lunedì 25 maggio 2009

Circolo chiuso

Oggi, mentre andavo a lezione, sono passato davanti al Teatro Comunale. C'era una fila spessa e lunga di musicisti, con strumento in spalla, che non mi arrivavano alla spalla. Un'orchestra di ragazzini.

Non ho indagato sul perché fossero lì (mi pare, un saggio). Ma ho avuto ugualmente di che pensare.

Non è da poco tempo che medito su cosa è stato stare su un palcoscenico. Essenzialmente, essere parte di un gruppo - e passare una giornata come particula di un meccanismo perfetto e regolato al millesimo, dove ognuno conta perché deve contare l'insieme.

Un'orchestra non è poi tanto diversa. E' addirittura meno individualista. Si è lì, in centinaia, e ognuno produce musica regolato dalla bacchetta di una mente collettiva. Per due o tre ore questi ragazzini, un giorno, sera dopo sera, rinnoveranno una partitura, ciascuno con il suo piccolo apporto - e il risultato finale sarà merito di ognuno di loro.

Com'è stato che, nella mia vita, io, che più di ogni altra cosa ho desiderato stare insieme e in armonia col prossimo, mi sono buttato anima e corpo in un mestiere, la scrittura, che è il più individualista e misantropo di tutti o quasi? Cosa sarebbe stata la mia vita se una sera su due io suonassi in un'orchestra, e leggessi l'effetto della mia presenza sul viso di tutti i compagni? Quanto sarebbe - diciamolo - terapeutico per certi miei vecchi difetti di carattere?

Ma io so chi sono, e c'è chi ha sconfitto queste idee in un lampo. Come mi compiaccio - sbagliatissimo! - di sentire la mia voce quando canto in un coro; come studio e medito da solo - tremendo - gli interventi da fare in un gruppo di lavoro, e li difendo a spada tratta; come, in scena, mi piace risaltare per i fatti miei e distinguermi per una determinata caratteristica - vocale o di recitazione - ecco: allo stesso modo, si può dire che in qualunque gruppo mi fossi immerso, sarei sempre stato una velleitaria e borbottante primadonna, incapace di stare zitta.

E dunque, quello che ho è quello che voluto.

venerdì 22 maggio 2009

ma può davvero essere una poetica

la scena che ho visto in quei momenti in cui ero piccolo, all'alba della mia mente?

Pensiamo. E i lettori dicano cosa ne pensano, con la consueta sincerità - che, grazie al cielo, continuo a suscitare con le mie eterne gnole.

Cari lettori del duemila! Ora metto in tavola qualcosa che potrei offrirvi. Pensate alla vostra vita di tutti i giorni, valutatene gli spazi e i tempi, e meditate se può starci qualcosa di nuovo - se nuovo è.

Vi dirò cosa faremo. Vi prenderò con me e vi toglierò dal vostro mondo per una mezzoretta - se leggete - o per un paio d'ore - se andate a teatro o al cinema. Fate conto che con me entrate in una valle sormontata da un precipizio, con un lago sul fondo, ed un tramonto rosso sangue e lunghe ombre teatranti sulle rocce. Non vi porto lì a caso. E' vero che ho visto il luogo dove vi porto, ma ho meditato a lungo se mettervici o no, e la responsabilità rimane mia.

Bene, verrà il momento in cui vi stancherete di ammirare il paesaggio. Pensate allora che deve diventare vostro. Le rocce sono voi, il sole è voi, le ombre sono quelle cose di voi che io mi diverto a far saltare tra la polvere. Tutto quello che vedete nasce mio, ma può diventare vostro; se non lo fa, per me sarà uno smacco, perché capite bene che in questo generoso viaggio quello che è mio deve diventare parte di voi, o qui non si fa un passo in una pietra.

Anzitutto guardate. Vi ho portati fin qui perché guardiate e proviate ogni singola emozione o riflessione provabile, e che la proviate ai duecento all'ora. Voglio sgomentarvi, farvi prendere da pietà ed orrore, o anche da morbosa curiosità. Guardate la creatura che beve, tranquilla, sola. Cosa pensate di lei? Cosa sentite? Da dove pensate che venga? Come pensate che finirà? State fermi a guardare: non sprecate subito le vostre emozioni agendo. Prima si porta il motore a tremila giri, poi si cambia la marcia. No?

Spaventatevi a morte quando vedete la pietra che rotola. Qualcuno di voi capirà al volo, qualcun altro non capirà e urlerà vedendo il Nemico. la creatura vi desterà pietà e il nemico orrore, o viceversa. Proverete sentimenti; osserverete i personaggi provare quella tempesta di emozioni che io li costringo a provare, perché non possono agire - la creatura non può scappare, il nemico non può attaccarla, ma possono guardarsi e schiantarsi il petto di angoscia, dolore, devastazione, panico - non agiscono, ma provano tutto quello che proverebbero ad agire con la frustrazione di non poter agire. 

E se una buona volta agissero? Ma questo voi non lo sapete. Può darsi e può darsi di no.

Il Nemico non vi presta attenzione, così come non vi presta attenzione neanche la creatura, è chiaro: voi siete spettatori. Se volete agire, bisogna che entriate nei ruoli in maniera congruente a quanto vedete. Volete fare il sasso? La pianta? L'acqua? Qualcuno che ci vive dentro? La creatura? Il nemico? Il cielo? Dio? Tutto è legittimo.

E mentre siete lontani dalla vostra vita materiale, e siete nel mio regno, dove io predispongo le cose in modo da spremervi come limoni, schiacciatevi il cranio e fatemi vedere tutta la ragione e il sentimento che ne colano esasperati, colti nella loro perfetta funzionalità definitiva. Io posso portare a compimento il vostro spirito, se quello che faccio vi risulta gradito.

Non mi vedete? Sono timido, sapete. Guardate sulla cima della roccia più alta. Vedrete non me, ma una delle mie diecimila immagini. Un tratto le accomuna: la fatica. Son lì che raffino la mia tecnica e cerco di schiodare la Luna da laggiù dov'è per osservarla meglio e riprodurla come si deve. Tutto quello che invento per voi rimane come segno sulla mia carne.

Una giornata

Ultimamente mi sono accorto che quando vado a teatro mi emoziono. In genere, quando assisto ad un fenomeno nuovo, ci metto un po' per capirlo: e se, abbandonata la pigrizia dei primi sguardi, comincio a reagire a quello che vedo, è un buon segno: vuol dire che sono in grado di fruire di quello che sto vedendo come tutti i comuni mortali. Solo, con tempi un po' più lunghi.

Quando il tenore, al Rigoletto, ha sbagliato l'attacco della sua prima aria - e, preso dal panico, è stato molto poco nei tempi per tutto il resto del primo atto, ho cominciato a sudare freddo, mi si sono arroventate le mani e non ho più avuto il coraggio di guardarlo in faccia. Per non parlare di quando ho cominciato a sborbottare in silenzio per la demenziale condotta di Gilda nell'ultimo atto. Mi sono ribaltato dalle risate quando quei due deficienti di Corniola e di Verga, in Much Ado for Nothing, danno il meglio di sé e potrebbero andare avanti per ore a dire "gentile!" e "sia messo a verbale che io sono un asino" e "siete dei MALFATTORI!" e il giudice disperato che gli ricorda che sono gli imputati che dovrebbero fornire il verbale.

Mi emoziono, perché mi ricordo di quando sul palcoscenico ci salivo io.

Una giornata che dovrà concludersi con uno spettacolo è la giornata più densa di senso che si possa immaginare. Tutto è finalizzato a qualcosa, in quella giornata. Ti svegli ad una certa ora, controlli che lo zaino abbia il leggio, la tutina, il copione, lo scotch, l'astuccio, la bottiglietta d'acqua. A scuola - se ci vai - sai che dovrai uscire un po' prima. Se non ci vai, guardi il sole fuori dalla finestra, perché è maggio e gli alberi si stiracchiano di verde. Senti per telefono qualche collega e vi scambiate ridicole ansie o concretissimi piani d'azione sul comprare una certa cosa necessaria per la serata o su dove incontrarsi. Si esce, si va verso il teatro con lo zaino, vestiti leggeri, freschi magari di doccia, e la gente ti guarda e tu sai benissimo dove stai andando e perché ci stai andando - un privilegio che loro forse non hanno, e che leggono in te. Vai a teatro, entri nella sala vuota, e sali sul palco vuoto. Provano le luci. Il regista mugugna seduto su una poltrona, nell'ombra. Nei camerini ci sono i compagni e tutto quello che segue è un vortice di collaborazione, pianificazione, autoincoraggiamento, ricordi - una marea di ricordi.

Poi vai in scena, e godi.

E poi scendi, in preda al torpore del giusto.

Maledetto il palcoscenico, perché molti salgono e poi ne scendono, ma pochi riescono a risalirci con onore. 

E i ricordi non sono sempre innocenti e festosi. Il teatro trasforma i miei ricordi in rimpianti, quando non sto abbastanza attento.

mercoledì 20 maggio 2009

E siamo a un anno di blog.

Da piccolo - molto piccolo - ho avuto una visione. E' tornata, poi, molte volte. Non l'ho mai raccontata a nessuno.

Ecco: c'era, sul fondo di un burrone, vicino ad uno specchio d'acqua, una creatura che tutte le sere infuocate scendeva a bere dall'alto della collina. Tutte le rocce erano rosse e polverose e il sole che scendeva piano proiettava un teatrino di ombre lunghissime.

Una pietra è rotolata all'improvviso sulle sponde del lago, e la creatura ha alzato la testa verso la parete obliqua del baratro

e sopra di lei c'era il suo nemico.

Il nemico avrebbe potuto fare a pezzi quella carne inerme. La morte stava nei suoi occhi verdi e a pochi metri dalle sue braccia e dalla sua bocca. Ma per uccidere si era arrampicato sul dorso del baratro, e nello scendere dal fianco della collina si era bloccato. Un altro passo e sarebbe scivolato e precipitato. Così, stava immobile, e non poteva ferire.

Ma, lì dov'era, non lasciava che la creatura fuggisse e la guardava con odio e spavento. C'erano terrore, incertezza, odio, desiderio di vivere, angoscia, il buio. C'era una danza che non era nè tremenda nè lieta: era un malinconico commento al fatto che non era possibile muoversi.

Così com'erano, stettero fermi.

E non ho mai saputo la fine.


Vorrei tanto raccontarlo.

lunedì 18 maggio 2009

Gli uomini sono irrazionali e io perdo tempo.

domenica 17 maggio 2009

Lingue

Qualche giorno fa, tanto per fare, mi è cascato sotto l'occhio l'ultimo verso dell'Edipo di Seneca:

Imperia pretio quolibet constant bene.

E mi è successa una cosa strana. Non l'ho tradotto, l'ho letto.

Cioè, non mi si è accesa nel cervello la sezione per cui ogni parola è diventata italiana e poi ho messo a posto la sintassi alla bell'e meglio. Lì per lì non saprei neanche tradurvela, semmai spiegarne il concetto - come non saprei tradurre una frase italiana in una frase italiana più semplice. Come traduci 'muro'? E' un muro, punto. I muri li vedi tutti i giorni. Ecco, più o meno è lo stesso. Se dico imperium e 'impero', mi partono due significati diversi. Ed è così per tutto il resto della frase. Il sistema di riferimento non è l'italiano che so bene o male rappattumare al latino, è il latino e basta.

Sento sempre dire da chi studia francese o tedesco o altre lingue vive che loro non traducono mai: leggono direttamente. E' vero. Che senso ha mettersi lì col vocabolario? La devi parlare, 'sta benedetta lingua, e conviene che ti impari quei ventimila termini: il resto lo farà la quotidiana conversazione coi parlanti nativi. Noialtri antichisti la quotidiana conversazione 'un ce l'abbiamo, perché sono tutti defunti: quindi passeremo la vita col vocabolario, perché non c'è niente di immediato, non posso chiacchierare con Seneca e appurare cosa vuol dire quando dice imperium, pretium, libet, constare, bene.

Se non che

dopo anni e anni e anni

e letture e letture e letture

mi si deve essere formata nel cervello una sezione latina

che non traduce dal latino, ma legge il latino

e afferra il significato senza tradurre, e non saprebbe tradurre.

E al massimo posso dire che chissenefrega come acquisti il dominio, ogni mezzo è lecito, e purtroppo questo lo sapevamo da mo'.

sabato 16 maggio 2009

Immagini

[su msn]

GIANLO  Ciao, Ghiulkios. Che fai lunedì sera?
IO  Spererei niente, dimodochè io mi spaparanzi nel letto con un buon libro.
GIANLO  Se ti invito qui che ci sono anche Berga, la Cate, Kant?
IO  Vedremo. Mediteremo, io e il mio amico invisibile. Che ha la tua faccia, il corpo di Laura e la voce di Jessica Rabbit.
GIANLO (ride molto)
IO  La mia vita è un incubo. grazie.

venerdì 15 maggio 2009

Per i fatti miei

Da un po' di tempo, andando a distribuire volantini, mi capita di perlustrare zone della città che in genere non frequento se non di sfuggita. Oggi andavo sotto un porticato, e ad un certo punto mi sono fermato e ho appoggiato a terra lo zaino. Avevo caldo, e la mia schiena cominciava a protestare. E poi non ricordavo più quali zone dovevo ancora coprire. Mentre tiravo fuori il foglietto con la piantina dei luoghi, mi sono fermato e ho guardato verso l'alto.

Qualche nuvola veniva in qua, qualche altra scendeva verso il basso, e tirava un vento indeciso. Il sudore mi si ghiacciava sulla schiena, dove lo zaino sbatte quando cammino con la mia andatura un po' dinosauresca, a falcate. C'era in giro una luce serale che non voleva andarsene. Ero solo, ma non ne avevo nessun fastidio; e mi guardavo con insolita benevolenza.

C'è qualcosa, nel camminare, che mi depura. Le emozioni se ne stanno zitte e buone in un canto. Divento tutto testa, e il frullino che ho nel cervello ci si mette d'impegno per sbattere farina e uovo e fare un buon impasto per la torta. Passo dopo passo mi scaldo a forza di rivoltolare pensieri, tipo

che il dialogo del secondo atto di Iudit è ancora troppo lungo
che forse il tale ha ragione quando dice che
che parlare con Ilatoppe si dovrebbe far più spesso perché poi vedo chiara ogni cosa
che Monica vorrà la mia testa se non sento quel cd di Tenco per domenica
ma perché diavolo quello è così bravo e famoso, e io no
però che bel giardino, chissà ci ci abita in quel palazzo
tutto questo ha senso?
ma la danza dell'umanità trasfigurata sarà simile al girotondo delle Muse che Esiodo vide quella notte che se ne stava sull'Elicona?
uuuh, che stanchezza

e non ho in fondo nessun pungiglione dietro l'orecchio che mi avverte che sto sbagliando, è tutto così normale, esco fuori casa, vivo, vedo gente, ci parlo, intraprendo cose, prendo responsabilità, faccio progetti, esploro, penso e strapenso a quel che è la mia vita e ci sto attento

e tutto va grossomodo come deve andare

e ad un certo punto mollo gli ultimi volantini in un bar dove c'è un mini podio per i concerti, e mi dirigo verso casa per una delle tante strade che ormai so a memoria che da qualunque punto dell'universo mi ricondurranno alla mia camera.

martedì 12 maggio 2009

Cari relitti delle sabbie,

sentiti ringraziamenti dalle squallide case di Acheronte; dal momento che, nonostante:

1. crisi economica, selezioni e 'risparmi' suicidi
2. lettori scemi e poco amanti della filosofia
3. copisti sbronzi che guai se si ricordano un nome
4. patriarchi puritani - ma si può correggere gli epigrammi licenziosi?
5. la sfiga, sovrana del mondo, mai dimenticata

veniamo letti comunque dai moderni, chi più chi meno: e sappiamo che hanno la schiena pieghevole, la lente d'ingrandimento in tasca e molta voglia di scrivania, per cui non si formalizzeranno se voi, i nostri salvatori non siete proprio completissimi. E dunque 

grazie, papiri.


Sottoscrittori di classe A (uno o più testi completi): Menandro, Eronda, Bacchilide, Cercida, Filodemo, Iperide. Sottoscrittori di classe B1 (cospicui resti di brevi componimenti, restituiti quasi completi): Archiloco, Saffo, Alceo, Alcmane, Ipponatte. Sottoscrittori di classe B2 (frammenti più o meno cospicui di componimenti di varia misura): Anacreonte, Erinna, Corinna, Cratino, Eupoli, Epicarmo, Simonide, Timoteo, Empedocle, Antifonte, Crisippo, Epicuro.

lunedì 11 maggio 2009

Cos'era quello?

Un lampo? Un fulmine? Dove sono? Cado!

Non vedo più nulla qualcosa mi risucchia e mi sbatacchia di qua e di là oh ecco ora ho capito

IL MARE 
IL MARE

IL VORTICE

cosa c'è qui

devo essere entrato in casa mia all'improvviso, non mi sentirei galleggiare così tanto sennò ma guarda tu quante cose sto vedendo vedo titani di luce che camminano sulle chiatte di vapore eccolo là l'ho visto ho visto l'idea che balugina un padre e cinquanta figlie un palazzo in fiamme e difendere difendere le bambine si li riconosco li conosco li ho sempre conosciuti sono le mie idee sono le mie storie ed ecco là emergono dal fiume di nubi mostri che sbarrano il corso della corrente che divorano ippopotami e la fantasia che li ha creati ecco lì la morte dell'uomo per giudizio dell'Irraggiungibile ecco lì gli imperi piramidali nelle foreste di Angkor Vat ecco il tempio di Nerikka è il Dio della Tempesta che percuote questi vigneti sul dorso del monte il monte il monte l'annoiato comandante ittita e il cranio nudo di un Kashka ucciso mentre Arco e Telamine escono dal vulcano che ha eruttato - la vita può ricominciare nel nulla e nello sconosciuto e nessuno sa chi sono neppure loro hanno dormito in fondo al vulcano

cos'ero prima di ora?

o abisso o abisso immenso ho sentito che mi chiamavi e qui che c'è oh ma come posso raccontarvi tutte capitemi non c'è posto molti non vi gradirebbero io per primo non posso gradirvi tutte allo stesso modo idee mie per molte di voi non si tratterà che di galleggiare in questo fiume di aria finché io vivrò ma poter vedere Antiope solcare lo spazio sulla sua nave triangolare e con la sua maschera che piange sangue dagli occhi rispondere all'ordine del lawagetas del palazzo tutto finirà nel granaio del palazzo anche un estremo selvatico pianeta dove Antiope prenderà il sole di un'altra galassia con i suoi figli e i suoi sottoposti perché lei comanda Iudit non protestare ti sto già scrivendo anche tu Tessitrice stai zitta che a te ci penso prima o poi e prima o poi sulla spiaggia dei miei pensieri usciranno questi anfibi di cui voglio raccontare l'immigrazione demenziale sotto lo sguardo di un paio di felci sbigottite ho già la scena del pesce che fugge fugge nell'indifferenza generale ma in realtà vive perché respira ennò ragazzi i Romani no della Britannia non ne voglio sapere neanche della Mauritania non mi interessa se è sulla contestazione mi sono già reso abbastanza ridicolo e si anche voi cari i miei condomini del Triassico non posso mettere in scena la lotta a sangue di quei tempi terrificanti neanche se mi scende dal cielo per grazia di Dio Calvino la suprema leggerezza no io temo di essere più pesante di Dio Pavese e senza neanche sforzarmi 

oh insomma NON POSSO RACCONTARVI TUTTE

ma santo cielo ogni volta che vengo qui a riposare

non mi riposo per nulla


e ficco la testa sott'acqua per guardare, attraverso la parete liquida, il cielo rannuvolato. Le bolle salgono dalla mia bocca e vanno a morire prima dell'aria.

venerdì 8 maggio 2009

Il Monte Analogo

Ma io, sulla vetta inaccessibile, come ci arrivo?


Non certo attraverso una curvatura nel bel mezzo dell'Oceano Pacifico. 

Ci dev'essere un senso nascosto. La montagna è purificazione, riconoscimento, comunicazione diretta con sé stessi. E allora forse devo risalire una buona volta, e lasciarmi alle spalle il piccone giocattolo e le cordicelle di zucchero filato.

Esistono monti, ed esistono cose che vivono sulla cima dei monti. Un giorno, un pastore povero e senza luce portò le sue greggi sulla vetta dell'Elicona, e nella notte colorata vide le Muse che danzavano sul vento, e parlavano con lui. E noi a credere che se le fosse inventate. Solo per mesi e mesi, per sentieri diroccati e sterili, non gli successe qualcosa di diverso da quel che successe alla spedizione antartica Shackelton, che per settimane, ogni notte, venne visitata da una persona che lungamente chiacchierava con loro. Accadde che parlò con il sè stesso che non conosceva. Sulla vetta dell'altro monte, il Citerone, muoiono e nascono déi; mi hanno raccontato di quel re che vi salì, conobbe sè stesso troppo tardi, e fu fatto a pezzi per il suo conoscere. La montagna è morte e rinascita.

Non salirò sul Monte Analogo parlando di ragazzini, di scuole, di sentimenti e di studi. E' la mia vita, ma della mia vita non ho voglia di sentire parlare neanche da me stesso. Tanto compare comunque, è inutile tentare di lasciarla fuori.  Scrivere qualcosa che suoni vero non deve per necessità ridurmi su melodrammi galvanini. E se vogliamo attenerci alla realtà spinta, io conosco solo questa realtà: di altro non saprei parlare. Ho fastidio di questi argomenti, e fintantoché l'avrò, sarà inutile sperare di tirar fuori la picconata risolutiva.

"Sarà inutile anche con il resto". No. So chi sono, so cosa otterrò. Ho la vetta negli occhi. La fantasia mi porterà con sé. La musica genererà con me in un delirio di alberi abbattuti e pietre spezzate e cieli grondanti di sangue azzurro. "Sarà inutile anche con quelle tue brutture storiche!" No. "Saranno inutili i massimi sistemi." No. La sordità è un brutto vizio solo se uno esagera. Potrei diventare sordo a determinate spinte e non tentare di fare tutto quello che mi si chiede di fare. Potrei partire da questa immagine e generare mille copioni, e vedrete che il pubblico qualcosa capirà.


E se non capirà, ho pur sempre una vita intera per tentare 

di salire sulla vetta.

mercoledì 6 maggio 2009

il destino

Poco meno di un anno fa, su questa stessa scrivania, finivo Leviathan. La mia creatura più amata moriva, spaccata in due, e le onde la coprivano.


Con me c'era Ilatoppe, sistemata sul mio letto, troppo grande per lei e troppo piccolo per me. Era una serata estiva con le persiane abbassate e un azzurro cupo che faceva oscillare gli alberi della mia finestra, ancora lontani dal taglio. Credo che sdormicchiasse. Io ero curvo sulla scrivania, senza luce di lampada, e ormai la fine l'avevo in testa, quindi scrivevo di fretta. Tutto si svolse in una manciata di succosi, lunghissimi attimi di mare. La morte di Levi, la penultima didascalia, la battuta di Uriel, l'ultima didascalia, la tempesta, la notte, la Sinfonia del Nuovo Mondo che tempestava nella mia testa assordandomi, la parola FINE a lettere grandi, il ghirigoro schizzato con la stilografica, la bocca aperta per il trionfo.

In quel momento ho intravisto un destino. In quel ghirigoro di madre che spinge fuori, in un ultimo colpo, l'investimento più tremendo della sua vita, mi sono visto consumare un'esistenza intera. Mi si perdoni l'ingenuità, ma eravamo io, Ilaria, un teatro e dei personaggi che lanciavano l'ultimo canto prima che calasse il sipario, e io ero un piccolo compositore di provincia, dalle grandi ambizioni e dalle energie tragiche, garbate, colorite, che dava l'ultimo colpo di bacchetta e pregava per l'applauso

per l'amore


lunedì 4 maggio 2009

povero ferrovecchio ti sei schiantato contro un muro alla tua prima prova e cosa sei se non una miseria forse due risate le avrai strappate ma poi io ti uso per calcolare e costruire e la macchina è pronta le mie macchine che nella mia testa cigolano e sbuffano sono cieco il mio cranio è una calotta densa di tenebre c'è giusto qualche luce da lampadina notturna nell'oceanico buio che mi tiene sveglio a pensare pensare pensare le macchine le macchine io progetto io non sono mai fermo ma se io fossi libero se fossi davvero libero se respirassi una volta ogni tanto se il passato non tornasse sempre se non vivessi le vergogne che ho subito come proiezioni di film e io con le pinze che tengono aperte le palpebre se io non mutassi in sconfitte anche le mie vittorie se non mi sentissi un ferrovecchio che si schianta contro i muri se quelle facce non tornassero a me non mi giudicassero loro hanno detto che io non avrei vissuto mai e io io sono convinto dentro di me che non vivrò mai e lotto per vivere come se fossi in agonia le mie macchine le mie macchine oh vi prego funzionate strappate l'applauso non la risata oh che seme è dentro di me che germoglio di morte mi sento addosso io mi sento morire piano piano non crescere mai mai mai sono sterile non c'è vapore in me non c'è nessuna macchina che possa veramente funzionare che non vada a schiantarsi contro un muro appena vede la vita

sabato 2 maggio 2009

Comunicazione nel ventunesimo secolo

GIULIONE  ninininininini. NININININIIIIINININI!
FABRI nininininini! ...ni.
GIULIONE ...nii!
FABRI ...ni?
GIULIONE  ni.
FABRI  ...ni.
GIULIONE  ...ni?
FABRI  no.

[questa conversazione può aver avuto luogo su FB come nella realtà: i moduli sono identici]