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Quel 12 luglio (III)

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D. La prese male, ne deduco. R. L’ho presa malissimo . Ma qui siamo impazziti tutti. Non si porta mai via il boccone di bocca a un predatore, a meno che tu non sia un predatore molto più grosso. Sennò la paghi. Soprattutto non si porta via il boccone di bocca a uno squalo. Siamo un po’ fiscali su questo. D. E quindi, che fece? R. Ci ho messo qualche secondo per capire dov’era andato, l’acqua era fangosa. Ma eccolo là, in superficie, che regge il corpo della mia preda con la pinna sinistra. Gli vado addosso più veloce che riesco, colpendolo sul fianco destro. Lui scivola in avanti, gli scappa via il cadavere di pinna, ma in quel momento non m’interessa nemmeno più. D. Perché? R. Perché ho visto che le pinne di questo rivale sono molto grosse. Forse c’è del grasso? In ogni caso, dall’attacco per difesa passo all’attacco per fame, e gli chiudo le mandibole là dove la pinna gli si attacca al corpo. D. La coscia, intende dire. R. Come ti pare, m’importa assai dell’ana...

Quel 12 luglio (II)

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R. L’acqua lì era più profonda. C’erano pesci più interessanti. E poi c’era un odore strano, che volevo indagare meglio. D. Vuol parlarcene? R. Ogni volta che passavo sopra quella fossa sott’acqua mi pareva di sentire lo stesso odore che avevo sentito giorni prima, risalendo il New Jersey. Certo, stavolta senza sangue. La mattina del giorno dell’attacco passavo di lì appunto per investigare, e mi capitò di avvistare nell’acqua melmosa, un gruppo di animali che non avevo mai visto. D. Che saremmo poi noi. R. Intende dire che è la vostra stessa specie. D. Sì, scusi, proprio quello. E che ne pensò lì per lì? R. Ma, guardi, io se incontro un animale che non ho mai visto, la prima e spesso l’unica domanda che mi faccio è se è preda, predatore, o nessuno dei due. Certo in quell’acqua torbida ci vedevo male – non male come voi che siete praticamente ciechi, ma ecco, sicuramente peggio che se fossi stata in mare aperto. E per questo non riuscivo a decidermi su cosa foste. ...

Quel 12 luglio (I)

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D. Buonasera signora, grazie ancora per averci concesso il suo tempo. R. Nessun problema. D. Sappiamo che a breve è ora di cena, per cui stringeremo. Lei d’altronde sa già di cosa vogliamo parlare. R. Sì, più o meno. D. Dunque, torniamo con la memoria a quel 12 luglio 1916. R. Ti avviso fin d’ora che io giorni mesi anni non li so. Non so contare e non ho idea. D. Ha ragione, sono stato poco furbo. Allora, torniamo con la memoria a quel giorno in cui lei entrò nel Matawan Creek. R. Sì. Ricordo bene. D. Lei, come ha più volte dichiarato, ha abitato tutta la vita nelle acque costiere a sud del New Jersey. Cosa l’ha spinta a migrare a nord, verso Raritan Bay? R. Le orche. Un piccolo gruppo di orche attaccò e uccise uno squalo, al largo di quella che voi chiamate North Carolina. D. Uno squalo come lei? R. No, un’altra specie, quello nero sopra e bianco sotto. Lo cercavano per il fegato, capisce. D. Lei vide l’attacco? R. No, ma ho sentito l’odore del sangue. ...

Da *Ox*, cap. 18

18 || Un'altra visita. || 07:38-16:45 || Venne la Befana, e Martina tornò a casa. Si ritrovò, appesa sul fornello, una calza piena di dolciumi, e sul fondo un po' di carbone zuccherino. ― Ma questa? ― La Befana. ― Oh, Eugenia. Eugenia gongolò e pensò che avere una figlia non sarebbe stato poi così male. La piccola bastarda le era mancata, mentre era via. ― E mi hai preso anche le gelatine di frutta! Ma la cioccolata? ― Sei allergica. ― Io? No. ― Sì. Ti ho fatto i test. Le bolle venivano da lì. ― E non potevi dirmelo prima di Natale...? ― Non lo sapevo fino a ieri, quando ho guardato i risultati. Sai, ero in vacanza anche io. A proposito, occhio coi dolci. Hai una brutta familiarità col diabete. ­ ― Come lo sai? ― Ho analizzato il tuo genoma. ― Perché l'hai fatto? ― Ho trovato un tuo capello nello scarico della doccia. ― Non eri in vacanza…? ― Ma questo per me è una vacanza. Mi rilassa. ― Eugenia, tu mi fai tanta, tanta paur...