lunedì 30 marzo 2009

Immaginarseli vivi (5)

[scena: spiaggia dell'isola di Corvo, nelle Azzorre. Saremo più o meno nel 600 avanti Cristo. Oceano Atlantico, a metà strada tra Europa e America, proprio sulla dorsale medioatlantica. Giornata estiva assolata, un po' ventosa. Dodici triremi di Cartagine sono ferme a mezz'acqua: una frotta di scialuppe si è spiaggiata e ne scendono rematori, schiavi, ufficiali, tecnici, soldati. Su uno sgabello, Amilcare e Magone consultano un rotolo di papiro che è una carta geografica]

ANNONE  Più la guardo e meno ci capisco. A rigore dovremmo essere qui (indicando un punto fuori della cartina). Tu che dici, Magone?
MAGONE  Dico che adesso ti butto agli squali. Tu, e quel fesso del timoniere della mia nave.
ANNONE (carezzevole) Dai, vecchio mio. Non farti prendere dal panico.
MAGONE (esasperato) ...SVEGLIA, Annone! Ti sembra che io possa stare tranquillo? Hai presente che siamo in mezzo al mare esterno?
ANNONE  E con ciò?
MAGONE (gesticola) Le nostre navi non sono adatte a questo mare. Le onde sono troppo alte. Nel viaggio di ritorno, sempre che capiamo da che parte sono le colonne di Melkhart, la prima onda un po' più grossa del solito e la trireme andrà in pezzi. Ci toccherà restare qui per sempre!
ANNONE (ridendo) Non sarebbe poi tanto male. Hai calcolato la rotta di rientro?
MAGONE (rimugina) Mi serviranno le stelle. Aspetteremo stanotte. Per Tanit!... Che ansia.

(arriva Amilcare con una cesta di frutti)

AMILCARE  Poco rompere, Magone... risparmia le forze per navigare. Ecco, senti questa frutta. E' buonissima.

(i tre masticano)

ANNONE  Buona! Dove l'hai trovata?
AMILCARE  (indicando un punto) Là.

(si incamminano oltre la spiaggia. Intorno a loro, una frotta di marinai sta scaricando tende, accendendo fuochi, raccogliendo provviste e piantando pali per fare una rozza ara.)



AMILCARE (dopo un po' di silenzio rotto solo dalle grida in punico dei lavoranti e dal vento sul mare) Che spettacolo, eh?
ANNONE  Vero. Mi ricorda certi angoli della Mauritania, su sulle montagne.
MAGONE  Chissà. Lì è pieno di vulcani.
AMILCARE  Bè, questo è un vulcano, praticamente.
ANNONE  Magone, secondo i tuoi calcoli potrebbero esserci altre isole come questa?
MAGONE (indica il mare) Nei dintorni, di sicuro: ce ne è una a sud, l'abbiamo avvistata prima in ricognizione con le liburne. Poi, verso est, altre. Ma direi lontane. Il mare qui nei dintorni ne rivela la presenza: il fondale sembra più basso, e ci sono rami, tronchi e fogliame che galleggiano qui nei pressi; e uccelli che di sicuro hanno il nido non lontano. Probabilmente incontreremo delle isole nel tentativo di tornare verso le colonne di Melkhart. Il che non sarebbe male.
AMILCARE (perplesso) Ma se siamo venuti da lì, come mai non le abbiamo incontrate?
MAGONE (seccato) Si, sarei curioso anch'io di capirlo, visto che il qui presente capitano, d'intesa con il timoniere, non ha ancora avuto la buona grazia di spiegarsi.
ANNONE  Di necessità virtù, cari. Ricorderete che dovevamo circumnavigare l'Africa, no?
AMILCARE  I suffeti sono stati chiari. Avevano preso accordi con l'Egitto, perché ci accogliesse al nostro ritorno. Sembrava facile: i Fenici al servizio del faraone Necho l'hanno pur fatto.
ANNONE (ricordando) Però, arrivati alla foce di quel grande fiume proprio sotto il deserto dei Mauri, siamo scesi a terra e ci hanno attaccato quei grossi gorilla.
MAGONE (mani nei capelli) Non me lo ricordare. Metà delle scialuppe distrutte.
ANNONE (cupo) E dopo questo, abbiamo incontrato una serie di forti gorghi. Tornare indietro non riuscivamo, andare in avanti era un suicidio: così ho fatto la cosa che d'istinto farebbe chiunque: ho rivolto la prua verso l'oceano.
AMILCARE (allibito) Senza sapere dove andare?
ANNONE  Abbiamo preso un vento buono, e non ci sono state tempeste.
AMILCARE (colpito) L'abbiamo rischiata enorme! 
ANNONE  L'alternativa era morire. Un buon commerciante non muore a casaccio. Tantomeno un Cartaginese.
MAGONE Sta di fatto che dopo un mese di navigazione senza vedere un filo di terra siamo arrivati qui. Ho calcolato più o meno a spanne che giro abbiamo fatto: dovremmo aver imboccato uno strano percorso in diagonale rispetto alla costa dell'Africa. La distanza rispetto alle colonne di Melkhart, però, la ignoro.
ANNONE (battendo una mano sulla spalla nel navigatore) Lo scopriremo solo navigando, mio buon Annone. Quindi tu fai i tuoi bravi calcoli in tutta calma, perché qui rimarremo almeno una settimana buona: e poi, quando sarai pronto, ritorniamo a Qart Hadasht.

(il sacerdote di Melkhart suona un timpano. Tutti accorrono alla rozza ara di legno. Il sacerdote vi brucia alcune offerte, piante e frutta: tutti gettano sul rogo un gioiello, un pezzo di metallo, di cuoio o di stoffa)

ANNONE  Amilcare, hai visto per caso qualche resto umano, nel tuo giro sull'isola?
AMILCARE  No, perché?
ANNONE  Così. Sai che secondo le leggende l'eroe Melkhart arrivò fino all'estremo occidente.
AMILCARE  Si, ma dissuase chiunque dal superare le sue colonne.
ANNONE  Ma l'estremo occidente lui lo vide: e mi sa proprio che è questo. Pensavo che magari aveva lasciato un messaggio.
MAGONE  Come no. "Ai coglioni arrivati fin qui: spero che vi divertirete, in fondo al mare, nel caldo abbraccio di uno squalo. Che Baal vi assista!"
AMILCARE  Come sei tragico, Magone.
MAGONE (sbuffando) Bah! Sono pragmatico, io. Dico quello che penso perché in genere è vero. Ma alla fine della settimana avrete il vostro stramaledetto calcolo di rotta. Sono pur sempre un Cartaginese.
ANNONE (sospirando) Una settimana! Penso proprio che girerò l'isola in lungo e in largo. Non cammino per terra da mesi.
AMILCARE  Io mi farò mettere una tenda sotto quell'albero e dormirò.
MAGONE  Occhio, signori, a non affezionarvi troppo. E' vero che qui si sta bene: ma non tocca a noi viverci.
ANNONE  Magari potremmo portarci qualche colono.
MAGONE  Magari state zitti, visto che stiamo adorando Melkhart.

(vicino all'ara, Magone mette un cavallino di legno e getta a terra alcune monete, per pagare al dio dell'isola il prezzo della permanenza e il tempo sereno. Finito di pregare, si disperdono ognuno per le proprie occupazioni. Annone recupera da una scialuppa la sua tavola di bronzo e incide il resoconto dell'ultima settimana di viaggio. Al ritorno a Qart Hadasht, la appenderà nel tempio di Baal Hammon: qualcuno la copierà, e oggi noi abbiamo il Periplo di Annone.)


Riti

Credo di aver passato interi anni della mia vita - scaglionati qui e lì - ad osservare le altre persone in cerca di qualcosa, senza dire una parola. Vero che potreste dubitarne: primo, sapete bene che sono logorroico; secondo, qualcuno di voi obietterà che delle persone di norma non capisco un tubo. Ma io parlo di osservare, non di capire; e sulla stupidità sociale ho già detto quanto era necessario.

Ci sono certi comportamenti che mi lasciavano completamente di stucco. Come a uno cui viene chiusa all'improvviso la porta in faccia - nel momento in cui, in sala, intravedeva una festa.

Ad esempio, al ginnasio, una cosa che le mie compagne facevano spessissimo. Voi capite che a quindici anni le ragazze erano, nel mio cervello, un rebus da sciogliere giorno per giorno; una lingua morta da decodificare; un'eterna arrampicata giù per un abisso erràtico, che cambiava sempre posizione. Ebbene, se era caldo, e una mia compagna voleva levarsi la maglietta di sopra - e sotto aveva una maglietta più leggera, sotto ancora biancheria - faceva l'atto di tirarsela su; ma ovviamente la maglietta sopra sollevava anche quella di sotto, e cominciava a intravedersi uno spicchio di pancia. Tanto bastava perché l'amica di turno tenesse ferma la maglietta di sotto, permettendo alla compagna di levarsi la maglietta di sopra senza esporsi.

Questo rito tra ragazze mi lasciava una doppia amarezza. La prima, più banale: siate generose, lasciateci vedere qualcosa - il resto si ipotizza, ma quantomeno sarebbe bello fondare le proprie ipotesi su un presupposto carnivoro, carnale, carnoso, insomma: visibile. La seconda, più fine: un senso di esclusione. Poter vedere, con interesse ma in fondo senza scenate, le forme - per carità, protette da sguardi troppo profondi - di una bella ragazza avrebbe significato intimità, consuetudine, tranquillità; non sono in gara per conquistarvi, capirvi, possedervi o quant'altro, posso confrontarmi con voi senza ansie e senza dolorosi errori. Posso guardarvi senza violarvi. Soprattutto posso essere accettato da voi e voluto bene. Invece la compagna che tiene giù la maglietta mi dice due cose. Mi dice che non vuole che io guardi la sua amica; la sua amica la guarderà solo chi verrà approvato da loro due, e io devo tenere le mie irriverenze per un'altra sfortunata. Mi dice inoltre che lei, e solo lei, è veramente intima della sua compagna; io verrò dimenticato nel giro di pochi mesi, o verrò considerato con indifferenza.

Così, quando una mia amica all'università ha fatto per togliersi la maglietta, e io con la massima naturalezza le ho tenuto giù la maglietta di sotto, e lei mi ha detto "oh, grazie"...

...bé, mi sono detto che qualche progresso l'avevo compiuto.

domenica 29 marzo 2009

Quelle parole

Ho nutrito, tra i tredici e i quindici anni, l'ambizione di scrivere un romanzo. Centoventi pagine di Don Farnace mi sembravano solo l'inizio. Convintissimo che ce l'avrei fatta, curavo la prima pagina con il titolo in rosso, grassetto e carattere 72, dividevo tutto in parti e capitoli, e cominciavo a scrivere le prime righe. L'incipit lo curavo tantissimo, perché pensavo che anni dopo, conclusa la fatica, sarei tornato con stupore all'inizio del mio lavoro, e avrei pensato: "Però. Chi l'avrebbe mai detto che queste piccole parole preludessero a tanto". Avevo in mano una storia molto vaga, dei personaggi, e un po' d'intreccio e di significati lussureggianti. Qualche mese dopo mi veniva meno la voglia e m'incagliavo.

Perché? Forse a quindici anni non potevo pretendere la costanza di un progetto simile, o un'idea talmente forte e una voglia così prodigiosa da permettermi di stare alla scrivania per anni sullo stesso lavoro. Le mie idee e le mie storie finivano per sembrarmi inverosimili e remote. E soprattutto, a nessuno saltava in mente di darmi una scadenza. Di quegli anni e di quelle centinaia di pagine e di brani riciclati, riscritti, ampliati, mi restano tanti incipit. Ad esempio, quello che descrive la giungla di Anacreon:

"Sorse il sole, e compì un quarto di giro fino a quando si udirono i primi palpiti della vita animale.

Quell'astro così grande, dal nome ignoto e dalla grandezza mai stabilita, iniziò a gettare ondate e ondate di luce e di calore, a guisa di una febbre violentissima che scosse tutto il continente; mostrava contemporaneamente un pallore quasi eburneo, e un giallo intenso e pesante, imperscrutabile; la corona solare era inquieta, come tutte le mattine, e pareva infocata come infocata e umida era la trasparente etra della foresta pluviale."

Oppure questo, più tragico: "Buio. Il Vuoto era buio."  A cui seguiva, nel primo capitolo, questa disgrazia: 

"Nemesis brillava e viveva dimostrando costantemente il suo splendore. Era una stella nana gialla, tendente ad un giallo chiaro quasi bianco e leggermente schiacciata ai poli, molto longeva.
Immersa nel Vuoto, lo allontanava e ne squarciava la veste con una furia febbricitante tipica delle stelle bianchicce ma non delle nane gialle. Facole altissime, fiammate, schizzavano dalla superficie lanciando grappoli di materia fluida incandescenti, e ricadendo poi sulla superficie a chicco di riso, percorsa da macchie bianchicce e giallognole e da bolle laviche."

Tra un capitolo e l'altro, in un lavoro che venne dopo, credo di aver piazzato persino delle ottave di raccordo. Insomma, quello che mi rimane di quei lunghissimi anni è una serie di inizi, mai conclusi; fantasmi, impalcature senza corpo, fondamenta rachitiche per fumose cattedrali di ragazzino. 

Quando riuscirò a finire un romanzo, probabilmente lo consacrerò alle Erinni di questi poveri morti mai nati.

memorie di un fesso

Con l'aiuto di mio nonno, sono riuscito ad identificare il mio primo ricordo; o almeno, uno dei due o tre che sono sicuro essere i primi. Dovevo avere due o tre anni. C'era un cortile circondato da palmeti. E c'era questa macchina enorme, una Lancia, che aveva una marmitta dorata e per di più luccicante. Così mi rannicchio tipo granchio e la tocco con un dito - non ricordo quale, forse il pollice? Ma scotta, e comincio a piangere. Nonna Pia mi prende in braccio e mi porta vicino ad un rubinetto attaccato ad un muro, dove mi sciacqua con acqua gelata. Nonno ha confermato che a Palermo avevano una fontana nell'atrio della loro casa.

E' venuto prima questo, o vedere mamma e dada che scendono dalla Panda scassatissima nel vicolo dietro al nido, e io son lì che le guardo e le aspetto? O forse io che divoro una pizzetta e la maestra di turno mi rimprovera perché faccio casino ogni santa volta che mangio? Ma ricordo anche certe notti in cui mi svegliavo convinto che all'altro capo del mio letto sarebbero comparsi una figura nera, piccola e aguzza, con due occhi gialli come tizzoni.

Chissà.

martedì 24 marzo 2009

Per non dimenticare

Cosa mi manca nella vita:

1. studiare tedesco (anche solo per leggerlo)
2. studiare l'ittito
3. rinfrescare l'accadico
4. imparare a scrivere una sceneggiatura e / o una fiction
5. studiare armonia
6. imparare a scrivere racconti
7. prendere appunti per un romanzo
8. vedere le Azzorre
9. cercare sempre nuove amicizie (ma questo era un proposito per l'anno nuovo)
10. abituarmi al fatto che dovrò andarmene

[e vi prego di rinfacciarmeli tutti, in futuro]

Non io,


non Anna Comnena: non sarò relegata in un monastero mentre il Celto ubriaco e il Turco fortunato banchettano nelle nostre città. Datemi un dromone, una bocca da fuoco, datemi l'esercito del Catepano d'Asia: sono io la sovrana del mondo e di Bisanzio.


[A Bisanzio! storia di Anna Comnena Imperatrice dei Romani. Uno spettacolo di Lucilla Giagnoni ed Emilio Sioli. Con: Lucilla Giagnoni e Janos Hasur (violino). Consulenza testuale: Paolo Cesaretti. Musiche: Paolo Pizzimenti]

domenica 22 marzo 2009

Godiamo e pecchiamo

Ho appena trovato un nome fenomenale per un'ipotetica figlia futura. Tralasciando Sara, Marina e Benedetta, che già mi piacevano molto...

...volete mettere EMILIA?

Sa così di verde, di pianura assolata, di ruscelletti. Poi, per me che canto, pensate all'utilità di quella vocale centrale tonica seguita da liquida: i gorgheggi che non mi permetterebbe: ..."EeeeMIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIlia!", ululerei come un idrante colpito da una mazza da baseball.

[si: ho usato il mio blog per un brutale intermezzo di comunicazione inutile. Si, sto assecondando il declino della vera comunicazione, e ho per un attimo sostenuto la chiusura dell'uomo nel suo cubicolo con piccì al seguito. Si, un giorno questo mio atto porterà a sei miliardi di persone che scrivono sul proprio blog e si leggono da sole, e ognuno legge solo il suo.]

Ma vai al diavolo, Riotta.

L'osservatore

Quando leggete un libro, come vi ci rapportate? Vi calate nell'ambiente? Ci costruite fantasie sopra, con voi come personaggi? Andate in sintonia coi personaggi e sclerate con loro? Non ve ne frega nulla e osservate come va a finire? Soffrite? Godete?

Io, appunto, leggendo un libro, mi ci immergo e osservo. Ma non faccio parte della storia. E' come se mentre voi parlate dei fatti vostri, un tizio che non c'entra nulla, e che voi non vedete, andasse a scrutare come vi muovete, che lingua parlate, come vi vestite, dove abitate, cosa tenete nel comodino, a caccia - inspiegabilmente - di particolari anche cretini, ma dal suo punto di vista assolutamente indispensabili per capire di che state parlando e perché. 

E' anche ammesso - anzi, incoraggiato - che io porti il libro nella realtà. Parlo coi gestofonemi, come le Yilanè, e ogni tanto mi verrebbe da insultare qualcuno dicendogli che 'è peggio di una fargi yiliebe'; impreco con 'o' + genitivo come in greco; rimprovero Emilia Molteni per la sua cocciutaggine selvatica, prenderei volentieri a calci Adrian Leverkuhn e faccio ad alta voce domande a Margaret Schlegel quando non capisco perché fa quello che fa. Ormai, attacco a tutti quelli che conosco l'onomastica Regency. Se lui e lei sono baronetti, 'Sir' + 'nome' (se lo nominiamo per al prima volta, anche + 'cognome') e 'Lady' + 'cognome' (anche qui, se la nominiamo per la prima volta, ci può stare il nome). MAI INVERTIRLI. 'Lord' + 'cognome' SOLO se non è sposato, e mai eccedere; eventuali titoli nobiliari aggiuntivi vanno prima di quello del baronetage, e tutt'al più il figlio o la figlia di un baronetto prenderà l'attributo 'onorevole' + 'mr.'/'miss' eccetera eccetera. Esempio: Sir Charles (Lyndon), la Viscontessa Lady (Ottoline) Morrell, l'onorevole miss Carteret.

Ma, voi direte, non ci sono baronetti in Italia. Vero. Così attacco il titolo ai personaggi delle mie storie. Ecco come quello che leggo influenza quello che scrivo.

sabato 21 marzo 2009

Yeah

Se guardate in http://lnx.dittaferrara.it/epress/index.php?option=com_content&task=view&id=1166&Itemid=87 troverete i risultati di un concorso cui partecipai con un breve racconto, mesi fa:

"Di seguito invece riportiamo la lista dei racconti che sono presenti nel volume Letteraria 2008
 
...
15 - Una donna di Giulio Iovine.
..."

Standing ovation per Elisa Daniele, che è co-autrice ed è stata da me dichiarata come tale, ma i cornuti non l'hanno inserita tra gli autori.

Bè, dai. Finalmente qualche briciola.

sabato 14 marzo 2009

Parrucchieri

Nel distribuire volantini in una grigia ma calda giornata di marzo, ho avuto l'intuizione. Nelle precedenti volantinate era rimasta a livello casuale, ora emergeva con la potenza della teorizzazione. Distribuiamoli dai parrucchieri, nelle pizzerie da asporto e nei bar. Si, perché: primo, ci vanno tutti; secondo, ce ne sono ventimila nello spazio di pochi metri; terzo, non ci sono molti altri posti dove ficcare volantini. Non che non ci abbia provato, eh. Però la Chiesa era serrata, Eunice Shop non aveva spazi liberi, e neanche la cartoleria. La tattica è ormai standard. Suono il campanello (non esiste che tu entri liberamente da un parrucchiere, la porta è sempre chiusa), sorrido e sventaglio con calma il mio pacco di volantini davanti alla faccia della commessa o del commesso più vicini a me. Essi mi guardano con sentimenti contrastanti, che oscillano dallo smarrimento alla seccatura, alla disperazione, alla curiosità, allo spavento, all'odio feroce, alla cortesia. Mi apre qualcuno premendo un pulsante nascosto sotto il bancone e io entro. Mi concedo due o tre secondi per snasare a pieni tubercoli quell'aria calda, luminosa, appesantita da saponi e profumi e chiacchiere sottovoce, arrochita da un phon che è sempre in funzione; ovunque per terra ci sono matasse di lucidi capelli, e le teste degli utenti se ne stanno, bagnate e incollate, ad attendere l'insaponata o l'asciugatore. Tocco la mia testa stanca per la giornata di corsa e l'aria sporca della strada, e un po' rimpiango di non avere, lì per lì, un paio d'ore per farmi massaggiare, insaponare e asciugare i capelli, magari con un libro come si deve in mano. Rientrato nella realtà, dopo un cordiale buonasera, e magari uno scusate il disturbo, domando con la massima sorridenza se posso lasciare un po'n di volantini presso di loro. Non hanno scuse particolari per rifiutare, perché sui loro banconi e vicino alle sedie e agli specchi enormi stanno quintali di riviste il cui titolo principale parla dell'ex fidanzato di Arisa che si lamenta della condotta della sua ex con quello nuovo. I miei onesti volantini sulla rassegna teatrale del Fienile Fluò a marzo - aprile non possono certo abbassare il livello del luogo. La reazione è sostanzialmente doppia: 1. "Prego, faccia pure" 2. "Prego, li lasci a me". Eseguo. Nel primo caso lascio una sbaraccata di roba, nel secondo do pochi volantini. Un barbiere, mentre faccio per uscire, mi fa una domanda inutile, e poi un'altra, e poi un'altra, proprio mentre, dopo avergli risposto, sto per uscire. Così ogni volta mi fermo alla porta e rientro. O è stupido o si sta divertendo. Mi chiede se nell'enoteca su al Fienile si mangia anche salsiccia. Rispondo che non lo so e mentre lui commenta "Ah, lei non lo sa" esco senza voltarmi.

Ad un certo punto, sovrappensiero, entro in un posto dove c'è una sala con molte sedie. Ottima per i miei volantini. C'è un uomo che sembra rassettare il tutto. Gli chiedo: "Scusi, che posto è questo?" E lui mi guarda come se volesse rispondermi "Questa è l'Illiria, signora". Poi però mi risponde ridendo: "Uno studio medico". "Ah, non lo sapevo". "Guardi, è scritto fuori." In effetti, sulla vetrata dello studio c'è scritto a lettere immense STUDIO MEDICO. Chissà perché non le ho viste. "Potrei lasciare dei volantini?" "Di cosa?" "Una rassegna teatrale." "Ah! Il teatro sempre, mio giovane amico."

giovedì 12 marzo 2009

Parlarsi addosso

"(...) basterebbe passare più tempo con gli amici, a parlarsi veramente anziché parlarsi addosso come si fa nei blog. Si parla si parla, e non ci si scambia niente." 

B. Ballardini, Vedere le cose in modo religioso, da "Linus" del marzo 2009, pag. 5

Ah, questo no. Un blog, se usato bene, è un mezzo di comunicazione e di scambio molto efficace. Di natura diversa dalla chiacchierata o dalla discussione tra amici, d'accordo: ma permette una vastità d'azione, che è poi quella della rete, che una normale chiacchierata non permetterebbe. Ma poi, chi ha detto che essere blogger inibisce le relazioni sociali? Essere ossessionati dal piccì è una patologia che riguarda tutti gli aspetti della rete, non certo solo queste adorabili finestrelle parlanti che aggiorniamo day by day (esagero).

Forse il senso di diventare globali è questo. Secondo una legge di 'selezione telematica' (?), i blogs più interessanti e più letti vengono sempre più letti e l'amministratore si occupa di renderli più interessanti. Quelli che lo sono meno, si accontenteranno di un raggio meno intenso. Senza parlare dell'utilità che può venire dal blog ad un aspirante imbrattacarte che magari un giorno imbrocca il lettore giusto, e poi Broadway.

Insomma, andiamoci piano col definire i blog la morte della sana e combattuta comunicazione interpersonale.

Carnefice e vittima

Ho preso alcune persone che conosco bene e che mi conoscono bene; con tutte loro mi era capitato, in tempi diversi, di conversare intimamente, e così sapevo quello che pensavano di me, e non a grandi linee, ma con una certa precisione. E' stato curioso notare che erano opinioni di volta in volta opposte.

"Tu sei una persona sostanzialmente buona. Anzi, troppo buona. Si vede che dai affetto alle persone."
"Per me sei fin troppo arrendevole! Non ce l'hai il coraggio di dire no alla gente?"
"Giulione, grazie del tuo aiuto. E' bello che tu mi capisca così bene, e ci sia quando ho bisogno di te."
"...no, pensandoci non ti definirei buono. Per niente. Bisogna sempre chiedertele, le cose. Sei cortese, disponibile, ma non veramente buono, o ti sacrificheresti davvero."
"Tu non sai capire le persone. Vai in giro a fare domande a tutti, perfino agli intimi. Per capire davvero le persone dovresti arrivarci da solo, al volo, senza costringerli a ripeterti tutto."
"Tu non mi hai mai veramente capito."
"Te ne freghi degli altri. Il mondo è incentrato su di te."
"Sei così timido..."
"Dio, smettila di voler sempre essere il protagonista."
"Sei così organizzato nelle tue cose. Le cose da fare, le ore, come studiare, cosa scrivere. Sei fin troppo adulto. Prenditi un po' di libertà!"
"Sei completamente alla deriva, non programmi nulla e sei un incapace: a livello pratico, non sai fare un tubo."
"Cavolo, è bello che tu sia così bravo nelle tue materie, e che tu abbia dei sogni."
"Si, conosci il greco ed il latino, ma non conosci le persone. Ti devo sempre dire io come stanno le cose."
"Vorrei sentire la tua opinione su questa cosa, perché penso che mi faresti chiarezza."
"Preferisco tenerti lontano dalla mia intimità, mi fai paura."
"Tu non sei in grado di fare del male, sei una persona troppo pulita."
"Io credo che tu colpisca di nascosto. Questa cosa che mi hai detto non è casuale, lo fai per cattiveria."
"Sei sempre la vittima. Cerca di mettere su un po' di aggressività."
"Sei abilissimo a trasformarti da vittima a carnefice, con le parole, per non essere mai colpevole."

Nessuna di queste opinioni è completamente falsa, e nessuna è completamente vera.

Perché certe persone sono predisposte a vedere il peggio di noi?

E perché non posso impedirlo?

On the road


Più o meno da queste parti, nella verdeoscura piana del Po, si trova Bomporto. Un ridente paesino sistemato beatamente fuori Modena, tra Sant'Agata e Nonantola, costituito da un centro cittadino, un municipio, una chiesa o due, "Lorella abbigliamento" e la gloriosa Banca Popolare della Riva Destra del Panaro - chissà se ha risentito della crisi. E fin qui, direte voi, mi interessa meno della diffusione delle araucarie nel Triassico Medio. A me quest'ultimo argomento interesserebbe parecchio, ma lasciamo perdere. Una sera di mercoledì ho imbarcato la folle Nunzia's, già nota come creatrice dell'universo e del bordello che in esso prospera, e siamo andati a Bomporto ad assistere ad uno spettacolo, Buchi nel cuore, scritto e interpretato dalla mia referente di tirocinio, Angelica. Il viaggio è stato degno di nota. Urlavamo come scimmie perché non trovavamo quest'accidente di paesino, e ci siamo pure persi. Ma che è quella roba, una piadina? Giovi, dovevo pur mangiare, tieni, ti ho preso una bibita, oh grazie, aspetta che me la bevo.. ma non passsarmela ora, che sto curvando, scusa, e insomma bisognava seguire di qua, ennò Giovine io scendo che ho paura, ma piantala non succede niente, e chi è questo cretino, cosa mi sorpassi a fare, cos'è 'sto posto, Giovine dai facciamo in tempo, no cosa dici siamo in ritardo, Giovine dai mi parli di quello che fai con Chiara, ok ma tu parlami di quello che fai con Gianlo, ma Giovine cosa dici, appunto, meglio non scendere nei particolari o i diretti interessati si potrebbero inquietare, Giovine, ma non è che, Nunzia's, ma secondo te!!! Oddio, questa strada dove porta? Sentiamo un po' di musica? No, Giovine, un corno, ora tu spettegoli a dovere, usciamo qui?, no, è l'uscita sei, siamo alla tre... guarda il numero sei, Giovine, hai presente? il numero sei, com'era pure il numero sei? il tondo e la gambetta? quello è il nove, Giovine... ma oh, credi di essere più intelligente di me? ...si!

Arriviamo a Bomporto alle nove spaccate. Il paesino ride quieto nella notte nera. Assistiamo allo spettacolo, e dati i due biglietti omaggio, mangiamo come delle bestie perché quei soldini li si doveva pure spendere. Dopo lo spettacolo, abbiamo dato una mano a imballare gli specchi con lo scotch (Giovi, non staccare lo scotch con tutti i denti, che dai una craniata... oh, credi di essere più intelligente di me? ...si!), a sollevare le strutture di metallo, a smontare i teloni (aaargh! ma che è 'sta polvere? Borotalco, ce lo mettono perché non si attacchi! Kaff kaff), e infine ci siamo reimbarcati in macchina e tra mille risate l'ho riportata ad Ozzano Emilia.

mercoledì 11 marzo 2009

La canzone antica

Ogni giorno, o quasi, passo da via Guerrazzi, mi inoltro in via Petroni, sbuco in Piazza Verdi. Anno dopo anno queste regioni si fanno sempre più simili alla Città Vecchia.

Bambine zingare che cantino le canzoni antiche, ci sono: ma non quelle della donnaccia: un più antico e meglio conosciuto vaffanculo, che urlando entrando a casaccio nei portoni e correndo in cerchio, vestite con luride tute a colori sgargianti, mentre una matrona dallo sguardo attento scruta passante dopo passante guardandolo negli occhi. Non ci sono pensionati che imprechino. C'è quella donna bionda, dagli occhi chiari, larga troppo per la sua tuta grigia, sempre ubriaca, ma cortesissima nel chiedere le sigarette. La sorprendo spesso che si rotola accanto alle colonne del Teatro Comunale, mentre piange e si lamenta in silenzio. In un tramestio di cani, bottiglie di birra, laghi di un giallognolo che mi fa vomitare tutte le sante mattine, immerso in una nuvola di polvere grigia e odori di carni interne ed erbe senza paese - parlano, parlano tutti in continuazione, strattonando cani, ma non so di cosa. E stanno insieme. E stanno sempre lì. Donne senza capelli e senza denti, uomini senza occhi e senza parole, accenti senza campanile, camminate storte su gambe incrociate, risate liquide, e ci si potrebbe sedere dovunque in quella melma rossiccia e lercia. Un vecchio abbronzato va in giro a chiedere soldi da giocarsi al videopoker, e cerca me (perché io? perchè? vattene, VATTENE) e mi chiama professore, e mi bercia qualcosa sulla crisi. Ma che c'entro io, io non esisto, perché mi notate? C'è tanta allegria qui, tante giornate casuali. Qualcuno lo riconosco: una volta era mio collega, ma in qualche modo l'aula deve avergli fatto talmente schifo che ha deciso di dormire qui la notte. Piazza Verdi è l'Acheronte di cemento immobile, il fiume che non scorre mai: tutti i detriti si accumulano in questa ansia di pietra.

Li scanso mentre procedo a passo di carica, e poi mi vergogno di averli scansati.

Chi siete?

martedì 10 marzo 2009

Immaginarseli vivi (4)

[vediamo come mi riesce la traduzione libera]

Gellio, Noct. Att. 9. 4, 1 - 5.  1. Cum e Graecia in Italiam rediremus et Brundisium iremus egressique e naui in terram in portu (...) spatiaremur (...)  fasces librorum uenalium expositos uidimus. 2. Atque ego auide statim pergo ad libros. 3. Erant autem isti omnes libri Graeci miraculorum fabularumque pleni, res inauditae, incredulae, scriptores ueteres non paruae auctoritatis: Aristeas Proconnesius et Isigonus Nicaeensis et Ctesias et Onesicritus et Polystephanus et Hegesias; 4. ipsa autem uolumina ex diutino situ squalebant et habitu aspectuque taetro erant. 5. Accessi tamen percontatusque pretium sum et adductus mira atque insperata uilitate libros plurimos aere pauco emo eosque omnis duabus proximis noctibus cursim transeo.

(il porto di Brindisi, in una bella mattina soleggiata nell'agosto del 158 dopo Cristo. Girano per il porto venditori di fichi e lupini, urlando; un banco del pesce chiude l'accesso al mercato, e in un angolino stanno casse di rotoli di papiro impolverati, guardati distrattamente da un vecchio. Da una nave appena attraccata scendono tre uomini e una donna)

MATIDIA (buttando fuori l'aria) Oh, finalmente. Questo interminabile viaggio in mare mi ha distrutta.
SEVERO (prudente) Andiamo, sorella, non farti sentire dal nauicularius. E' già stato molto gentile a farci fermare a Brindisi anziché a Dyrrachium.
MATIDIA (piccata) Con tutto il rispetto per il brav'uomo, mio caro, io soffro comunque l'acqua alta. Ma pazienza, ormai siamo qui. Credo che mi siederò e resterò immobile finché non mi passerà la nausea.
BATILLO  Bah, le donne romane. Parlano sempre troppo.
SEVERO  Non è così grave, sai? In famiglia ridiamo sempre tanto.
BATILLO  Oh, non ne dubito. Ti andrebbe di mettere qualcosa sotto i denti? Io ho un po' fame.
SEVERO (massaggiandosi la pancia) Si, anch'io. Aspettiamo che arrivi Megilla, così non lascio da sola mia sorella, e poi possiamo andare in quella taverna là in fondo.
BATILLO (voltandosi verso Gellio) Aulo! Vieni con noi?

(Gellio non è più accanto a loro: si è fermato a scrutare le casse di vecchi libri, strisciando il sandalo sul pavimento di lische di pesce e polvere, e dondolando il cesto di vimini pieno dei papiri che si è portato dietro)

(seccato) Aulo! Ma che diavolo fai?
MATIDIA  Lascia perdere, Batillo. Non si schioderà di lì per le prossime sei ore.

(Gellio torna con un pacco di rotoli, estasiato)

SEVERO (sospirando) Che ti sei comprato, stavolta?
GELLIO (saltellando) Che giornata splendida. Pensare che questi libri rischiavano di essere raschiati e riutilizzati come liste della spesa. Che affare che ho fatto!
BATILLO  Ma quanto ci hai speso?
GELLIO  Una decina di sesterzi.
MATIDIA  Niente! Sei stato proprio fortunato.
SEVERO  I pazzi sono amati dagli Dei. E che sarebbe questo ciarpame?
GELLIO (estatico) Questa meraviglia, miei cari, è l'Arimaspeia di Aristea di Proconneso.
MATIDIA  Ma chi, quello dei tizi con un occhio solo?
SEVERO (comprensivo) Quelli sono i Ciclopi, sororcula...
MATIDIA (stizzita) LO SO che i Ciclopi hanno un occhio solo, putide! Ma non sono gli unici! No, Aulo?
GELLIO  Certo che no. Gli Arimaspi, secondo Aristea, hanno pure loro un occhio solo.
MATIDIA (trionfante) HA!
BATILLO  E dove starebbero?
GELLIO (slanciandosi) In Scizia, sopra la palude Meotide, nelle nebbie Cimmerie.
SEVERO (sorridendo) Mio fratello ci abita. Ti garantisco che lassù non ci abitano che Greci, qualche Sarmata, e un sacco di abeti e nevai.
BATILLO (pensandoci) Mi sa che i Sarmati sono più di qualche, sai?
MATIDIA (tesa) Questa conversazione ha un senso?!?
SEVERO (imbarazzato) Ehm... e hai altro con te?
GELLIO  Sicuro. Ti ho pur detto che era stato un affare!... (ficca il rotolo nel cesto di vimini) Qui ho una cosa di un tizio che non conoscevo...
BATILLO (ironico) ...Prodigio!

(va verso la taverna con due sesterzi che gli suonano in mano)

GELLIO  Isigono di Nicea, Sugli Sciti. Niente male come titolo.
MATIDIA (col mal di testa) Ancora loro? Che d'è, una bibliotechina sul mar Nero?
GELLIO (srotola un altro rotolo) In effetti questo è di Ctesia di Cnido... è un estratto delle Storie Persiane che parla delle campagne di Dario contro gli Sciti.
SEVERO (scuotendo la testa) Ah, no. Di quello ha già parlato Erodoto, e ha detto l'ultima parola. Ctesia racconta balle.
GELLIO (colpito) Ma, Severo!... Erodoto molto spesso...
SEVERO  Aulo.
GELLIO  Si?
SEVERO  Non toccarmi Erodoto.
GELLIO (mite) D'accordo. Però mi tengo Ctesia.
SEVERO  Ah, fatti tuoi.
GELLIO (frugando nei rotoli e rimettendoli a posto) Poi, vediamo... Onesicrito... Polistefano... Egesia... quanto sapere... quanto bello stile... (srotola un papiro) Potrei stare a leggere tutta la notte!... Sentite qua! "Presso il popolo dei Sauromati, è usanza antica di nutrirsi solo ogni due giorni. Origine di questo pare sia stato Eracle, che..."
BATILLO (ritorna con un oste tozzo e sudato e una tavoletta di cera) AH - EHM!

(tutti hanno un sussulto)

MATIDIA  Oddio! Che è?
BATILLO (stentoreo) Signori, fate le vostre ordinazioni a questo valente oste. Ci porteranno il pasto qui, davanti alla nave, se avremo l'accortezza di far portare qui quattro sgabelli e un tavolo. Leggete e decidete.

(espone la tavoletta, scritta in un latino molto italiano)

HABEMVS IN CENA
PVLLVM
PISCEM
PAONEM

venerdì 6 marzo 2009

La scena che non scriverò mai

LETTORE COMUNE (mentre legge una mia opera) ...ma che fai? Tenti di indottrinarmi? Ma vai al diavolo!
GIULIONE (scuotendo la testa) Ne hai bisogno, non credere. Sei moralmente deficitario, incapace di fissare l'attenzione, e anche un po' stupido.
LETTORE COMUNE (indispettito) Ehi, che modi sono?
GIULIONE  Continua a leggermi, su.
LETTORE COMUNE  Queste cose non sono degne di essere lette per intero.
GIULIONE  Ah, no? (tira fuori un altro copione)  E queste?
LETTORE COMUNE (le prende in mano, legge le prime righe) Oh, si... queste si. Ma... boh, non mi va di leggere.
GIULIONE  Cosa??
LETTORE COMUNE  Si, cioè, c'è di meglio da fare.
GIULIONE (seccato) Al momento, no: hai fatto tutte le esperienze dell'universo, questa sola ti manca: rivolgersi ad un'altra attività di annoierebbe.
LETTORE COMUNE (fa i capricci) E allora mi annoio, ok?
GIULIONE (con santa pazienza) Ma no, idiota, tu sei in cerca di svago, non di noia. LEGGIMI, FORZA.
LETTORE COMUNE (canterella e fa finta di non sentire) Ghgh... Lalalaaaa... lalaaaa...

(Giulione prende la testa del Lettore Comune per i capelli e comincia a sbatterla ripetutamente contro il muro, un colpo, due colpi, tre colpi, e via. I denti volano qui e lì, il naso è ammaccato, gli occhi roteano su sé stessi. Un paio di calci nello stomaco. Poi lo prende per la collottola e gli ficca davanti agli occhi il copione)

GIULIONE  Bene. Ora LEGGIMI.
LETTORE COMUNE (biascicando) Non poffo... il fangue mi cola fugli occhi...
GIULIONE (gli pulisce il viso)  LEGGIMI, ADESSO. O giuro che...
LETTORE COMUNE  Leggo! Leggo!

(legge tutto, per filo e per segno)

GIULIONE  Ma stai capendo??
LETTORE (con terrore) SI! SI! Pietà, si!

[aaah, che soddisfazione]

Il progresso.

Lo odiamo - notate la gioia del carrettiere e la rilassatezza del ragazzo con la bandiera.


E ci vendichiamo con vane lusinghe.

mercoledì 4 marzo 2009

metabolè

C'era un fiume, e c'è ancora, che scorre ai piedi di una mezzaluna di montagne, torace di un cuore pianeggiante e freddo.

C'era, in questo cuore, un edificio color ocra, stagliato contro il cielo rannuvolato del tardo pomeriggio. Il tempo non ce l'ha concesso: era enorme. La ruggine delle grondaie, la deformità delle pietre sa di qualcosa che è lì da un tempo infinito, troppo grande per poter davvero scomparire. Ai suoi piedi è rimasta una pianura vastissima, sempre piovosa e verde, disseminata di antiche rocce e di solitudini. Forse alcune persone vivono tuttora in quella carcassa di gigante, i cui camini fumano e ruggiscono per mantenerli? O i rumori che sentiamo sono solo le serenità della morte e degli uccelli?

Quale impero, crollando, ha lasciato lì gli antenati di questi uomini?

Quali balconi di pietra ora sono falciati dall'aria?

Vediamo se la capite

Data una relazione x tra due soggetti a e b, esposta ad una gradazione di eventi e - provocati da azioni A - dei quali alcuni sono compresi in R (le cose che possono avvenire dato il contesto c), e altri no (cioè non sono realizzabili nel contesto c - che, ripetiamo, è una variabile); posto naturalmente che la posizione in R degli e dipende dal contesto c come dall'entità delle azioni A, praticabili sia da a che da b; ebbene, vi sono tanti a V b tali per cui la peggiore alternativa - o meglio: il peggiore x - si verificherà necessariamente, purché non compreso in R, nella mente di a V b.

[anche detta Legge di Nunzia's.]

Immaginarseli vivi (3)

I personaggi di questo dialogo sono esistiti; gli avvenimenti a cui partecipano hanno avuto luogo; la loro mentalità probabilmente erano quelle.

giardino del palazzo di Alessandria d'Egitto, in un torrido agosto del 258 avanti Cristo. Sullo sfondo, la città brulica di vita; il porto è fitto di vele. Le grida dei mercanti ammassati nelle agorài gonfiano l'aria grossa e scura.

Il giardino è circondato da palmeti che ombreggiano le tenere fioriture attorno ai laghetti e ai sentieri di terra battuta. Seduto su uno sgabello, Apollonio sta dettando ad uno scriba la nota spese delle province del Delta. Entra dal palmeto a sinistra, con fare timido e la tunica impolverata e lisa, Zenone.

APOLLONIO (dettando) E per la ricostruzione dell'ala del Serapèo crollata, ottantamila dracme. Segna però a lato che metà le ha pagate Antìpatro di tasca sua, come saldo di quel vecchio debito. Devo ricordarmi di fare la ricevuta.
ZENONE (si fa avanti ancora) Disturbo?
APOLLONIO (si volta) ...oh, sei tu, ragazzo? Avvicinati pure.
ZENONE (inchino) Salve, Apollonio.
APOLLONIO  Caro Zenone, bentornato ad Alessandria. Se aspetti che finisco di dettare...
ZENONE  Oh! Certo.
APOLLONIO  ...e, dicevo - mi segui, Menes? - che c'era dopo il Serapeo? Si, la bonifica di quella palude fuori Canopo. (parte col suo delirio) Che razza di manino mi sono dovuto inventare per trovare i soldi, per Thot... Eggià, perché qui le casse dello stato se le ciucciano tutte le guerre contro la Siria, e grazie, un povero ministro delle finanze, 'ndo le trova due dracme per uno straccio di bonifica? Dove le trovo, Zenone? M'è toccato confiscare venti schoinòi di terra da un disgraziato giù a Tebe, per...
ZENONE  Avrai quanto oro ti serve nei doni che ho portato qui dalle città della Palestina, Apollonio.

(attimo di silenzio)

APOLLONIO  Menes, vai. Raggiungimi più tardi, che finiamo.

(Menes va. Apollonio è scosso)

...ora, giovanotto, non credo di aver capito. Nel tuo messaggio non facevi riferimento a così tanto denaro.
ZENONE (annuendo) Ma si, nobile Apollonio. Non ho specificato la cifra, ma ricordo bene di avere scritto che avevo ricevuto ricchi doni in oro ed argento dagli ambasciatori delle città di Giudea, che chinano con letizia il capo al re - dio Tolemeo II Filadelfo.
APOLLONIO (rapito) Affascinante. Come hai fatto ad ottenere così tanto? In così poco tempo, poi? Non dovevi semplicemente indagare sullo stato della mia tenuta a Tolemaide?
ZENONE (suadente) E l'ho fatto, Apollonio; ma io non so star fermo a lungo; e nei ritagli di tempo ho provveduto a un bel giretto di perlustrazione presso i re di quei paesi. Alcuni non sembravano molto affidabili; nella mia nota troverai i nomi e l'ammontare delle loro forze.
APOLLONIO  Ah! Splendido. E la mia tenuta sta bene?
ZENONE  Altroché. Peuceste l'amministra con onestà, e l'ho promosso; Archita, il locrese, l'ho messo sulla ruota perché rubava. Poi l'ho spedito a coltivare i campi.
APOLLONIO (inarcando un sopracciglio) Come mai questo attacco di bontà selvaggia, Zenone?
ZENONE (timido) A me la morte non piace, Apollonio.
APOLLONIO (sbuffando bonario) E sia!... Tutti dobbiamo avere dei difetti, no?
ZENONE  Per il resto, ho fatto irrigare un paio di aroyrai in più di terreno, ho rimesso in piedi i granai distrutti dal fuoco e ho assunto qualche mercenario per sorvegliare il carico sulla pista che va verso Ascalona. Non si sa mai. Ho incontrato degli ottimi ingegneri, nel mio viaggio: se per caso ti imbatti in Stethoetis il menfita, dagli pure tutto il lavoro che chiede: lo sa fare.
APOLLONIO  Bene, bene, bene.
ZENONE (gli consegna il rotolo di papiro che teneva avvolto in una piega della tunica) Ed ecco il dossier completo, i miei appunti di viaggio, e il rendiconto.
APOLLONIO (intasca il rotolo) Alè. Che ragazzo preciso.
ZENONE  Grazie, Apollonio.
APOLLONIO (pensando) Devo dirti la verità, Zenone; quando ti ho mandato in Palestina mi aspettavo che ci saresti rimasto secco.
ZENONE   Ah.
APOLLONIO  Eh, si. Non è normale che un ragazzino di ventitrè anni mi arrivi qui da Cauno - la mia città, capisci? E io lo so come sono i Cari, sono un mischione di razze pigre e testarde - dicevo, mi arrivi da Cauno con una lettera di raccomandazione di tua madre - brava donna! la mia nutrice! - che mi assicura che sei sveglio e buon amministratore. Diciamo che non ci ho creduto subito: ho voluto metterti alla prova con una bella missione della madonna ai confini del regno, così ti divertivi - o, alla peggio, schioppavi.
ZENONE  Un po' me lo aspettavo, Apollonio.
APOLLONIO (ridendo) Dico bene! Ma rilàssati, giovanotto, ti sei comportato come dovevi. Dai tuoi messaggi, e da quanto mi riferivano i miei amministratori, ho visto che sei una specie di carro falcato. Tra l'altro, abbi pazienza: quando sei tornato?
ZENONE  Due ore fa, Apollonio.
APOLLONIO (notando la tunica) E non ti sei neanche cambiato d'abito?
ZENONE (calmo) Il tempo di scendere da cavallo, mettere i bagagli negli appartamenti a me riservati a palazzo, e sono corso qui.
APOLLONIO  Per la miseria... mi fai stanchezza solo a guardarti. Siediti.

(si siedono entrambi sull'erba all'ombra di una palma)

Bene, ragazzo. Adesso ti occupi di cose serie. Mi ascolti?
ZENONE  Si.
APOLLONIO (enumera) Primo: tu ora passi almeno sei mesi qui nel Delta. Mi devi regolare certi problemi di irrigazione e prendere le briglie di alcune tenute del re - dio Tolemeo II Filadelfo, che sono amministrate così così. Hai pieni poteri, e stavolta io sono a due passi, quindi potrai discutere con me a voce quando ti parrà.
ZENONE  Bene, Apollonio. Esattamente, cosa...
APOLLONIO (esasperato) CALMA. I dettagli dopo. Prima di spedirti a Canopo, voglio che ti fai un giro per Alessandria e ti riposi un po'. Guardati qualche tragedia, sono arrivate quelle fresche fresche di Frìnico, le hanno copiate giù nella Biblioteca. Che ne so, vai per mercati, sentiti un po' di musica... se ti va, vieni a pranzo da me, oppure seguimi mentre vado su è giù per il Nilo con la mia nave, e poi ti devo presentare a Tolemeo II Filadelfo.
ZENONE (colpito) Gasp!
APOLLONIO (grave) Eh, lo so, ragazzo, ma prima o poi ti tocca. Adesso lavori per me, e quindi per lui. Tutto l'Egitto lo fa, ma tu un po' di più.
ZENONE  Si, Apollonio.
APOLLONIO (concentrato) Seconda cosa. Un anno fa il basilèus mi ha concesso l'usufrutto di una tenuta molto vasta dalle parti di Philadelphia, nel nomos dell'Arsinoìtide. Hai presente, no, quella gigantesca palude a lato del Nilo che da un paio di secoli stiamo bonificando, i Faraoni prima e poi noi?
ZENONE  Credo di si, Apollonio. Vicino al porto di Kerkes?
APOLLONIO  Kerkes è per l'appunto il suo porto sul Nilo. Ora, questa tenuta è mia per modo di dire. Il basilèus, il Filadelfo, ci tiene che io ci coltivi nuove piante, mai coltivate in Egitto, per vedere se reggono il clima. Ci siamo messi in testa, io e il Filadelfo, di rendere l'Egitto la potenza principale del Mediterraneo, e ci serve un settore agricolo ben sistemato, non credi?
ZENONE  Direi proprio, Apollonio.
APOLLONIO (continuando) Ora, questa tenuta è destinata all'agricoltura sperimentale; ma ancora non ci stiamo coltivando granché, perché metà del terreno è palude. Bisogna bonificarlo a dovere, ed estendere la rete di canali per irrigare una maggiore superficie di terreno. Al momento se ne sta occupando Pankrates, e per la rete idrica nuova credo che mi rivolgerò a questo Stothoetis che tu mi dicevi; ma quando avrai finito di lavorare qui nel Delta, tu amministrerai la mia tenuta.
ZENONE  Si, Apollonio.
APOLLONIO (serio) Ti ci farò restare per molto tempo: mi serve che ci vada un giovane come te, sveglio e che s'intenda di lavori agricoli, di tenute e di canalizzazione. Più tu resti là, e meglio lavori, più io ti favorisco. Puoi metter su famiglia, se credi; non ti spedirò all'altro capo del Mediterraneo troppo spesso.
ZENONE  Va bene, Apollonio.
APOLLONIO (secco) Ah, un'altra cosa: per la miseria, Zenone, LE DRACME NON CRESCONO SUGLI ALBERI. Il mio ultimo intendente era convinto che potessimo coglierle così, come se fossero dàtteri. Il coglione ora rema sulla mia nave personale. Meno soldi mi butti nella latrina, più io sono contento; va bene?
ZENONE  Siamo intesi, Apollonio. Non sei ministro delle Finanze per nulla.
APOLLONIO (con orgoglio malcelato) Oh, no: solo un vero tirchio potrebbe far fronte alle necessità del basilèus. Ma d'altronde, s'ha da romper le corna ai Seleucidi, o no? E allora i soldi si troveranno altrove. Non cominciare a sconfortarti, Zenone; sono problemi, ma sono problemi risolvibili: e in Egitto si sta bene, una volta che ti abitui alle piene del Nilo e non ti svegli più su un materasso che ti galleggia in camera.

(pausa)

ZENONE (assorto) Non c'è bisogno che mi rassicuri, Apollonio: non rimpiango la mia piccola casa a Cauno, e le sere passate a fare a pugni coi figli dei contadini vicino alla fontana. In Caria si rimane sempre bambini, e non a caso tu sei qui. C'è stato un momento - credo, mentre cavalcavo verso il Giordano, ed ero solo... il deserto era dietro di me, e le montagne si coloravano di un verde tenue e di un rossiccio secco, e le mura di Gerusalemme erano ancora lontane. Ho sentito come di appartenere a niente: e sono stato così felice.

I due stanno in silenzio a pensare. Menes rientra, e Apollonio ricomincia a dettare. Zenone si stende sul prato, stira il suo corpo di ragazzo di Caria che corre tra le rocce, chiude gli occhi e inspira il profumo del mare.

martedì 3 marzo 2009

Il limbo

Immaginate un luogo dove tutto è buio.

Al centro di questo luogo, un quadrato abbastanza largo pare emettere una debole luce spontanea, come un neon mezzo rotto che tarda ad accendersi in una cantina odorosa di vino e calcinacci, e quando si accende voi non credete nemmeno per un istante che sia giorno fatto. Cos'è il giorno, la luce che permea tutto lo spazio, lo intuite da quel poco che passa per la grata sul soffitto della cantina, e avete il senso - sfiancante - di una realtà dove la luce è naturale e supremo punto di partenza, saturazione di ogni atomo. Ogni giorno, Virgilio, mentre passeggia per la sua cantina illuminata al neon che è il Limbo, pensa al Dante che ha spedito lassù, dove c'è solo luce e la luce è unica dimensione dell'essere, e pensa a quanto è ridicola quella sua mortuaria cultura classica senza la potenza vitale e ultravitale del vero Dio.

Bene, se c'è una cosa che nella mia vita ho sempre cercato di fare, è di acquisire nuove conoscenze, perché di fatto mi sento sempre come uno del Limbo che di per sé possiede un po' di luce, ma una schifezza in confronto a quell'orgia di soli uno sull'altro che deve essere lo Stadio Ulteriore di Conoscenza, quando le cose sono chiare e il mondo è comprensibile. Ho dei limiti, superati i quali sento che potrei accedere alla vera comprensione delle cose. Preso dallo sconforto per la mia lucettina, cerco di fare il passo superiore verso la vera luce. Così a tredici anni sentivo che mi mancava: la musica, il greco, saper recitare, la storia dell'arte, la letteratura; e presi a farne incetta. Una volta ottenuti, a diciotto anni, ne ho visto subito i limiti. Sapevo cantare così così, ma di armonia non sapevo nulla; sapevo tradurre bene, ma non ero padrone del greco; ne sapevo di storia dell'arte, ma non sapevo commentare un quadro; sapevo fare un paio di parti discrete, e poi niente; avevo letto parecchie cose, ma me ne mancavano troppe. Di nuovo, la luce non era quella che dicevo io. Non tutto ho potuto migliorare, e molti obiettivi rimarranno a guardarmi con gli occhioni lucidi. Altre conoscenze intravedo, che potrebbero dare alla mia vita quella vera, autentica luce: il sanscrito, il tedesco, il francese, la filosofia, l'armonia, la calligrafia, la linguistica, il saper scrivere per il cinema o la televisione; e non le ho, e tento di averle, gradino dopo gradino, compromesso dopo compromesso, fallimento dopo fallimento. 

E mi sembra sempre di fare troppo poco, e di stagnare sempre nel Limbo.

domenica 1 marzo 2009

Glossai


Non sarebbe male studiare la lingua di Rapa Nui. Mi piace l'idea di rimettermi su una lingua sconosciuta e imbucata, a impararsi costrutti, fonetica, sintassi, casi e flessioni.

Ma "la lingua scritta di tipo pittografico, di cui rimangono pochi esempi sulle tavolette rongo rongo, è tuttora senza chiave di decifrazione". Solo alcuni segni delle 24 tavolette ritrovate hanno potuto essere interpretati.

Ma d'altronde, 

se...

Standing ovation

Stamattina ci sono dodici gradi. A scanso di equivoci, direi che sta arrivando la primavera. Quest'inverno me l'ha fatta desiderare parecchio.

...ma questo è un punto a favore per l'inverno, che per la prima volta in tre anni si è comportato come doveva, dispiegandosi in tutta la sua cieca emotività nevosa, gelida, ventosa e buia.

Quindi, un minuto di silenzio per un ottimo inverno.