno sicuro che tu pensassi qualcosa, di me.

3a. E non è sicuro che io possa, un giorno, indurti a pensare qualcosa di me.
3b. Nè, se ciò mai avvenisse, ad indurti a pensar bene di me.
3c. In ogni caso, non bene come vorrei io.

4. Il fatto che io pensi bene di te, non è vincolante ai fini del tuo pensar bene di me.

4a. E del resto, non sono nemmeno sicuro che tu sia al corrente del mio pensar bene di te.
4b. E anche se lo fossi, c'è una buona probabilità che tu rimanga perfettamente indifferente al mio pensar bene di te. In effetti, la tua reazione positiva al mio affetto per te è vincolata ai tuoi tiramenti emotivi.

4b1. Tiramenti che non puoi controllare, trattandosi di emozioni.
4b2. Se anche potessi farlo, sarebbe un affetto inautentico.

In due parole, facevo prima a non conoscerti. Prima; ma non meglio; ed il peso peggiore, a chi è toccato? A me, che ho trovato un essere muto, sordo e cieco, sereno nelle sue grotte e dei suoi laghi sotterranei; o a te, che muto, sordo e cieco, hai avvertito una mano ruvida sul dorso, ad importi un affetto illeggibile?

martedì 2 marzo 2010

Oibò.

BIRENO (wandering alone)
Mild Death, I call thee; thee I pray, 'n' dream of;
And yet I do not love thee. A fierce despise
Thy brother, Love, hath risen into me;
So, remov'd from the latter, did I look
The former for the first. But shall a father
Love his worst son, because the best has died?

[cosa non ci viene in mente mentre nuotiamo.]

lunedì 1 marzo 2010

Futilità

Conosco i miei polli

I know my chickens

Ich kenne meine Huhne

Cognosco pullos meos

madvis^kiraæn vettmi

aædeæ ras^s^iæs^uæja

k£toida toÝc ¢lšktorac ™moà



[se volete aggiungere qualcosa, prego. Morte o vive che siano. Ricordatevi che 'conoscere' è inteso nel senso che se li conoscete prevedete bonariamente le loro mosse]