giovedì 12 febbraio 2009

La macchina

Tutte le storie che racconto cominciano con la stessa scena, nella mia testa: un teatro affollato, dieci minuti prima che si alzi il sipario. Io sono nel buco dell'orchestra, meditabondo, che guardo la gente sedersi, alzarsi, chiacchierare e sovrastare gli strumenti che si accordano.


Voglio raccontare qualcosa a questi spettatori. Per me non ci sarebbe niente di più divertente che spingerli a levarsi la bauta, a smettere di provarci con le coriste, a piantarla di giocare d'azzardo nel ridotto, e a costringerli a guardare la scena, cosa che fanno terribilmente di rado. Voglio che stiano fermi a guardare. Voglio che subiscano quello che devo dire loro, e che ne provino pietà e terrore. Certo il compito non è facile, e gli spettatori un po' contorti. I vecchi manichini li annoiano, ma sono convinti della loro validità, perché in scena ci son sempre quelli; e pagano la loro convinzione ignorandoli da generazioni, nel profondo. 

Ma i miei manichini, saranno pronti per la scena? Dovrò mettermici d'impegno e presentare qualcosa di decente partendo da... che ne so, questo:


Al momento non so nulla di questi quattro, escono vuoti dalla mia fantasia. Ma forse, se riempio le loro giunture di olio, cammineranno, docili al filo, senza scricchiolare. Forse, se muovo meglio l'argano, il cielo di legno azzurro, trapunto di stelle, girerà con meno sforzo, e con soavità porterà il suo moto agli altri cieli di carta che ho costruito. Forse la macchina funzionerà se il pubblico si aspetta che la donna dica qualcosa, e invece la dice uno dei due uomini, o il nano. Forse qualche mare in tempesta, o incendio di pianura, o esplosione nucleare, insaporiranno le mie piccole parole.

Troppo tardi per pensare ancora. L'orchestra ha attaccato la Sinfonia Avanti L'Opera. Quando l'ultimo accordo sarà suonato non avrò più scuse; dovrò davvero inventarmi qualcosa.


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