mercoledì 28 luglio 2010

Paradossi.

Apostolo Zeno, Ambleto, I, 1.

Portici interni della reggia.
Fengone assalito da Sicari, e Gerilda da un'altro lato con Guardie.

FENGONE
Ah traditori! Olà, Custodi, aita.
GERILDA
Al vostro Re? Felloni,
Vi costerà la vita.
FENGONE
Inseguitegli, o fidi, e nel lor capo
Recatemi un trofeo del valor vostro.
Per te vivo, o Consorte.
GERILDA
hhhhhhhhhhhhhhhhhhhh (Iniquo mostro).
FENGONE
Tanto deggio al tuo amor.
GERILDA
hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhDì al mio dovere:
Che in me trovi la moglie, e non l'amante.
FENGONE
Sposa d'un anno ancor nemica?
GERILDA
hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh Ancora
L'ombra vien d'Orvendillo, il morto Sposo
A turbar nel tuo letto i miei riposi.
Quel che stringi, ei mi dice,
E' 'l carnefice mio. Queste ferite
Opre son del suo braccio;
E se no'l vieta il Cielo,
Quel braccio istesso alza già il ferro, e in seno
Già lo vibra d'Ambleto, il caro Figlio.
E tu, barbara Madre, empia Consorte,
E lo soffri? e lo abbraccj? O Dio! Da gli occhj
Si dilegua frattanto
L'ombra col sonno, e sol vi resta il pianto.
FENGONE
Ah! Gerilda, Gerilda,
E quai sonni trar posso
Se non di amor, di sicurezza almeno
A te nemica in seno?
GERILDA
Odi, Fengon. Son tua nemica, è vero.
Bramo il tuo sangue: bramo
La mia vendetta. Esser vorrei tuo inferno
Per dare a me più furie, a te più doglie;
Ma con tutto quest'odio io ti son moglie.

Nel tuo sen, crudel, vorrei
Vendicare il mio dolor,

Ma si oppone a' sdegni miei
Quella fede che ti diede
La virtù, non mai l'amor.
(parte.)

lunedì 26 luglio 2010

Parliamone

Secondo me, mi avete scambiato per qualcun altro.

Non penso di farmi così tante complicazioni come voi dite.

Per esempio, non ho idea di cosa sia la filologia classica. So molte cose, ma non certo quelle. Non chiedetemi di ricordarmi le facce o i fatti di animali morti da tempo. Questo nella vita non mi serve. Distinguo tra quindici tipi di piante; so individuare quelle velenose, e quelle buone; so in quale stagione si mangia il ginkgo; riconosco la forma dei licopodi anche nella semioscurità; so avvertire il profumo di un equiseto a tre chilometri di distanza, e so anche che significa acqua. E non penso nemmeno di averlo imparato. L'ho sempre saputo.

Non so cosa sia cantare. Coi miei simili c'intendiamo a sibili e sbuffi. Quanto alla musica, se sento una pietra che rotola, è un assassino, non un piacere, e devo mugghiare, sbattere i piedi, agitare gli artigli – non applaudire, no.

Dite che se sto troppo su due zampe, il peso degli organi compromette il loro funzionamento? Ma questo me lo dite voi, io so solo che se mi alzo su due zampe, non posso stare alzato a lungo, che poi mi fa male il petto. E non ricorderò il motivo che mi avete spiegato.


Angosce? Ma no, cioè... quando ci sono ci sono, e se se ne vanno, vuol dire che me la sono cavata. Prima o poi ne verranno altre, e poi un giorno non ne avrò più, per sempre. Quando vado in giro per i tappeti di felci in pianura, vicino al fiume, non è che pensi all'angoscia. Penso alla terra, ai sassi, alla felce che mi farà tirare a sera anche stavolta.

Amici? Il concetto è troppo complesso per meritare un'indagine. Sto insieme con i miei simili, perché ci sono, come fossero i sassi in una pianura. Uno cammina e sta attento a non calpestarli, o inciampa e si fa male.


Odio? Si, per forza. Ma non sto a far distinzione. Se mi minacci, chiunque tu sia, avrai i miei artigli. Due sberle, e posso riappoggiarmi sulle quattro zampe. E mi dimenticherò di te, subito.

Morire?

La mattina salgo sulle colline, dove fa più fresco, e mi nutro, e cammino, cammino senza fermarmi. La sera, scendo a valle, al fiume, al lago, a bere, e tutto è rosso e le ombre sono lunghe – spesso vibro un colpo d'artiglio dove non c'è che aria. La notte, mi corico e dormo, in mezzo alle pietre, e sono una pietra – respiro pianissimo e non sogno mai.

Tutto questo un giorno dovrà finire. Ma io non ci penso. Non penso praticamente a niente.

Per questo dico, che mi avete confuso con qualcun altro.


[Als ob das Meer sich trennen soll]