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Dal *Mauretania*

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Pochi giorni prima di diplomarsi all’Accademia – quando sarà stato? Dieci anni fa? – Elizabeth era stata avvicinata dall’Ammiraglio Variam in persona. Era ora di cena, e lei si era attardata a finire di leggere un libro mentre mangiava, con studiata lentezza, il vasetto di crema alla mandorla che quel giorno, chissà perché, passava la mensa. Non che fosse un granché – come tutto quel che usciva da quella cambusa, faceva schifo – ma Elizabeth si era inchiodata a quel romanzo perché voleva finirlo, e già che c’era, perché non finire anche quel grumo di zucchero male impostato. Si accorse che qualcosa non andava quando, sullo sfondo della pagina olografica che aveva davanti agli occhi, non vide più il resto della mensa, i tavoli e i cadetti che vagabondavano, ma la casacca rosso sirena di un alto ammiraglio. Spense il lettore olografico e fece per scattare sull’attenti. Lui fece un gesto, come a dirle di stare lì dov’era. Non si sedette però accanto a lei. La guardò anzi da tutt...

Dalle *Ventisei settimane*, cap. 10

- Fra? - Sì? - Sinceramente, a volte non capisco se quando ti parlo mi ascolti o no. - Perché? - Ogni tanto ti si annebbiano gli occhi, così all’improvviso, e sembri partire per diecimila chilometri. Guardi nel vuoto e non rispondi più. Ti sei fatto mai visitare? - Per cosa? - Per l’autismo. - Oddio, no, mai. Perché, secondo te ho - - Ma no Fra, era per ridere. Anche questa cosa che prendi tutto sul serio. Sei sempre… non so. Terrorizzato. Te lo ha mai detto nessuno? - Mio padre, annuisco con aria mogia. – spesso. Cioè, non spesso, perché ormai lo vediamo poco, però me lo dice ogni volta che lo vedo, e quindi – Come colpito da qualcosa che ho detto, Marcello sulle prime non risponde. - Lo vedi poco, dici? - Bè, non viene spesso a trovarmi ultimamente. - Capisco. Vivi da solo? - No. Con mio fratello maggiore. - Ah. Ma tu sei di qui, no? Non sei fuorisede. - Certo, nato e cresciuto qui. - Bè, e sei già fuori casa? Niente male. Quando te ne sei andato? ...

Quel 12 luglio (III)

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D. La prese male, ne deduco. R. L’ho presa malissimo . Ma qui siamo impazziti tutti. Non si porta mai via il boccone di bocca a un predatore, a meno che tu non sia un predatore molto più grosso. Sennò la paghi. Soprattutto non si porta via il boccone di bocca a uno squalo. Siamo un po’ fiscali su questo. D. E quindi, che fece? R. Ci ho messo qualche secondo per capire dov’era andato, l’acqua era fangosa. Ma eccolo là, in superficie, che regge il corpo della mia preda con la pinna sinistra. Gli vado addosso più veloce che riesco, colpendolo sul fianco destro. Lui scivola in avanti, gli scappa via il cadavere di pinna, ma in quel momento non m’interessa nemmeno più. D. Perché? R. Perché ho visto che le pinne di questo rivale sono molto grosse. Forse c’è del grasso? In ogni caso, dall’attacco per difesa passo all’attacco per fame, e gli chiudo le mandibole là dove la pinna gli si attacca al corpo. D. La coscia, intende dire. R. Come ti pare, m’importa assai dell’ana...

Quel 12 luglio (II)

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R. L’acqua lì era più profonda. C’erano pesci più interessanti. E poi c’era un odore strano, che volevo indagare meglio. D. Vuol parlarcene? R. Ogni volta che passavo sopra quella fossa sott’acqua mi pareva di sentire lo stesso odore che avevo sentito giorni prima, risalendo il New Jersey. Certo, stavolta senza sangue. La mattina del giorno dell’attacco passavo di lì appunto per investigare, e mi capitò di avvistare nell’acqua melmosa, un gruppo di animali che non avevo mai visto. D. Che saremmo poi noi. R. Intende dire che è la vostra stessa specie. D. Sì, scusi, proprio quello. E che ne pensò lì per lì? R. Ma, guardi, io se incontro un animale che non ho mai visto, la prima e spesso l’unica domanda che mi faccio è se è preda, predatore, o nessuno dei due. Certo in quell’acqua torbida ci vedevo male – non male come voi che siete praticamente ciechi, ma ecco, sicuramente peggio che se fossi stata in mare aperto. E per questo non riuscivo a decidermi su cosa foste. ...