venerdì 30 gennaio 2009

Incontri

La siccità di quell'anno fu terrificante. E le piogge tardarono troppo. Eravamo abituati a lievi oscillazioni, non a un ritardo così catastrofico. Cominciai a non riconoscere più casa mia.


Ma non potevo spostarmi. La mia stazza me lo impedisce; peserò un'ottantina di chili, per due metri di lunghezza dal naso alla coda; certo le gambe mi reggerebbero, ma non per una traversata continentale, perché di questo in fondo si tratterebbe, se dovessi muovermi. Ci metterei degli anni. Sono fatto per il sottobosco, io, non per le migliaia di chilometri di deserto. Per quelle ci vogliono maggiori dimensioni, quattro zampe e un passo regolare; io, più che camminare, saltello sui miei avampiedi, che per carità, ci si corre benissimo, ma più di tanta autonomia senza cibo non ce l'ho. Così sono rimasto a guardare mentre la mia valle si svuotava, e i migratori gridavano all'imbocco delle rocce per richiamarsi a vicenda. Una mattina mi svegliai ed ero solo.

Una settimana dopo, arrivarono le piogge. Anche loro, al solito, senza misura. Non so come ho fatto a non annegare... credo di aver avuto il buon senso di arrampicarmi su un albero, e mi sono pure spezzato un artiglio, che è ricresciuto senza infettarsi, per grazia della madonna e della buona stagione. La mia valle ebbe un sussulto e riprese a vivere; la mia fame, anche.


Mesi e mesi di metabolismo rallentato mi avevano ridotto al lumicino. Non so come feci ad uccidere di nuovo; sopravvissi. Non avevo più intorno a me che animali più corti di mezzo metro, e di quelli dovetti vivere; di quelli, e di silenzio. La mattina prima di cominciare a scorrazzare, e la sera, esausto e col petto che mi esplodeva a ogni respiro, scendevo a bere nel lago. Non sarebbe stato male dormire sulle sue rive; la frescura delle sue piante tempera il calore assassino dell'alba; ma da che sono nato, dormo sempre in collina, dove ci sono meno predatori, e non posso smettere di farlo. Anche se non vedo un predatore da mesi.



Quando la fame taceva, correvo da un lato all'altro della mia valle, una macchia verde e gonfia di acqua. E raggiunto l'altro lato, tornavo a riguadagnare il punto di partenza. E poi di nuovo. Vi ho pur detto che a correre son bravo; è vero: non tanto per inseguire le mie prede, che in genere sono più lente di me; quanto piuttosto per dare la polvere al mostro con la bocca lunga tre quarti di me che ogni tanto tenta di saltarmi addosso da un buco nel fogliame. Un colpo di quei denti e mi spezzerebbe la colonna vertebrale. Anche se tra i miei simili mi vanto di essere abbastanza grande, questa cosa è molto relativa. Ma in questi verdi mesi silenziosi nessuna mascella ha strappato il fitto dei rami. E il mio nido sul picco della collina, al centro di un cerchio di tronchi, non ha sofferto troppo per le alluvioni. Spesso gironzolo intorno alla cascata vicina, per vedere se qualche pesce è a portata. Sto imparando a pescare. Non è così difficile, basta usare le mani. Gli artigli fanno il resto.


Più passava il tempo, meno mi soccorrevano le consapevolezze antiche. La macchina del mio corpo non funzionava più: avevo nausea e debolezza la mattina, e faticavo ad alzarmi in piedi. Nella corsa, la coda non si irrigidiva più così bene, come deve fare, per farmi da contrappeso. Un giorno scivolai su un sasso vicino al fiume e per lo spavento avrei dovuto ruggire, ma dalle mie fauci non è uscito niente. Cioè, qualcosa è uscito, una specie di colpo di tosse. Si, lo so che ruggire ha senso quando sei dieci o dodici volte più grande di me, ma i miei versi avevano sempre avuto un che di rispettabile, almeno per le creature del sottobosco.

E poi la solitudine. Sono solo da quando sono nato, è assurdo che io mi sentissi privato di qualcosa. All'inizio pensai che fosse semplicemente fame - in fondo la valle si era svuotata - poi fu chiaro che era noia. E correvo e correvo, e non bastava più, e non ero più semplicemente indifferente. E l'azzurro della mia testa e il verde di ghiaccio del mio corpo si confondevano e si separavano mentre mi specchiavo nelle eterne albe del lago. Vedevo due piccoli occhi annegati nell'ambra rossiccia, ed una pupilla nera, sottile come un dente. Un giorno compresi che quella faccia era la mia, e presi a correre nella direzione opposta. Mi tuffai giù per il ripido pendìo di una collina, dove non c'era un metro di terreno piano, solo arbusti, rami, pietre, tronchi. Ma io so correre bene, non peso nulla, e il terreno mi scorre sotto come rallentato. Gamba - piede - coda, gamba - piede - coda, un passo, un altro, un altro ancora, salto sopra un roveto, atterro sul morbido - e lo sapevo - e ricomincio, e prendo velocità. Sto inseguendo qualcuno, e me ne accorgo solo adesso. L'istinto è tornato? Una piccola goffa creatura rotola giù per la collina tentando di sfuggirmi. E io so benissimo cos'è. La conosco. Io sono il terrore di quelle come lei. Arrivati sul piano, la creaturina ebbe un istante di indecisione su dove fuggire, e io con tutto me stesso saltai, e la coda fu rigida come doveva nel salto, e le mie mani si protesero, e la mandibola con uno schiocco si spalancò, e io dovevo uccidere ancora. E mi vidi a nutrirmi di lei.

Mi vidi; ma l'istinto non è così affidabile come speravo. Stavo per avventarmi, e la creaturina non si muove, no, sono io che di colpo mi fermo.

Ho sbattuto contro qualcosa. Qualcosa di morbido. Gli occhi si serrano, agito a vuoto gli artigli, sento la creaturina che scappa. Dio, nella mia furia scannerei qui anche il mostro della grande bocca. Chi mi ha tolto il pane dalle mascelle? Chi si è permesso di impedirmi di tornare alla mia vita? Chi? E' qualcosa di filiforme a bloccarmi. Qualcosa di riccio, che vaga ondivago attorno a me - mi annoda gambe e braccia - con delicatezza stringe il mio collo, e sfrega sui miei fianchi con la sicurezza della gabbia.

Riaprendo gli occhi, non c'è intorno che foresta.


Ma là in alto, sulla vetta di un ramo, qualcuno sta sussurrando. Ah, si. Lo sento benissimo. Se solo capissi cosa sta dicendo. Il fatto è che non sono abituato a guardare sopra di me. Il mio sguardo è fisso al suolo, a scovare tane di cinodonti, tracce di arcosauri minori, di stagonolepidi, di desmatosuchi; osservo con timida ferocia l'intrico delle fronde per trovare due occhi enormi di rauisuchide che mi fissano, o la sagoma di un dicinodonte, o di un piccolo rincosauro che ficca la testa tra le radici delle felci e banchetta con chiasso. E' da terra che viene la mia esistenza. Ad essere onesti, per costringermi a guardare in su ci vorrebbe una fame mostruosa e una libellula distratta che planasse intorno a me. Così, ci metto un po' a incrociare il collo fusiforme e a protendere la bocca verso l'alto. Sulle prime, dove sentivo sussurrare, vedo un ramo e la Luna.


Solamente la Luna. Un disco nebbioso e remoto. Era lei che mandava quel piccolo soffio? Si e no. Guardandola bene, tra lei e il ramo dell'albero, una sagoma appariva e spariva e rifioriva e appassiva e illiquidiva e fumava, concreta, di nuovo. Era, la sua forma, non tonda, ma dolce. Il profumo dei capelli ricci ritornò, e capii. Li vedevo oscillare al poco vento. Mi avevano fermato loro. Mi aveva fermato lei. Ebbi vergogna, ed un profondo scoramento. Sedeva, serena. Aveva due gambe, come me; due braccia, come me; una testa, due mani, due piedi, nessuna coda. La pelle calda e scura, ed io ero caldo, ma meno di lei; colorato, ma con più freddezza. Correva come me, meno veloce, forse, meno allenata al salto, ma in lei nulla era proteso ad uccidere. Si, balzò giù dal ramo e si mise a correre nella foresta ridendo. Rideva come una pazza. Io non so cosa voglia dire ridere, non credo di avere neppure i muscoli adatti; la mia bocca è fatta per intrappolare le risate degli altri. Cerco di spaventarla, soffiando, spalancando le mascelle, mostrando i denti. Lei ride. Non posso guardarla in faccia. Che magra figura, i suoi occhi sui miei. Cosa le dice la mia pupilla - fessura, l'ambra rossiccia che sparisce a intervalli dietro la mia palpebra azzurra, le striature nere della mia testa? Un colpo di quegli occhi tondi, larghi, incandescenti, mi procura uno strazio tale da farmi abbassare la testa.

Non ruggisce, quando apre la bocca. Emette suoni fin troppo limitati e netti. Credo mi stia chiedendo se sono fatto di acqua anch'io, come lei; se anch'io osservo le bolle che si innalzano sullo stagno bollente, e mi ci vedo dentro, se questa valle è la mia bolla, come per lei il suo mondo. Io non capisco, e se capisco, non so cosa rispondere. I miei occhi evidentemente le parlano - le chiedono chi sono. Ma neppure lei risponde. Hap Collins; credo si chiami così. Io che dieci giorni fa non sapevo neppure cosa fosse un nome. E continuerò a non averne uno.

"Vieni con me." dice. Il cielo si spacca in due. Vedo cose ad una distanza che non concepirò mai; quasi si apre in due la mia testa dal dolore e dal panico. Lei mi è vicina e lontana; la sua mano paffuta, dalle piccole dita innocue, dalla pelle scura, dalle piccole unghie, afferra le mie quattro verdi azzurre dita artigliate, accarezza il suo dito la mia unghia assassina, dalla base alla punta, sporca forse ancora di sangue e di terra - l'altra piccola tenera mano graffia senza odio lo spazio senza guancia tra il mio occhio e la mandibola, e io chiudo entrambi gli occhi, e la spaccatura si apre ancora di più. Così, devo andar via anch'io.


E in quella luce terrificante, quando riaprii gli occhi, scorsi, a pesarmi sul torace, l'ombra immane di una città, di una piana arsa dal sole, di due fiumi. Lì, lì fui portato, mano nella mano con Hap Collins. E lì tutto ricominciò.

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